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Il Centrodestra recuperi la sua unità



Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto. 
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse. E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. 
A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali. Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio. 
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla. 
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. 
E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. 
E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra. 
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. 
L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale. Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo. 
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica. 
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi

Pubblicato il 17/5/2011 alle 11.44 nella rubrica Diario.

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