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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


29 giugno 2010

La ricreazione è finita

L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!
La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva  rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di  voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.
Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.
La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.
Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.
Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono  invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.
Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.
E’ appena stata diffusa una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.
La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.
Vito Schepisi


25 giugno 2010

Il miracolo italiano

Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per  rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie,  non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
Vito Schepisi


22 giugno 2010

Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie,  ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una  forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre,  per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.  
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi


15 giugno 2010

Incontrarsi tra cent'anni

Tempo l’Occidente ce ne sta mettendo, ma lentamente scopre che il proprio sistema economico rischia di piegarsi e cadere a causa del dinamismo produttivo e delle iniziative commerciali di quei paesi che al loro interno sostengono tuttora il collettivismo economico. Cede per iniziativa di quei regimi che ancora guardano alle politiche di mercato come si guarderebbe alla bestia nera che può mettere a rischio il rigore marxista del capitalismo di stato.
I nuovi scenari coinvolgono da est, ad ovest, da sud a nord, nei due emisferi, l’intero pianeta. Limitiamoci, però, al destino del nostro Vecchio Continente.
Con il globalismo, tutta l’Europa è a rischio default. Se guardassimo alle delocalizzazioni delle produzioni, ci accorgeremmo che sono diventate il nuovo strumento delle economie aziendali. La Fiat con  Pomigliano d’Arco, per l’Italia, ha lanciato alle controparti sociali la sua sfida alternativa. Il messaggio è chiaro: per investire servono impegno e certezze e se non è possibile trovarli in Italia, ci sono paesi che non aspettano altro. Quella dell’intesa su Pomigliano è la stessa Fiat che ha già delocalizzato impianti, operai, produzioni. Altre imprese italiane hanno già fatto la stessa cosa.
Gli altri aspetti delle criticità sono rappresentati dalla contraffazione sistematica dei prodotti di eccellenza che invadono gli stessi mercati d’origine. Non è più la questione del laboratorio clandestino in un sottoscala campano a falsificare design ed etichette, ma ci sono interi paesi che inondano i mercati e lo fanno in modo troppo spesso sommerso, senza regole e senza oneri. Anche i costi delle  materie prime sono sottoposti al condizionamento dei cartelli delle multinazionali e dei paesi estrattori e sono in grado di sconvolgere il sistema di vita dei paesi con alti consumi.
L’economia europea è a rischio. Se le diverse tessere del puzzle trovassero chi fosse capace di comporle, e se questi s’accorgesse d’aver già acquisito il “know how” e d’essere in grado di sferrare un attacco massiccio ai mercati, inondandoli di prodotti a basso costo, già salterebbe tutta l’architettura economica dell’Europa. Salterebbe lo stato sociale, l’occupazione e tutta la filiera di trasformazione. Salterebbe, però, assieme al sistema industriale europeo, anche la democrazia.
Se non è ancora accaduto, è perché, fino ad ora, non conveniva a nessuno. I paesi della nuova economia globale non si sentono sufficientemente forti “politicamente”. La loro organizzazione industriale non esiste. Non è calcolabile l’impatto sociale: oggi, infatti, i loro popoli subiscono lo sfruttamento del capitalismo, in quanto il profitto sottrae l’intero valore aggiunto del sistema produttivo. A governare il globalismo c’è poi la mafia internazionale. Sono tutti questi gli elementi di valutazione che frenano la soluzione finale.
Tutti i fenomeni economico-produttivi, e non solo, hanno una ragione, un’origine ed una convenienza. Basterebbero quelle citate, ma c’è ancora una ragione su tutte: questi popoli non hanno i consumatori. Se non ci sono i consumatori, cioè le masse che hanno la possibilità economica di acquistare, saltano anche i presupposti del mercato. Questa può essere la vera ragione che frena il cambiamento. L’economia è una scienza fondamentalmente conservatrice e pone resistenza ai cambiamenti laddove c’è già un margine sufficiente di guadagno. Ed in questa avventura ci guadagnano già assai bene le multinazionali, i governi, gli apparati mafiosi e la finanza internazionale. Ci perdono solo i più deboli, paesi o cittadini che siano.
Le leggi di mercato sono inesorabili: quando c’è l’offerta, c’è bisogno che ci sia la domanda. Serve chi apre il  portafoglio per acquistare. Servono quei paesi che hanno i supermercati pieni di massaie. Servono i popoli che hanno le case piene di oggetti. Serve chi è abituato a bere le bibite fresche, chi ha il telefonino di ultima generazione, chi compra la televisione a schermo piatto da 50 pollici per guardare le partite di calcio. Serve chi mette il condizionatore, chi usa i pannelli fotovoltaici, chi guarda i film seduto in poltrona dinanzi ad un impianto “Home Theatre”, chi cambia la macchina invece di fare il tagliando. Servono insomma gli acquirenti: servono quelli che alimentano le transazioni terminali dei cicli commerciali per mantenere l’equilibrio della filiera tra chi produce e chi acquista. L’economia globale di mercato, in questo, non è affatto diversa da quella che alimenta nei singoli paesi la produzione, i prezzi ed i consumi.
Nessuno inventa niente in questo campo. I cambiamenti sono dovuti essenzialmente ai costi. Se mancano regole comuni e se lo stato sociale incide in modo profondamente diverso sui costi, accade che gli investimenti si faranno dove questi sono sensibilmente inferiori. E’ tutto così logico!
Finché i mercanti non troveranno come contraffare anche i consumatori, l’occidente sarà ancora salvo.
Ma se l’Europa ed i paesi occidentali hanno ancora del tempo per pensare ai rimedi, non possono concedersi il lusso di sprecarlo. I politici, assieme agli economisti, assieme ai sindacati, ai sociologi, agli imprenditori, devono capire cosa c’è che non va e come si possa correre ai ripari per evitare guai peggiori.
“Vorrei incontrarti tra cent’anni”, cantavano Ron e Tosca, ma se per ritrovarsi in una colonia della Cina o della Corea del Nord? Varrebbe ancora la pena d’incontrarsi?
Vito Schepisi


9 giugno 2010

E' miope l'ostilità alla manovra

In altri paesi europei si preannunciano manovre economiche e tagli ben più dolorosi che in Italia. In Germania, la Signora Merkel intende tagliare nel pubblico impiego ben 15.000 posti di lavoro ed il saldo della manovra annunciata, per i prossimi 4 anni, ammonta alla considerevole cifra di 80 miliardi di Euro. Una misura oltre che tripla rispetto a quella prevista in Italia nei prossimi due anni.
In Spagna Zapatero ha tagliato gli stipendi nel pubblico impiego ed affronta le difficoltà del disavanzo della spesa pubblica rivedendo la spesa sociale. Cameron, neo primo ministro conservatore Inglese, al suo insediamento ha trovato un debito pubblico, ereditato dall’amministrazione uscente del laburista Gordon Brown, ben più largo di quanto previsto, ed annuncia anche lui tagli e manovre lacrime e sangue.
Della Grecia, punta dell’iceberg della crisi che ha colpito sia i mercati finanziari europei che la stabilità della nostra moneta unica, sappiamo dei sacrifici e dei tagli, pur in presenza di condizioni di vita già disagiate e di un tessuto sociale dominato da marcati  contrasti tra i tanti privilegi ed i tanti bisogni.
Inesorabilmente emergono tutte le difficoltà di un’euforica politica di allargamento dell’Europa, conseguita senza molta prudenza, senza una rigorosa stabilizzazione dei regimi economici e, soprattutto, senza tener conto del tenore di vita dei cittadini di quei paesi. La domanda più frequente è, infatti, quella del come sia possibile che, in stati  in cui il salario medio è di circa 200 euro mensili, le popolazioni possano sopportare i costi di un mercato che diventa sempre più globale.
Anche l’Italia non sta messa bene. La sua spesa pubblica nel 2009 ha assorbito il 52,5% del pil. Il deficit di bilancio è stato del 4,7% del prodotto interno lordo, ed il debito pubblico complessivo si avvicina a 1.800 miliardi di Euro. Anche l’avanzo primario (lo sbilancio tra entrate ed uscite al netto degli interessi sul debito) dopo 18 anni di ininterrotto segno positivo, nel 2009 è andato in negativo dello 0,6% del pil.
La recessione ha colpito duro e, riducendo il totale della produzione e dei ricavi, ha accentuato l’incidenza della spesa complessiva dello Stato e degli enti locali. E’ da prendere atto che uno Stato funziona in modo un po’ diverso da un’azienda. Al contrario di un’impresa privata, quando c’è crisi e le aziende, per mancanza di domanda, mettono i lavoratori in cassa integrazione, lo Stato interviene con gli ammortizzatori sociali che invece incidono inevitabilmente sulla spesa. Lo Stato subisce un doppio danno: minori introiti sul fatturato, sugli oneri e sui redditi, e maggior spesa per far fronte alle tensioni sociali.
Se un privato, già al primo sentore di difficoltà dei mercati, taglia le spese, ad esempio sul lavoro, per le materie prime, per l’innovazione e gli investimenti, non altrettanto può fare lo Stato. Se lo facesse, innesterebbe un circuito negativo più ampio e di lunga durata, perché minerebbe sia la stabilità sociale che le opportunità di crescita, relegando il Paese al sottosviluppo. L’azione di un Governo in tempi di crisi è delicata ed impopolare e meriterebbe maggiore comprensione e responsabilità.
Può sembrar strano, ora, che l’Italia non sia tra i paesi a rischio più immediato di disastro economico. Come per tutte le cose, però, anche per questa c’è una spiegazione. E la ragione sta  nel fatto che i governi, almeno negli ultimi 10 anni, hanno mostrato una reattività positiva ai pericoli di ulteriore indebitamento. Il Trattato di Maastricht è stato bene o male rispettato ed il disavanzo primario è stato sempre di segno positivo. Il debito complessivo, in definitiva, aumenta solo per effetto dei costi degli interessi sul debito pregresso. C’è, insomma, un fattore Italia che regge, anche a dispetto della crisi di incomunicabilità politica del Paese.
Questi i fatti. Valutiamo ora i comportamenti. Si dice che l’opposizione deve fare sempre il suo dovere, ed il suo dovere sarebbe quello di opporsi. Ma non è essenziale che sia sempre così. Qualora, infatti, si volesse che tutti debbano assumersi le proprie responsabilità, l’opposizione di sinistra dovrebbe prendere atto che le criticità del Paese rivengono dai periodi delle politiche consociative in cui si utilizzava la spesa pubblica come diversivo alle regole ed alle scelte di mercato. E qualche grossa responsabilità la sinistra ce l’ha!
Epifani leader del sindacato di sinistra accusa invece i leader di Cisl ed Uil di “subalternità verso le scelte dell’esecutivo". Bersani va ben oltre il ruolo legittimo dell’opposizione parlamentare: vuole mobilitare il Paese. Dalla riunione della consulta economico-finanziaria del PD emerge, infatti, la volontà del segretario di indire per il 19 giugno una mobilitazione generale contro la manovra del Governo “per un’altra politica economica”. Ed a noi piacerebbe conoscere quale e, se possibile, corredata da schemi e dati di fatto.
Vito Schepisi

 


3 giugno 2010

Rigore e furbizia in Di Pietro

L’ex PM di Mani Pulite, Di Pietro, ha esercitato molti mestieri. Ma di tutto ciò che ha fatto, di come l’abbia fatto, e perché, da un certo tempo indietro, si sa molto poco. Da ciò che se ne osserva, si ha l’impressione che per tante cose fatte sia stata calata una cortina di fumo che impedisce di guardare più in fondo.
Ogni tanto spunta una foto che lo immortala assieme a personaggi discussi, in atteggiamenti gioviali e di estremo relax, come a tavola, ad esempio. Dai tanti misteri è naturale che affiorino tante ipotesi “gelatinose”. E l’uomo è sempre pronto a smentire e minacciare querele. Ma oltre al negare, minacciare e querelare, ciò che manca è solo ciò che sarebbe invece utile: chiarire.
Si dice che un personaggio pubblico debba essere trasparente e che della sua vita privata, presente e passata, si debba conoscere tutto. Con questa tesi non si è tutti d’accordo. Non lo si è almeno per ciò che riguarda la vita più riservata ed intima degli individui. Non c’è condivisione, infatti, quando di un uomo pubblico si vogliano giudicare i suoi gusti, i suoi piccoli o grandi vizi innocui, le sue passioni, i suoi amori, i suoi affetti, le sue debolezze intime, le sue questioni di famiglia.
Non sembra, però, che le stesse perplessità sulla riservatezza coinvolgano più di tanto il sentire dell’On. Di Pietro, in particolare quando si è trattato di giudicare la vita privata dei suoi avversari: chiamò persino “magnaccia” il Presidente del Consiglio. Nei modi che di lui conosciamo c’è una gran voglia di censura verso quelli che, per l’acredine ed i toni che usa, appaiono come suoi “nemici”.  L’ex PM ha, inoltre, una costante predisposizione al giudizio critico sulla moralità degli altri. Un po’ meno sulle vicende che riguardano la sua vita privata e quella delle persone di famiglia. Nessun giudizio critico anche sulle vicende che investono la gestione del suo partito. Nessun  imbarazzo, infatti, per il modo un po’ singolare con cui vengono amministrati i contributi elettorali che la legge prevede di erogare non ai singoli individui o a società private, ma ai soggetti politici espressione della vita democratica del Paese.
Ma se per un uomo pubblico la riservatezza sulla sua vita privata dovrebbe essere rispettata e garantita, altrettanto non si può dire per la sua vita sociale. Il curriculum vitae di costoro dovrebbe essere, infatti, trasparente e visibile. Chi si propone per amministrare e gestire beni o per esercitare importanti funzioni pubbliche, dovrebbe dar conto di ciò che ha fatto per qualità, quantità e coerenza. Eccezioni dovrebbero essere previste solo per soggetti che svolgono funzioni sottoposte al segreto di Stato o funzioni di sicurezza nazionale, non per coloro che hanno cambiato lavoro come si cambiano i calzini.
Il popolo deve poter giudicare l’operato dei suoi rappresentanti, e deve esser messo in grado di farlo, tanto più ove dinanzi ad ex poliziotti ed ex magistrati. Niente è peggio per la democrazia che il sospetto dell’abuso del ruolo pubblico esercitato. Prerogativa della democrazia, inoltre, non è quella di giudicare la società, ma il contrario. Un concetto quest’ultimo che varrebbe anche per l’abitudine che alcuni manifestano nell’infierire sugli elettori che fanno liberamente le loro scelte.
Di Pietro ha lavorato all’estero, ha fatto l’operaio, il poliziotto, il magistrato, il politico, l’avvocato, il leader di partito, il Ministro, il professore universitario, persino lo scrittore. Verrebbe da pensare che sia un uomo di grande talento. Un genio. Peccato, però, che mostra d’aver qualche problema persino con la lingua italiana!
Autocritiche del personaggio non se ne conoscono, e tanto meno chiarezza sul suo passato. Sui misteri della sua vita e sui suoi affari, il neo avvocato adotta, infatti, la stessa strategia difensiva consigliata agli imputati dai suoi colleghi penalisti: negare sempre, anche l’evidenza se occorre. E lui nega di tutto!
L'abitudine di trarre giudizi e di formulare requisitorie d’accusa a Di Pietro riviene dal retaggio delle sue esperienze passate di poliziotto e magistrato. Si vuole, pensare che sia solo così, perché, se non fosse, sarebbe invece una tara perversa della sua indole, allorquando si predisponesse a sfruttare con evidente ferocia ogni possibile opportunità aggressiva. Ma d’altra parte, appare evidente, ed occorre rilevarlo, che nella sua vita Di Pietro non ha mai dato impressione di sottrarsi dall’utilizzo delle conoscenze e dall’abilità di saper mescolare gli atteggiamenti di un sembiante rigore con quelli di un’ipocrita furbizia.
Una figura singolare Di Pietro. Un mix tra un personaggio pirandelliano ed un modo  gattopardesco di rivoluzionare le cose, traendone un immediato giovamento ed i presupposti di un successivo utilizzo. Come scriveva Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”
Vito Schepisi

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