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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


29 marzo 2011

Lezioni di politica in IV elementare



In quarta elementare s’insegna a far di conto; s’insegna la grammatica, la geografia; s’introducono i primi elementi di conoscenza della storia nazionale; si parla dell’Unità d’Italia, ricorrendo i 150 anni; s’insegna ad esprimersi in modo finito, per preparare le giovani generazioni a dialogare con proprietà di linguaggio e con la costruzione corretta del pensiero. Ai giovani tutti, a quelli di quarta elementare compresi, non si deve mai insegnare, invece, a odiare qualcuno. Si chiami Berlusconi o con altro nome, che sia Presidente del Consiglio o Capo dell’opposizione, non s’insegna a odiare nessuno.
Alle elementari la preparazione di base è molto importante. I giovani, con la stessa velocità con cui apprendono le nozioni, acquisiscono anche abitudini espressive scorrette e tali da non saper riportare con frasi chiare e finite i loro concetti. Le lacune poi restano e provocano non pochi imbarazzi quando si va avanti con gli studi, quando si assume una responsabilità di lavoro, quando ci si deve rapportare con gli altri. Come sarebbe bello se la scuola insegnasse a tutti i giovani a parlare e scrivere correttamente!
Un insegnante deve avere molta pazienza e nutrire molto amore per i bambini e deve saper rispettare la loro innocenza, non deve provare per nessuna ragione a violentare il loro pensiero. Non si può, infatti, scambiare la libertà d’insegnamento con il subdolo indottrinamento di adolescenti, per di più impossibilitati, per la giovane età, a difendere il loro sacrosanto diritto a sviluppare nel tempo sia il proprio pensiero, che un più articolato spirito critico.
Si sostiene che gli adolescenti di oggi saranno i testimoni futuri della nostra civiltà. Tanto più, pertanto, sarà data loro la possibilità di acquisire i principi della tolleranza, tanto più sarà possibile formare, per il domani, uomini saggi e predisposti al sapere. Solo il pluralismo dei punti di vista, che è il primo valore della democrazia, può stimolare nelle giovani generazioni la curiosità d’incamminarsi verso il bene della conoscenza, il cui percorso non è mai facile e rapido. E le diverse articolazioni delle idee aiutano a comprendere che la soluzione delle cose non è mai un piatto, ben cotto e condito, già servito sulla tavola, come vorrebbe far pensare la maestra che trancia giudizi di merito e che indica ai bambini le sue scelte assolute. 
La vita è sempre molto più difficile e complessa di quanto non appaia. Serve conoscere il più possibile di ciò che circonda l’uomo e il suo tempo per percorrere in modo più rapido il lungo tratto dell’impervio sentiero che porta al sapere, ma alla conoscenza ci si avvicina soltanto con la ragione, non utilizzando idee già preconfezionate, luoghi comuni e verità assolute. 
E’ capitato che il Dirigente responsabile dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari, Dr. Giovanni Lacoppola, abbia dovuto scrivere una lettera ai Dirigenti delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado delle province di Bari e Barletta-Andria-Trani avente per oggetto “lezione di politica in classe”. Una lettera molto intelligente, saggia e civile con la quale il Dirigente si duole di non riuscire a “comprendere perché alle volte la scuola si trasformi facilmente ed improvvisamente in un luogo nel quale un docente possa impunemente tramutare una serena aula in un palco da comizio da cui scagliare focose invettive contro un leader politico”.
Gli insegnanti seri sono quelli capaci di educare una moltitudine d’individui e soprattutto formare quei giovani che, posti dinanzi alle scelte, invece di cercare le soluzioni nel proprio “bignami” ideologico, si impegnino nel cercare le soluzione possibili e che, per farlo, si adeguino anche a pensare. Accadeva già ai tempi di Socrate e Platone che i giovani fossero sollecitati a respingere il metodo del pregiudizio per coltivare invece il metodo della scelta critica, consapevole e razionale.
Le violenze sui minori non si esauriscono con gli atti tipici, come ad esempio con le percosse e le sevizie, o spegnendo il sorriso sui loro volti, o sottraendone l’innocente giovinezza, o tenendoli segregati, impedendo loro di giocare con i loro coetanei, oppure privandoli delle carezze dei genitori: è violenza anche impedire il libero formarsi del pensiero. E’ anche violento quel modo di inculcare, con la forza autoritaria, con il condizionamento psicologico, con i mezzi e gli strumenti educativi, un pensiero unico. 
L’educazione dei giovani al pensiero unico è, infatti, il metodo usato dalle dittature per formare i quadri di partito e i sudditi del regime. In democrazia, invece, la scuola deve avere ha la funzione di predisporre i ragazzi ad arricchire il bagaglio delle proprie idee. Il pluralismo in una Nazione libera è un valore prioritario che deve consentire a tutti, agli studenti in maggior ragione, di allargare il ventaglio della conoscenza alle ipotesi e alle idee più diverse, e tali da consentire di fare nella vita le scelte che l’elaborazione del proprio pensiero può ritenere più giuste. 
Se i giovani, invece, sin dall’infanzia, nella scuola, e cioè in uno dei tre pilastri del loro processo formativo (famiglia-scuola-società), non sono messi nelle condizioni di comprendere che nelle comunità si articolano diverse opinioni; se non si insegna loro che dal confronto delle diverse idee emerge il principio della democrazia, che è sempre scelta condivisa, gli stessi giovani non riusciranno mai a percepire le motivazioni che sono alla base dei loro diritti e dei loro doveri.
Quando non si percepiscono le regole, però, accade che la civiltà regredisca a tutto vantaggio della barbarie. 
Vito Schepisi


5 febbraio 2009

Nella scuola di oggi è possibile dissentire dal dissenso?


La notizia ha dell’incredibile! Ma nella scuola italiana ci sono ancora sacche di nostalgia di regime? C’è ancora chi ritiene che sia necessario essere tutti della stessa idea e che la ragione di partito o di casta o di fazione, o della più bieca e codina stupidità umana, debbano avere sempre ragione?

E’ tollerabile che se si sia “a sinistra per Veltroni” e se si sia dirigente scolastico, anche la scuola si debba uniformare in modo totalitario al pensiero unico della Preside?

Ma chi vince un concorso a dirigente scolastico ha forse diritto di condurre un’armata politica?

Ha dell’incredibile quanto è capitato a Roma ad una ragazzina di 15 anni, diligente ed autonoma, ma con la colpa di non essersi fatta trascinare dall’onda quando, senza neanche sapere per cosa, migliaia di ragazzi disertavano le lezioni e scendevano in piazza a manifestare contro il decreto Gelmini, dai più neanche conosciuto. E’ un episodio di intolleranza che non può rimanere sottaciuto e senza conseguenze perché è diseducativo, perché è un grave precedente, è illiberale, autoritario e … diciamolo pure, è un comportamento reazionario e “fascista”. La magistratura, il ministero hanno il dovere di intervenire.

La ragazzina ha avuto un bel “sei” in condotta senza aver mai avuto una sanzione disciplinare, senza essere stata mai scortese con i suoi professori e senza aver mai assunto atteggiamenti dissociati dai suoi compagni, se non nel ritenere strumentale la protesta contro il ministro Gelmini ed essersi sfilata sia dagli scioperi che dall’autogestione nella sua scuola.

La ragazzina, finita la contestazione al decreto, con la scuola tornata alla calma e con le onde già acquietate, è stata convocata dalla Preside del suo Istituto per sentir ancora parlar male del decreto Gelmini e di ciò che, secondo la dirigente scolastica, non andasse in quella legge e per sentirsi contestare una presunta sua responsabilità per aver mancato nel non dar credito alla contestazione dei professori e degli studenti.

La difesa della ragazzina, minorenne, nel sostenere invece di voler ragionare col proprio cervello e di non volersi far strumentalizzare è risultata inutile e forse anche irritante agli occhi di chi è “a sinistra per Veltroni”, per essersi la Preside candidata in una lista vergata con quello slogan, all’assemblea regionale del PD.

Se questo non è un messaggio diseducativo?

Se non è dirompente il messaggio di un Dirigente Scolastico che convoca degli adolescenti che non hanno scioperato per contestare le loro scelte di pensiero?

Se non è diseducativo l’atteggiamento di una Preside che si lascia andare, quasi fosse impegnata in un comizio politico, a dissentire dal governo e dal ministro della P.I., e disprezzare la ferma e coraggiosa rivendicazione di una giovane per la sua autonomia di pensiero e di scelta?

Ma può una preside censurare il pensiero, moderato, ma fermo e coerente, di un suo studente?

Ma quale educazione di vita viene impartita oggi nella scuola ai nostri giovani?.

Alla mamma della ragazzina che chiedeva spiegazioni, la stessa Preside ha voluto ancora una volta e con caparbia ostinazione, far valere le sue ragioni politiche di contrarietà al decreto, ed al reiterare della rivendicazione della genitrice, preposta in prima persona ad impartire l’educazione di vita ai propri figli, del diritto di non essere d’accordo e della legittimità dei giovani nel voler ragionare con la propria testa, la mamma s’è sentita strillare addosso che non le poteva insegnare il mestiere.

Questa Preside, se sta nella scuola, e per il tempo che sta, dovrebbe avere il buon senso di sdoppiarsi dalla sua collocazione “a sinistra con Veltroni”….o c’è bisogno che qualcuno le ricordi che quella è un’altra assemblea?

Vito Schepisi



13 novembre 2008

L'opposizione extraparlamentare della Cgil

La Cgil prima esce sbattendo la porta e poi si lamenta perché l’accesso al tavolo della discussione è consentito a chi ritiene che la trasparenza, il dialogo e le buone maniere siano più utili al Paese che non il pregiudizio e la faziosità. E’ una cattiva abitudine in uso in Italia quella di interessarsi di lavoro, contratti, diritti e garanzie guardando alla propria carriera politica ed alle convenienze partitiche dei gruppi politici a cui si è legati.

Quando il Costituente ha pensato alla funzione del sindacato è stato per dotare i lavoratori di strumenti organizzativi di lotta che garantissero la difesa della loro dignità e la negoziazione di un’equa retribuzione, funzione legittima in uno stato democratico; non ha certo inteso pensare ai sindacati quali strumenti di supporto alla lotta politica. Per quest’ultima ha sancito la libertà di costituire i partiti e tutta una serie di libertà e garanzie per lo svolgimento delle attività relative al consenso democratico ed alle elaborazioni delle soluzioni di gestione dello Stato.

E’ troppo importante, in un Paese libero, la funzione autonoma del sindacato per immaginarlo interessato ai processi politici, e partitici. Non è pensabile infatti che il sindacato, in democrazia, faccia mancare del tutto la propria azione con i governi amici ed accentui invece la propria contrapposizione con i governi ritenuti politicamente nemici. Ed è ancora più difficile da comprendere se la differenza tra gli atteggiamenti adottati è inversamente proporzionale agli interessi dei lavoratori ed alle difficoltà delle fasce più deboli del Paese.

Abbiamo assistito, con il precedente governo, ad un sindacato complice e silente, in particolare quando, caricando di tasse le retribuzioni ed i consumi, ha ottenuto che fosse drasticamente ridotto il potere di acquisto dei salari e quando, intervenendo sulla previdenza, ha consentito che fossero favoriti quei lavoratori già più garantiti rispetto ai più giovani.

Ora se le altre sigle sindacali revocano lo sciopero generale, indetto per domani, per protestare contro la riforma della suola del Ministro Gelmini, non si può pensare che sia la sola Cgil di Epifani a presumere che la disponibilità a discutere del Ministro non sia sufficiente a ricercare le soluzioni per provvedimenti di riforma nell’ambito dell’università e della ricerca. Provvedimenti che, è bene chiarirlo, dovrebbero essere tali da riscuotere un vasto consenso, non solo delle parti in causa ma anche e soprattutto del Paese. Lo Stato democratico, fa sempre bene ribadirlo, dovrebbe respingere il corporativismo delle categorie e privilegiare l’insieme. Non c’è solo Alitalia a dar prova di immaturità sindacale e di egoismo corporativo.

La cultura dei diritti dell’insieme dei lavoratori è inviolabile, come sono sacrosante le prerogative dell’istruzione e della ricerca per le necessità dell’umanità e per lo sviluppo scientifico e culturale del Paese. Detto questo, però, i sindacati e l’opposizione dovrebbero anche spiegare in che modo ritengono di poter ridurre gli abusi, promuovere il merito e tagliare gli sprechi. Non si possono consentire a taluni agi eccessivi e carriere fulminee, specialmente laddove la centralità non sia la diffusione della conoscenza, ma il proprio tornaconto. L’Italia non si può permettere i costi dei numerosi rivoli di spesa inutili. Sono note le situazioni persino ridicole, per corsi e discipline senza senso concreto, e soprattutto senza l’effettiva partecipazione degli studenti. Esistono, inoltre, casi di nepotismo che andrebbero contrastati ed eliminati.

Quello indetto per domani, oramai dalla sola Cgil, è uno sciopero inutile e dannoso. L’impressione è che serva sola a rafforzare la protesta dell’opposizione nelle piazze, servendosi anche degli studenti a cui sono state raccontate cumuli di menzogne e falsità. L’azione dell’opposizione, allargata al sindacato, sta diventando tanto più scellerata perché favorisce la strumentalizzazione dei giovani da parte di gruppi violenti, mai sopiti, che emergono sempre nel reiterare la lotta al confronto civile ed al sistema democratico. Alla viltà di strumentalizzare i giovani, anche a discapito della loro integrità fisica, si unisce anche la stupidità di non capire che se si interrompe il percorso della democrazia e del reciproco rispetto diventa difficile riprenderlo anche quando un domani, che si spera lontano, la sinistra dovesse rappresentare la maggioranza del Paese.

Vito Schepisi     su l'Occidentale


31 ottobre 2008

La sinistra italiana resta quella dlle suggestioni


Anche la scuola come le altre questioni sollevate con tanto clamore svanirà dalla cronaca come una bolla di sapone. Questo governo ha appena 5 mesi di vita e si è già trovato dinanzi a più di un venditore di cilindri colorati con dentro acqua e sapone per bolle che si diffondono nell’aria, si alzano, cercando di prendere il largo, e poi scoppiano per la loro materiale inconsistenza.

Le bolle di sapone durano lo spazio di un momento, anche se in quel momento fanno la gioia dei bambini. Le balle della sinistra durano altrettanto, e non si può dire che nel loro spazio di vita facciano la gioia di qualcuno.

Prevale la spinta alle suggestioni, più che la sostanza conta la rappresentazione delle cose. Non a caso il PD si è fornito di un leader diplomato in fiction.

L’Italia per il divertimento della sinistra ha pagato prezzi altissimi, persino in vite umane, oltre a danni materiali. I risultati, però, lasciano tutti molto perplessi. Lo Stato, infatti, non solo ha servizi da terzo mondo, ma precipita anno per anno nelle classifiche in tutti i settori, scuola compresa.

Si è visto che per la sinistra non servono i confronti, non sono mai abbastanza i fondi stanziati, non è utile l’analisi economica delle compatibilità, non sono sufficienti gli spazi di controllo e la gestione della società attraverso i sindacati ed i patronati, e non sono mai congrui i fondi impiegati per la solidarietà e gli interventi per l’assistenza. Non bastano i trattamenti sociali e previdenziali al di sopra della media europea, e non basta neanche un numero di dipendenti in ogni settore pubblico in misura superiore agli altri paesi, c’è sempre qualcosa di più da imporre. Manca, però, e purtroppo, la percezione dell’efficienza commisurata a ciò che è ritenuto appena sufficiente.

Si ha l’impressione che il motivo sia rimasto quello di poter strumentalizzare l’irritazione dell’utenza. Si crea il disservizio per poter contestare al Governo di non essere capace di fornire risposte adeguate. Sarà per questo che la sinistra italiana, al contrario di quella europea, e dell’immagine che si ha della sinistra riformatrice, sembra essere più una forza conservatrice, persino con punte marcate di atteggiamenti reazionari.

L’inefficienza ed il bisogno creano una domanda non soddisfatta, soprattutto per le fasce più deboli che non possono permettersi di ricorrere a strutture private più costose. Questo vale per la sanità, i trasporti, la scuola e persino per la sicurezza e la previdenza. Non a caso a sinistra, tra i leader, si fa largo uso delle strutture private per i bisogni personali e per quelli delle proprie famiglie.

La sinistra italiana si è sviluppata in Italia nella serrata concorrenza, con le altre espressioni popolari, sulla ricerca del consenso attraverso i sistemi corruttivi - clientelari.

Dagli anni sessanta in poi c’è stato un braccio di ferro poco politico e molto populista. Mentre la destra e le espressioni liberali venivano marginalizzate, si rafforzavano le espressioni corporative in cui si insediavano caste organizzate a piramide. La gestione del potere comprimeva persino le libertà formali che non trovavano spazi di diffusione. Chi si chiamava fuori era indicato come appartenente alla destra fascista, anche se invece era democratico e liberale.

Il sistema politico-clientelare, soprattutto nel mezzogiorno, si è retto sull’organizzazione politica dei bisogni della gente. Il voto di scambio consisteva nell’offrire i diritti come se fossero concessioni elargite. I partiti di massa avevano le loro cinghie di trasmissioni nei sindacati, nei patronati, nelle associazioni di categoria. Questi organismi si trasformavano in centri di reclutamento e di orientamento politico, non fondato però sul consenso e sulle convinzioni sociali degli elettori, ma sulla capacità di sfornare lettere di raccomandazioni, di distribuire posti di lavoro, di nominare Cavalieri della Repubblica, di istruire pratiche per la pensione, di esercitare la difesa sindacale sui posti di lavoro, di sollecitare il trasferimento vicino casa dei giovani di leva.

Per molti versi il Paese è ancora strutturato su queste logiche. Le giovani energie dovrebbero impegnarsi a respingere una realtà di caste e di privilegi, invece che battersi contro il nuovo e l’efficienza. A che servono ad esempio 5.000 facoltà universitarie con tanto di personale, mentre mancano i fondi per la ricerca, se non all’esercizio del potere delle caste?

Per la scuola e l’università c’è un lungo elenco di abusi e di sprechi, come lo è uno spreco anche il modulo delle tre maestre per le scuole primarie.

Vito Schepisi       su l'Occidentale


29 ottobre 2008

La sinistra soffia sul fuoco di una protesta esagerata



Tutto come previsto! Sulla scuola la sinistra ha mostrato il suo vero volto. Svanisce così l’immagine del riformismo, della ragionevolezza e della moderazione: il PD, malgrado i successivi passaggi di denominazione, utilizzati per mescolare le acque, resta per i contenuti ed i metodi, che ne ricordano lo stile inconfondibile, l’erede storico del vecchio partito comunista italiano .

Prevale in questa sinistra post comunista l’istinto alla doppiezza ed alla ipocrisia che ne ha sempre tratteggiato la storia. Il mesto ritorno al passato, che poi è il riflesso della formazione di sempre, lo si è capito già dal tipo di opposizione che il PD ha adottato in Parlamento contro il governo Berlusconi . Nella circostanza del decreto sulla scuola ne ha dato solo la conferma, con i toni duri adottati, con il ricorso alla piazza e con l’escalation di una protesta esagerata, anche per la portata piuttosto contenuta dello stesso provvedimento legislativo.

Una protesta mossa da un decreto convertito oggi in legge dal Senato che prevede come forma più marcata di novità, in modo graduale a partire dalle prime classi dal prossimo anno, il maestro unico nelle scuole elementari. E’ davvero troppo poco rispetto alla reazione sortita. E’ un irrazionale soffiare sul fuoco finalizzato solo a creare disordini e violenze, come è stato e si paventa che sarà. E’ il ritorno alla logica di partito che prevale sulla ragione.

Su questo provvedimento si è detto di tutto. Sono stati armati i cannoni della disinformazione caricati a balle grandi quanto una casa. Si è fatto del vero terrorismo psicologico paventando il licenziamento di oltre 100.000 tra insegnanti, bidelli e personale della scuola, l’eliminazione del tempo pieno, il taglio degli insegnanti di sostegno, l’aumento delle ore di lavoro per i docenti e le difficoltà per le famiglie per la riduzione delle ore scolastiche degli alunni.

Si è detto anche che l’intenzione del Governo sia quella di affossare la scuola pubblica per privilegiare quella privata. Un cumulo di spudorate bugie che servono solo a nascondere la portata positiva del decreto come, ad esempio, il ritorno alla responsabilizzazione nella formazione degli alunni, il taglio di sprechi e privilegi, il reperimento delle somme da impiegare per l’edilizia scolastica e per le strutture tecnico-formative, il recupero delle risorse da destinare alla qualità ed al merito. L’opposizione, inoltre, ha del tutto ignorato l’introduzione di una norma che prevede la conservazione per 5 anni dei testi scolastici, e di un’altra che prevede, sin dalle elementari, l’insegnamento della Costituzione Italiana.

In sintesi il decreto, oltre al metodo didattico per le elementari con un riferimento prevalente di un maestro unico, che comunque sarà affiancato del maestro di religione e di inglese, prevede ancora il ritorno all’assegnazione dei voti con il sistema decimale ed il voto in condotta valido per la valutazione finale degli studenti. Ed è tutto qui il succo del famigerato decreto sulla scuola del Ministro Gelmini appena convertito in legge dal Parlamento!

Nessuno nella maggioranza ha mai preteso di definirla una riforma della scuola, perché è solo un provvedimento di rimodulazione delle risorse per ridurre gli sprechi, per razionalizzare la distribuzione del personale e per aumentare l’offerta formativa.

Ha persino esagerato la Gelmini nel dire “la scuola cambia. Si torna alla scuola della serietà”, perché, per la portata ridotta di questo provvedimento, la serietà e di là da venire. C’è un corpo docente che non è all’altezza e c’è, da parte degli insegnanti di ogni livello, una predisposizione politica alla strumentalizzazione dei ragazzi che, per serietà, andrebbe rimossa.

Una scuola seria la si potrà ottenere quando la reazione conservatrice di una sinistra senza riferimenti e senza valori lascerà il posto ad una diversa sinistra, veramente democratica e riformatrice, con la quale potrà essere possibile confrontarsi per ricondurre la scuola a luogo di confronto e di cultura plurale. La si potrà, inoltre, avere quando, dall’odierna centralità della funzione docente, si potrà trasferire l’attenzione alla centralità dell’utente della scuola e dell’università.

Come per ogni settore pubblico e privato, l’efficienza si commisura alla capacità di soddisfare l’utenza e nel caso della scuola nella capacità didattica di trasferire conoscenza e formazione. La scuola italiana, però, ha gli stessi limiti del pubblico impiego a cui, malgrado la spesa ed il numero degli occupati, non corrisponde un servizio di qualità.

Vito Schepisi


15 ottobre 2008

La scuola in Italia non funziona



Non c’è niente di più facile che strumentalizzare gli studenti quando li si invita a far “sega” a scuola. Le difficoltà che sono state incontrate da ogni ministro della pubblica istruzione in Italia - di ogni colore politico - per attuare una riforma organica e seria della scuola, sono consistite sempre nella facilità con cui si riesce a strumentalizzare i giovani e spingerli verso la protesta.
Se la reazione alle modifiche richieste coinvolge anche gli insegnanti e se i sindacati mobilitano gli iscritti e diffondono bollettini di guerra, strumentalizzando ora un passo, ora l’altro dei provvedimenti, inserendo persino ipotesi strumentali che non esistono, diviene ancora più facile.
Negli studenti si scatena la sindrome di Stoccolma, quando si trovano a supportare le proteste dei docenti: sono portati persino a solidarizzare con il “nemico”. Per lo studente, infatti, il docente è sempre, scherzosamente o meno, la controparte.
Anche l’azione degli insegnanti molto spesso giova a facilitare il progressivo sfilacciarsi della funzione didattica e formativa della scuola. C’è nei docenti uno spirito conservatore che non agevola il coraggio di riprendere le redini dell’autorevolezza della loro funzione. Sembra che ci sia uno spirito di corpo che li spinge più a sottostare ad un ruolo di presenza passiva, che ad imporre comportamenti adeguati e dignitosi.
Non c’è proprio bisogno di leggere i dati dell’OCSE per capire che in Italia la scuola non funziona! E’, persino, ridicolo leggere che il Ministro Gelmini, e coloro che sostengono la necessità della riforma della pubblica istruzione, partendo dal ripristino di strumenti di valutazione tradizionali e seri, siano accusati di sottrarsi al confronto con il personale della scuola. L’attuale pubblico servizio educativo è quello che si arrocca dietro la conservazione di strumenti e metodi già ritenuti di cinica ed irresponsabile insensibilità.
La scuola di oggi ha la presunzione dell’autoreferenza e quella spocchia che deriva dallo status di insegnanti. Sono difetti che disperdono la sensazione della realtà, rendono endemiche le carenze del corpo docente e controproducenti le loro prestazioni.
La gestione per certi versi burocratica e per altri sindacale della scuola italiana è il perfetto contrario della funzione educativa. Nelle scuole tutto è finalizzato, ad esempio, a trarre profitto dalle attività e tutto senza il coinvolgimento, se non secondario, relativo e piuttosto indifferente, dei soggetti principali della istituzione scolastica. Si sposta così la centralità dagli studenti al personale. La funzione didattica si trasforma in “postificio” dove conta più il numero degli occupati che, appunto, le finalità dell’istituzione. Sarebbe necessario invece riqualificare la spesa e la qualità dell’istruzione, tenendo conto sia della finalità didattica che della qualificazione del personale, con un dignitoso trattamento economico ed un sistema premiante in funzione di comprovate capacità.
Da qualche anno si è scatenata la corsa ai progetti che consente a chi li appronta ed a chi partecipa benefici economici, spesso anche esagerati, nella completa assenza della partecipazione degli studenti, cioè in assenza dei veri protagonisti della scuola. Non sono, infatti, i maestri, i professori, il personale, le forze del futuro che il sistema dell’insegnamento si prefigge di promuovere, ma sono invece quei giovani a cui si presta attenzione oggi solo per strumentalizzarli. Nella scuola, come nel pubblico impiego, il personale (mi scuso per la generalizzazione - ndr) si prefigge due soli risultati: maggior guadagno e minor impegno.
Si vuole un esempio? Dopo il provvedimento del Ministro Brunetta sulle assenze per malattie nel pubblico impiego, c’è stata la corsa ad informarsi su cosa si perde se ci si assenta per malattia e su come si possono evitare le decurtazioni. La preoccupazione degli impiegati del pubblico impiego è stata quella di trovare, se possibile, il modo per aggirare l’ostacolo. Nelle scuole le segreterie sono state assalite dai docenti che si informavano. E non ci sarebbe da meravigliarsi se si arrivasse ad ascoltare il disappunto degli studenti per le minori assenze dei loro docenti.
Si parla di tagli. Ma come si possono nascondere le difficoltà economiche del Paese? I tagli sono necessari perché senza la riduzione della spesa non si può contenere la pressione fiscale e non si possono adottare provvedimenti di sostegno alle famiglie, al lavoro ed alle fasce più disagiate. Un’azione di governo responsabile ha così il dovere di tagliare gli sprechi, anche nella scuola.

Vito Schepisi

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