.
Annunci online

illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


30 aprile 2011

Vendola, il PD, la Puglia, il Paese

Il futuro di Vendola si costruisce solo sulla disgregazione dell’idea originaria del PD. 
Il partito di Bersani era nato per rappresentare una sinistra di stampo europeo, aperto al confronto con le componenti moderate, predisposto al gioco democratico della legittimazione dell’avversario politico, spogliato dalle incrostazioni ideologiche, pluralista e slegato dal classismo marxista, ma soprattutto interessato alle idee liberali del mercato e della competizione. 
Nato con Veltroni, il PD ha assecondato il processo di abbattimento della partitocrazia e si è fatto sostenitore del confronto bipolare, come negli USA, tra due schieramenti. Il centrosinistra e il centrodestra, accettando i valori comuni della democrazia, e avvertendo l’esigenza dei cambiamenti condivisi dell’architettura rappresentativa, esecutiva e giurisdizionale degli ordinamenti dello Stato, si prestavano al gioco democratico della maggioranza e dell’opposizione.
Due poli d’interesse politico che, ferma restando la continuità istituzionale e il comune sentimento democratico, erano destinati a distinguersi su temi come previdenza, scuola e università, giustizia, pubblico impiego, sicurezza e fisco, soltanto negli accenti, nelle priorità e nelle strategie di visioni di società compiute. 
Da una parte si pensava a una società democratica in cui far prevalere le innovazioni dei costumi, gli spazi delle minoranze, le integrazioni globali, il pluralismo etnico e, assieme a tutto questo, l’uso allargato della spesa sociale. Dall’altra parte, invece, si pensava sempre a una società democratica in cui far prevalere i valori di origine della cultura occidentale, l’identità nazionale, un’integrazione programmata, il rispetto delle minoranze, ma senza gravare sui diritti delle maggioranze e, assieme a tutto questo, la riduzione della spesa sociale a vantaggio dello sviluppo e degli investimenti, minori vincoli burocratici, più libertà d’impresa e maggiore flessibilità del mondo del lavoro.
In verità questo quadro non è stato dissolto da Vendola. Ci aveva già pensato lo stesso Veltroni. Perse le elezioni, sotto la pressione di Di Pietro, l’americano del PD, dopo il voto e gli impegni presi, ha cambiato la strategia d’opposizione, trasformandola da costruttiva a pregiudiziale. Persino la legittimità del voto popolare è stata messa in discussione. La sinistra di Vendola, assieme a tutte le componenti della sinistra alternativa, era invece rimasta fuori del Parlamento, consolidando l’idea che l’Italia ed i suoi elettori avessero scelto la democrazia ed il confronto civile.
Questa premessa è utile per capire l’attacco, oramai quotidiano, di Vendola al PD. È un attacco rivolto al sistema stesso della democrazia liberale. Vendola un anno fa in Puglia ha salvato la sinistra dalla sensazione di una sconfitta totale. E ora vuole riscuoterne il premio. Un anno fa, uscito da 5 anni di governo regionale senza colore, è riuscito ad imporre le primarie al PD. Era arcisicuro di vincerle, dopo aver costruito per tutto il tempo del suo mandato le premesse per il suo nuovo successo. E ora vorrebbe imporre la sua linea al Paese.
Forte di una rete clientelare di consenso politico tessuta in tutta la regione, rilevata anche nelle inchieste della magistratura sulla Sanità, Vendola, giovandosi di una stampa locale non ostile, se non addirittura amica, puntando su alcuni temi a effetto, come l’acqua di tutti e no al nucleare, ha vinto su un centrodestra spaccato. Nichi è abile a volgere tutto a suo favore. Utilizza ottimamente la pubblicità istituzionale per promuovere la sua immagine. Ha potuto persino giovarsi delle inchieste della magistratura su aspetti di vita mondana che, incrociandosi con personaggi pugliesi, sulla stampa locale facevano passare in secondo piano le inchieste sulla sanità e i coinvolgimenti e gli arresti dei suoi collaboratori.
La stessa strategia vorrebbe metterla in campo per la corsa alla guida del Governo nazionale. La sua candidatura a sfidare Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi, e la richiesta di primarie per la scelta, è partita il 18 luglio del 2010 a Bari durante i lavori degli “Stati generali delle fabbriche di nichi". Vendola ha già deciso: o le primarie o la sua candidatura a prescindere. Nessuno può pensare che sarà lui a cambiare idea. Non esiste per Vendola il concetto di cambiare idea.
I tentativi del PD di metterlo in difficoltà non servono. E su un aspetto il Governatore ha ragione: il PD ha votato con lui il suo programma e le sue scelte e i tentativi di metterlo in difficoltà con le assenze sui banchi della maggioranza appaiono goffi e incoerenti. Le minacce di dimissioni pochi giorni fa sono state un altro suo colpo di teatro. Il Governatore è abile ai colpi di scena. E minacciare le dimissioni sul contrasto alla rimozione dei vecchi amministratori delle Asl, per sostituirli con giovani manager sarebbe stato per il PD pugliese un vero autogol.
Nichi sta logorando lentamente il PD e lo fa giorno per giorno, senza sosta. L’ultima stoccata è contenuta nell’intervista al “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Ci ricorda la sua battaglia dell’uomo “solo contro tutti” già usata in Puglia. Il suo avversario per ora non è Berlusconi ma Bersani, come non era il centrodestra in Puglia, lasciato maturare nel suo logoramento e nei veti incrociati tra l’autunno del 2009 e l’inverno del 2010, ma D’Alema ed il suo sistema di potere in terra pugliese.Se perdesse anche questa battaglia, Il PD dovrà prendere definitivamente atto del fallimento del suo progetto di rappresentare il riferimento della sinistra in una democrazia compiuta.
Non resta che chiederci se sia possibile immaginare oggi una sinistra, in una Nazione europea, legata alla figura e alle politiche del sapore ideologico di Vendola.
Vito Schepisi


7 gennaio 2010

Primarie e PD

Le primarie sono come la classica coperta troppo corta: se vuoi coprirti le spalle finisci col lasciarti scoperti i piedi. Mutuate, per le elezioni presidenziali, dal sistema elettorale degli Stati Uniti d’America, in Italia, tra qualche tempo, serviranno ad eleggere persino gli amministratori di condominio.
E’ nello stile del “si può fare”, perché tutto ciò che è ”americano”, in Italia, se a stabilirlo sono i soliti noti, è politicamente corretto. E’ nato così il Partito Democratico, con le primarie drogate, dopo una grande kermesse al Lingotto di Torino per investire già tre mesi prima Veltroni, benedetto dalle grandi famiglie industriali italiane e da un gruppo editoriale di grande impatto ideologico nell’area della sinistra italiana. 
Le primarie in Italia erano già state introdotte appena due anni prima, volute da Prodi che, consapevole di essere nell’area della sinistra italiana un espediente più che una soluzione, voleva legittimarsi alla candidatura nelle politiche del  2006 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una legittimazione politica che a quanto sembra è servita a ben poco, come a ben poco è servita quella di Veltroni nel 2007 ed a ben poco, sembra di capire, servirà anche quella recente di Bersani.
Se le riflessioni sono un aiuto alla comprensione dei fenomeni,  e se possono servire come indicazioni per le scelte future, occorre dire che la forma deve essere sempre un modo per far emergere le qualità delle cose e mai, viceversa, un modo per celarne la sostanza. Primarie si, ma su scelte vere!
Nel Partito Democratico appare sempre più difficile, però, poter guardare alla sostanza in quanto c’è una gran quantità di scelte non fatte, di equivoci non risolti, di strategie del divenire troppo vincolate alle nostalgie del passato. Sono apparsi, inoltre, nel partito che in due anni è stato prima di Veltroni, poi di Franceschini e che ora è guidato da Bersani, più i metodi tipici di una opposizione al sistema, che richieste di modifiche alle soluzioni dei provvedimenti in discussione, e tanto meno si è avvertita la presenza di proposte politiche alternative, se non quella di dire: vada via Berlusconi che ci mettiamo noi qualcuno di diverso.
Nel PD ci sono molte voci diverse che gridano, e sono spesso voci divergenti. Per un partito di natura popolare può essere anche giusto che sia così, ma se è vero che in questo modo si riesce a coinvolgere un arco trasversale delle realtà sociali e del pensiero politico del Paese, è anche vero che spaventa la sua parte moderata e che disorienta e delude quella più pregiudiziale e dura. Il risultato finale è che il PD non riesce ad aggregare e viene visto dai suoi alleati più come un serbatoio da cui attingere, soprattutto dopo che alle politiche del 2008, con l’appello ad evitare il voto inutile, Veltroni aveva cannibalizzato i partiti minori.
Le contraddizioni, se sono tante, finiscono sempre per emergere. Le primarie, ad esempio, si fanno a corrente alternata, e si ammettono solo i candidati che non disturbano, ed accade anche che si facciano quando fa comodo e che si neghino quando si mostrano scomode.
Sono mesi che in Puglia il governatore uscente Vendola, forte della fiducia sempre ricevuta dal maggior partito della coalizione di sinistra che nel 2005 vinse le elezioni, chiede la legittimazione della sua gestione con la riconferma della candidatura alla presidenza. E sono mesi che il PD fa finta di non sentire.
La contraddizione più evidente è che i responsabili del partito democratico magnificano la gestione passata, ma pongono ostacoli alla sua riconferma; esaltano l’esperienza della gestione della sinistra radicale in Puglia, ma indicano una strada moderata per una nuova esperienza politica in compagnia di Casini. Ed è così che la Puglia è in bilico tra il desiderio di D’Alema di allargare la maggioranza al centro, nell’ottica di un laboratorio politico per preparare le future competizioni elettorali nel Paese, e quello della riconferma di Vendola; tra la difesa della tenuta complessiva della sinistra, con l’aiuto di una componente moderata, e l’interesse, un po’ personale ed un po’ politico, di un pezzo della sinistra più estrema di non spegnersi.
Resta che sulla richiesta delle primarie da parte del governatore uscente, che sa di poter ben controllare il territorio amministrato da 5 anni, il PD nicchia confondendo tutti, e confondendosi da solo, tra le primarie di coalizione e le primarie di partito, tra la modifica della legge regionale sulle candidature dei primi cittadini delle grandi città ed i propositi dei allargamento della coalizione.
Primarie si, primarie no! Il PD non sa se coprirsi i piedi o le spalle. Come accade con l’alleato Di Pietro: il PD non sa mai cosa fare! Non sa mai se far maturare il suo processo democratico o andare all’assalto.
Vito Schepisi          su Il Legno Storto
 


24 novembre 2008

Riformare la Sinistra


Per quanto sia impensabile che possa essere una preoccupazione di chi non è di sinistra, ma è necessario che ci si debba preoccupare di poter avere in Italia una sinistra democratica e riformista. Ogni forza politica di ispirazione liberale ha bisogno di interlocutori coerenti e credibili, per poter instaurare il metodo del pluralismo di pensiero e della democrazia della scelta.

Nelle diverse forme istituzionali in cui si sviluppano i modelli di democrazia compiuta, il confronto politico ha bisogno di contendenti attendibili per evitare il rischio della sclerotizzazione della classe dirigente e la conseguente loro trasformazione in casta di potere.

Si era già detto ai tempi del suo sorgere che il Partito Democratico, nato su un progetto politico più di vertice che di popolo, non avesse la spinta per poter colmare un vuoto avvertito nella sinistra democratica della politica italiana.

Resta viva, infatti, la sensazione che a sinistra non vi siano interlocutori responsabili e soprattutto che da parte dei protagonisti non vi sia una scelta ferma di adesione ai metodi del libero confronto caratteristici di una scelta liberale. La democrazia asserita non si può esaurire nei riti formali delle primarie, organizzate per di più dagli apparati e con la preventiva indicazione del vincitore, come è accaduto prima con Prodi e poi con Veltroni. L’opzione della scelta democratica non si esaurisce neanche con la navigazione a vento, come fa Veltroni, che finisce sempre col disporsi a trovare il suo Eolo in Di Pietro. E se invece di Veltroni, il PD dovesse scegliere il marinaretto più aduso allo spirar dei venti, questi oserebbe persino affermare d’essere in grado di deviarne il corso, per quanta spocchia elitaria e presunzione possiede.

Il Pd lo scorso anno nasceva dall’integrazione dei due corpi della sinistra consumati dalla storia ed esauritisi per gli errori passati.

La sinistra post comunista, trasformata nel nome, era rimasta integra nella sua classe dirigente, anzi si era attrezzata a far emergere, nella nomenclatura, tra i cavalli di razza, le personalità più caratterialmente formatesi nella vecchia idea leninista: quella del regime che si insinua nei meccanismi della democrazia per ridurli alla dipendenza, come una sostanza stupefacente.

La sinistra popolare non marxista ma integralista, centralista e soprattutto illiberale, invece, aveva aggiunto alla sua contrarietà al sistema della libera impresa, l’onta d’aver perso la centralità della guida della Nazione. I colpi di tangentopoli e le scissioni di quella che era stata la vecchia dc avevano reso più duri i toni della contrapposizione alla svolta neo liberale che, proveniente dall’Europa, si affacciava anche in Italia, introducendo la cultura dello stato minimo e le regole di mercato.

Ai post democristiani di sinistra, in verità, già prima della fusione nel PD venivano meno i principi della tradizione cattolica italiana, sia nella scelta delle alleanze che nella collocazione tra le grandi famiglie europee, disperdendo l’abitudine a quelle ampie sintesi, in cui si riconoscevano tutti i sinonimi ed i contrari della vecchia “balena bianca” della politica italiana, per ritrovarsi così uniti nell’ispirazione comune di governare il Paese sotto il simbolo dello Scudo Crociato e dell’identità etica del cattolicesimo.

Il Partito Democratico era stato pensato da un uomo, politicamente apolide, pur se in passato aveva militato a fianco di De Mita e Andreatta nella DC, quando si era fatto nominare ministro con Craxi, e Presidente dell’IRI due volte. Era stato pensato da Prodi per poterne assumere la guida, fuori dai condizionamenti dei DS e della Margherita. L’ambizione dell’uomo era di diventare statista senza averne le qualità per quanto pavido, introverso e per niente carismatico.

Prodi aveva bisogno di una sinistra senza memoria e senza riferimenti, aveva bisogno di una componente parlamentare da poter dirigere e manovrare a suo piacimento, ma è caduto in disgrazia prima di poterla veder nascere.

Voleva una sinistra senz’anima, ed è riuscito ad averla. Il suo posto, però, l’ha preso Veltroni che ha provato a cambiar tragitto, ma ha imboccato un percorso tortuoso che lo porterà solo ad un nuovo fallimento e forse al ritorno al passato con una nuova probabile scissione.

Vito Schepisi


28 agosto 2007

Le Primarie del PD: una commedia all'Italiana

Le primarie del partito democratico mettono in scena la madre di tutte le fiction. Anche i contendenti alla guida del partito della sinistra ulivista interpretano le parti dei protagonisti e delle comparse nello scenografia di una commedia tipicamente all’italiana. Sia sufficiente il percorso a ritroso della nascita di questa nuova entità politica per comprendere la falsità tipicamente post comunista di una esigenza strumentale, più che ideale e programmatica, di un nuovo partito che si predispone ad essere il contenitore tipico di vecchie abitudini e di strategie trasformiste che abbiamo imparato a conoscere dal dopoguerra ad oggi. Nella commedia i protagonisti hanno le stesse gambe su cui già hanno camminato le teste di uomini con idee vecchie e desuete, persino chiome imbiancate nell’esercizio di un protagonismo politico che va dagli epiloghi del fascismo all’assimilazione del neo comunismo. Trovare Scalfaro tra i protagonisti della cosa nuova della sinistra è inquietante prima che desolante. C’è chi dice che la continuità è garanzia di democrazia e condizione di un percorso della storia che adegua la politica all’esigenza dei tempi e della società che si evolve mantenendone i valori. Tutto vero! Ma qua il discorso è diverso! Nel caso del partito democratico a nessuno conviene portare bagagli di un passato imbarazzante. Non c’è tradizione e cultura in quei luoghi che meriti d’essere recuperata. Anche l’egemonia culturale del vecchio pci, a conti fatti, non è stata che la sintesi del fallimento del pensiero politico dominante nella seconda metà del secolo scorso. Era rappresentata da un ceto intellettuale che non ha saputo o voluto guardare con equilibrio e dignità le realtà che si contrapponevano alle democrazie occidentali. Una casta intellettuale che non ha saputo interpretare e promuovere le scelte economico-programmatiche che servissero a garantire sicurezza e benessere alle giovani generazioni. Uomini imbevuti di cieco furore ideologico, sfociato spesso in violenza, ed utilizzati a sostegno delle spinte corporative dei sindacati favorendo precarietà, disoccupazione, tensioni sociali e l’impoverimento del Paese. Un mondo della cultura sempre attento a gareggiare in prontezza nel sottoscrivere i richiami del regime alla condanna spesso dell’onestà, del buonsenso, della giustizia e dei principi etici e culturali di un popolo intero. Uomini spesso cinici e vili che a guisa delle tre scimmie, in cui una non guarda, l’altra non parla e la terza non sente, si rincorrevano a teorizzare alienazione e sociologia. Si indicavano i vizi del capitalismo, si demonizzava il profitto e si spacciava per arte e cultura anche l’espressione più becera purché ossequiente alle parole d’ordine di intolleranti fautori di regimi dispotici.

I giochi sono fatti ed ai neo-comunisti è stata anzitempo assegnata la guida. La scelta è caduta su Veltroni per le note difficoltà di altri notabili DS e perché era l’unico con una sua popolarità che poteva esser spacciato per nuovo. La sintesi tra Ds e Margherita rappresentata da Prodi, forte di una collocazione apparentemente autonoma ed equidistante, è venuta meno con il tracollo della popolarità del professore emiliano. Questa è la chiave di lettura di un accordo di vertice stabilito da tempo per sdoganare la trasformazione dei neo comunisti e di quanti, uniti nella Margherita, hanno perso da tempo una loro identità. E per spiegare tutto questo, già stabilito a tavolino, è stata rappresentata la kermesse del Lingotto a Torino e la competizione in atto, per la guida del nuovo partito, che si dispiega senza esclusione di colpi. Si è voluto anche il sacrificio di concorrenti alla guida del PD che hanno il compito di perdere (saranno certamente ricompensati), utili a dimostrare che si tratta di una competizione democratica, un po’ come avveniva nei paesi dell’est europeo prima della caduta dell’impero sovietico. Si è assistito persino alla discesa di candidati che vogliono solo mettersi in mostra e di provocatori un po’ patetici e comici.

Le prime pagine di giornali da mesi riportano un finto confronto in cui si dibatte del nulla e dell’uovo di Colombo. C’è già chi dice che tutti avrebbero potuto farlo ma che Veltroni l’ha fatto con impegno e serietà. Cosa non si sa! Come è sempre stato nel suo caso: un personaggio che non si ricorda per nulla di preciso ma che si pone come il contenitore di tutte le virtù. Si sa che per Veltroni servono meno tasse per tutti ( anche per Totti?), serve più ordine e più controllo nelle città, uno sguardo anche alla questione settentrionale, più flessibilità nel lavoro, dialogo con il Paese reale e persino l’adozione dello stile Sarkozy . Sembra quasi Berlusconi. Si sa che ritiene fondamentale recuperare i valori del mercato e dell’economia ma naturalmente coniugati con le esigenze del sociale; serve anche rispettare i diritti, salvaguardare le minoranze, rispondere ai bisogni, garantire i diversi ma senza venir meno ai principi dell’etica. Tutto sembra sia per immagini, proposte concrete zero. Solo immagini da buon conoscitore di fiction.

Si ha l’impressione di un gioco delle parti, di una commedia all’italiana in cui si adeguano situazioni e personaggi, ed anche la stampa, al bisbiglio della gente, con la spasmodica ricerca di assecondarne gli umori. Prodi, ormai fuori gioco, si preoccupa di motivare i concorrenti di Veltroni. Ha interesse ad indebolirlo e rallentare il processo della caduta del suo Governo. E’ consapevole che Rutelli e Veltroni, se quest’ultimo registrerà un successo personale convincente, saranno pronti a scaricargli addosso tutte le responsabilità di una stagione politica deludente e resa precaria da una maggioranza instabile. Il dramma è tutto dei cittadini italiani perché questa commedia è rappresentata sulla scena di una Nazione con tanti problemi, a discapito degli interessi e dei bisogni del Paese.

sfoglia     marzo        maggio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

giambattista salis
l'occidentale
Il Libero Pensiero
Il Blog di Vito Schepisi


CERCA