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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


4 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^ parte)

Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore.
I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione.
In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona.
Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia.
Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti.
Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto.
Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre  la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”.
Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni:
1)     Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione;
2)     il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione;
3)     c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.
Ma garantito cosa?
(continua)
Vito Schepisi


14 gennaio 2011

Garantismo svenduto


Una volta nella sinistra in Italia emergeva un’area di contestazione verso tutto ciò che poteva essere riferito al conformismo, alle tradizioni, ai valori nazionali. Negli ambienti liberali si seguiva con interesse la demolizione dei luoghi comuni, delle ritualità e si comprendevano persino le ragioni di una necessità rivoluzionaria che sbloccasse le rendite di posizione, le caste, i baronati, gli abusi e le discriminazioni.

Nel distinguersi, si pensava alla sinistra come a uno spazio in cui si formavano gli opportunisti e si strumentalizzavano le carenze e le necessità delle popolazioni, e dove si cavalcavano i bisogni ed i diritti negati per trarne vantaggi politici o sindacali. In molte circostanze, si è pensato che la sinistra coltivasse il malessere per poterlo canalizzare in politica e sfruttarlo. Ricordiamo il “tanto peggio, tanto meglio” di Togliatti. In tanti pensavano che la sinistra italiana fosse diretta da centrali di controinformazione internazionale, per minare la compattezza dell’occidente libero, e che, nel periodo della guerra fredda, la sinistra comunista lavorasse per favorire le mire imperialiste dell’espansionismo sovietico.

Le sintesi, però, portavano anche a pensare che, piuttosto per opportunità e non per scelta, la sinistra fosse inconsapevole portatrice di alcune ricette dell’anticonformismo istituzionale e del disconoscimento di qualsivoglia tentativo di introduzione di gestione di poteri assoluti da parte di servizi o di ordinamenti dello Stato (polizia, magistratura, finanza, editoria).

Si è pensato che la sinistra prestasse grande attenzione verso tutte quelle garanzie che nelle democrazie liberali sono a presidio dell’imparzialità della gestione dei poteri nell’ambito della vita civile dei cittadini. E dalla percezione di una sinistra garantista, emergeva anche quella di pensare che fosse contraria, per scelta, per opportunità, per formazione, per principio, all’ordinamento giurisdizionale inteso come una casta autonoma, priva di riferimenti con la società, di assonanza con il senso comune e di collegamenti con il sentimento popolare.

La sinistra fino all’inizio degli anni 90 ha usato il garantismo giudiziario come un proprio distintivo di riconoscimento. Mai la sinistra avrebbe acconsentito, senza gridare al complotto, che un Organo Istituzionale, quantunque supremo come la Corte Costituzionale, potesse sottomettere la politica e le scelte del Parlamento al giudizio e alle limitazioni di un servizio dello Stato, benché autonomo.

Dinanzi al ribaltamento dei principi, però, non può reggere solo l’antagonismo a Berlusconi, come alcuni provano a sostenere. Non si può, infatti, oggi in Italia pensare di rispolverare i principi del male assoluto che giustifichino le soluzioni assolute. La democrazia ha ragione di essere se la sovranità popolare mantiene la sua supremazia e se il Parlamento, espressione del popolo, abbia facoltà di legiferare senza subire ipoteche e ricatti.

Non è pensabile una democrazia ove un magistrato, se non gli va bene una legge, si rivolge alla Consulta - dove sa che c’è una maggioranza che è espressione politica contraria a quella che ha approvato la legge - per farla cassare. Non può che destare inquietudine un Organo Istituzionale che si cimenti a mettere sotto tutela il Parlamento.

E’ cambiata la sinistra o è mutato lo scenario politico? Sono cambiati i personaggi o è mutata la strategia della sinistra, dopo aver acquisito il controllo del potere giudiziario?

E’ evidente che il presunto garantismo della sinistra sia stato svenduto. La sinistra riscuote un’attività distratta e assolutoria per la sua parte, che diventa, invece, inquisitoria e intimidatoria verso gli avversari politici, e ricambia con l’azione di freno verso ogni tentativo di riforma dell’amministrazione giudiziaria. E’ almeno dal famoso decreto Biondi del 1994 che ogni tentativo di intervenire su temi che riguardino la giustizia e il ruolo dei magistrati e ogni tentativo di modificarne i privilegi, di intervenire sulle carriere, di modificare l’impianto organizzativo della giustizia cozza contro una barriera formata dall’alleanza tra magistratura e sinistra.

“La Magistratura è la più grave minaccia allo Stato Italiano”. L’avrebbe detto D’Alema all’ambasciatore USA, stando a quanto rivelato da Wikeleaks. Peccato che per l’unica cosa verosimile detta dal leader PD ci sia stata poi la smentita!

Vito Schepisi


6 luglio 2010

I magistrati se la prendono con Il Legno Storto

Se il Vice Presidente del CSM, Mancino, ha ritenuto “eccessivo” lo sciopero dei magistrati contro il Governo, avallando di fatto l’accusa del Ministro Alfano di “sciopero politico”, è un segnale di preoccupazione e stabilisce che qualche limite sia stato superato.
Ma se è così, è legittima anche la preoccupazione per una magistratura che appare in sospetto di parzialità. E’ giusto chiedersi se sia qualcosa di più di una sensazione la presenza del sistema giudiziario nelle mani di una corporazione spesso sorda alle regole della civiltà giuridica. E ci può anche stare il sospetto che la magistratura, trasformatasi in casta, pensi più ad altro che non alla mera erogazione della giustizia.
I giudici che si autoassolvono, ed i magistrati chiamati a giudicare su risarcimenti richiesti dai loro stessi colleghi su cause intentate contro chi esprime le proprie opinioni, fa poi parte di un sistema che facilita i sospetti. L’autonomia giurisdizionale è stata voluta dal Costituente con un significato molto diverso dalla presunzione dell’esercizio di un potere esclusivo e fuori da un riferimento democratico e pluralista. I costituenti non hanno certo pensato all’ordinamento giurisdizionale come a quello di una casta.
La democrazia non è un feticcio da idolatrare a comando. E’uno strumento di civiltà che si adopera giorno per giorno per migliorare la vita relazionale di intere comunità. Non si può pensare che valga per alcuni e non per altri. La democrazia consente a ciascuno di esprimersi, di non essere d’accordo e soprattutto di poter correggere ciò che non funziona. E la Magistratura in Italia non funziona.
Per un principio liberale, nessuno deve sentirsi al disopra di tutto e nessuno può esercitare funzioni senza controllo nel metodo e nel merito. Il controllo deve essere esercitato dagli organi preposti, per la parte disciplinare, e dall’opinione pubblica e dalla stampa per quello della pertinenza e dell’efficacia. Non può pensarsi una giustizia che sia lasciata nelle mani di singoli ed usata per esercitare vendette, per modificare la storia, per imporre un principio politico, per sovvertire l’espressione democratica della pronuncia popolare.
Non si può pensare che nello Stato ci possano essere corpi che agiscano per fini diversi dal pubblico interesse. E se la giustizia è amministrata nel nome del popolo è perché si pensa che così debba essere perché l’Italia sia un nazione coerentemente democratica. C’è più di un dubbio, però, che sia effettivamente così!
Se la Giustizia, ad esempio, fosse utilizzata per tappare la bocca a chi esprime le sue convinzioni o a chi si cimenta ad interpretare la storia, assumerebbe la funzione di un’arma impropria utilizzata per sopprimere la libertà. Se si prendesse nota di ciò che succede con l’azione di quella magistratura che invade il campo della politica e con quella di politici che si rendono portavoce delle procure, emergerebbe con chiarezza anche il pericolo di una pericolosa deriva giustizialista. Non va! Non Piace! Inquieta!
Il timore di una magistratura che finisca per sostenere una parte politica, intervenendo nel merito delle leggi, sta diventando più di un sospetto! I casi di estemporaneità dell’azione giudiziaria alla vigilia di ogni elezione, se finiscono col deviare l’attenzione sui connessi episodi marginali che si prestano  alle più classiche azioni di strumentalizzazione, non possono essere solo e sempre coincidenze.
E’ bastato, ad esempio, far scendere in campo una escort per trasformare la cattiva gestione della sanità pugliese in gossip. La focalizzazione su episodi pruriginosi è stata sufficiente per deviare l’attenzione dai risvolti meschini ed inquietanti, dai fatti di corruzione, di malavita organizzata, di controllo politico del territorio, di ricatti sessuali che coinvolgevano personaggi della Giunta regionale di Vendola.
Sarà perché si vive in una realtà mediatica, ma tutto ruota intorno alla spettacolarizzazione degli episodi. Ma la macchina da presa è uno strumento che non ha anima! E’ l’operatore che la punta sui fatti che animano la curiosità degli spettatori. In Puglia invece d’essere puntata su episodi che avevano per sostanza l’uso allegro e prepotente delle risorse pubbliche della regione, quelli che poi avrebbero portato gli inquirenti a chiedere l’arresto di un vide presidente del PD ed a far emergere una vasta trama di rapporti illegali, è stata puntata, invece, sulla vita privata del Premier. Sullo sfondo c’era il lettone di Putin a solleticare la curiosità, ma in cabina di regia anche la mano di un malizioso regista. Ma se la magistratura si mette al servizio del regista, c’è motivo o no per esserne preoccupati? E se la stampa libera, anche se minore e più povera, viene citata in giudizio per opinioni critiche e valutazioni politiche c’è motivo di preoccupazione? Preoccupiamoci allora perché è ciò che sta accadendo al giornale on line Il Legno Storto. Chi sarà il prossimo?
Vito Schepisi


3 giugno 2010

Rigore e furbizia in Di Pietro

L’ex PM di Mani Pulite, Di Pietro, ha esercitato molti mestieri. Ma di tutto ciò che ha fatto, di come l’abbia fatto, e perché, da un certo tempo indietro, si sa molto poco. Da ciò che se ne osserva, si ha l’impressione che per tante cose fatte sia stata calata una cortina di fumo che impedisce di guardare più in fondo.
Ogni tanto spunta una foto che lo immortala assieme a personaggi discussi, in atteggiamenti gioviali e di estremo relax, come a tavola, ad esempio. Dai tanti misteri è naturale che affiorino tante ipotesi “gelatinose”. E l’uomo è sempre pronto a smentire e minacciare querele. Ma oltre al negare, minacciare e querelare, ciò che manca è solo ciò che sarebbe invece utile: chiarire.
Si dice che un personaggio pubblico debba essere trasparente e che della sua vita privata, presente e passata, si debba conoscere tutto. Con questa tesi non si è tutti d’accordo. Non lo si è almeno per ciò che riguarda la vita più riservata ed intima degli individui. Non c’è condivisione, infatti, quando di un uomo pubblico si vogliano giudicare i suoi gusti, i suoi piccoli o grandi vizi innocui, le sue passioni, i suoi amori, i suoi affetti, le sue debolezze intime, le sue questioni di famiglia.
Non sembra, però, che le stesse perplessità sulla riservatezza coinvolgano più di tanto il sentire dell’On. Di Pietro, in particolare quando si è trattato di giudicare la vita privata dei suoi avversari: chiamò persino “magnaccia” il Presidente del Consiglio. Nei modi che di lui conosciamo c’è una gran voglia di censura verso quelli che, per l’acredine ed i toni che usa, appaiono come suoi “nemici”.  L’ex PM ha, inoltre, una costante predisposizione al giudizio critico sulla moralità degli altri. Un po’ meno sulle vicende che riguardano la sua vita privata e quella delle persone di famiglia. Nessun giudizio critico anche sulle vicende che investono la gestione del suo partito. Nessun  imbarazzo, infatti, per il modo un po’ singolare con cui vengono amministrati i contributi elettorali che la legge prevede di erogare non ai singoli individui o a società private, ma ai soggetti politici espressione della vita democratica del Paese.
Ma se per un uomo pubblico la riservatezza sulla sua vita privata dovrebbe essere rispettata e garantita, altrettanto non si può dire per la sua vita sociale. Il curriculum vitae di costoro dovrebbe essere, infatti, trasparente e visibile. Chi si propone per amministrare e gestire beni o per esercitare importanti funzioni pubbliche, dovrebbe dar conto di ciò che ha fatto per qualità, quantità e coerenza. Eccezioni dovrebbero essere previste solo per soggetti che svolgono funzioni sottoposte al segreto di Stato o funzioni di sicurezza nazionale, non per coloro che hanno cambiato lavoro come si cambiano i calzini.
Il popolo deve poter giudicare l’operato dei suoi rappresentanti, e deve esser messo in grado di farlo, tanto più ove dinanzi ad ex poliziotti ed ex magistrati. Niente è peggio per la democrazia che il sospetto dell’abuso del ruolo pubblico esercitato. Prerogativa della democrazia, inoltre, non è quella di giudicare la società, ma il contrario. Un concetto quest’ultimo che varrebbe anche per l’abitudine che alcuni manifestano nell’infierire sugli elettori che fanno liberamente le loro scelte.
Di Pietro ha lavorato all’estero, ha fatto l’operaio, il poliziotto, il magistrato, il politico, l’avvocato, il leader di partito, il Ministro, il professore universitario, persino lo scrittore. Verrebbe da pensare che sia un uomo di grande talento. Un genio. Peccato, però, che mostra d’aver qualche problema persino con la lingua italiana!
Autocritiche del personaggio non se ne conoscono, e tanto meno chiarezza sul suo passato. Sui misteri della sua vita e sui suoi affari, il neo avvocato adotta, infatti, la stessa strategia difensiva consigliata agli imputati dai suoi colleghi penalisti: negare sempre, anche l’evidenza se occorre. E lui nega di tutto!
L'abitudine di trarre giudizi e di formulare requisitorie d’accusa a Di Pietro riviene dal retaggio delle sue esperienze passate di poliziotto e magistrato. Si vuole, pensare che sia solo così, perché, se non fosse, sarebbe invece una tara perversa della sua indole, allorquando si predisponesse a sfruttare con evidente ferocia ogni possibile opportunità aggressiva. Ma d’altra parte, appare evidente, ed occorre rilevarlo, che nella sua vita Di Pietro non ha mai dato impressione di sottrarsi dall’utilizzo delle conoscenze e dall’abilità di saper mescolare gli atteggiamenti di un sembiante rigore con quelli di un’ipocrita furbizia.
Una figura singolare Di Pietro. Un mix tra un personaggio pirandelliano ed un modo  gattopardesco di rivoluzionare le cose, traendone un immediato giovamento ed i presupposti di un successivo utilizzo. Come scriveva Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”
Vito Schepisi


20 maggio 2010

Libertà di dire e libertà di riferire

Ma la libertà di dire è tutelata come la libertà di riferire? In Italia questa domanda non è mal  posta, in particolare ove si parli di libertà di stampa. Occorre chiederselo quando si discute di quei provvedimenti legislativi resisi necessari per tutelare il diritto di tutti alla riservatezza.
E’ la stessa questione che qualche anno fa, con la sinistra al Governo, fu avvertita anche dal maggior partito d’opposizione. Solo che in quella circostanza, al momento di trovare una soluzione, emerse una diversa sensibilità e tutto fu accantonato. All’interno dell’Unione di Prodi, instabile nei numeri, giocarono il ruolo di freno sia la componente giustizialista, portavoce della casta dei magistrati, che le forze della sinistra alternativa, in crisi di identità per l’ambiguo ruolo tra l’essere parte della maggioranza e fautrice dell’opposizione al sistema.
C’è, però, che in Italia, quando s’avverte la necessità di porre dei limiti, quando è in gioco un diritto di libertà, uno stesso provvedimento non può trovare applicazione per tutti. Della serie: la legge si interpreta per gli amici e si applica per gli avversari. C’è sempre almeno uno per il quale anche il diritto si trasforma in abuso e per il quale si vorrebbero leggi speciali, se non l’obbligo di scomparire, anche se con azione violenta.
E non può reggere affatto la stopposa obiezione della vita privata dell’uomo pubblico trasparente come un contenitore di vetro. Nessuno è una macchina. Tutti hanno diritto ad una parte di vissuto quotidiano che deve restare inviolabile e riservato. Tutti hanno diritto alle debolezze, alle fantasie, ai sospiri, ai sogni, alle megalomanie, agli scatti d’ira, ai sentimenti ed ad esprimersi in libertà. Parlare in privato, senza il timore d’essere intercettati, ad esempio, è una libertà che non può essere svenduta per nessuna ragione.
Parlare di politica, di sport, di donne, di economia, di fatti personali, di gusti, di abitudini, di tendenze, di pulsioni, di fantasie, di desideri, ma anche arrabbiarsi, insinuare, imporre, infierire, raccomandare, suggerire, sono peculiarità che fanno parte della natura relazionale ed impulsiva dell’uomo, come ne fanno parte il vizio di trascendere nelle espressioni o la debolezza di farsi trascinare nelle emozioni. Non si può comprimere il bisogno di esprimersi, né mettere alla berlina le debolezze umane. L’uomo nasce come un contenitore di passioni e di contraddizioni: è imperfetto per carattere e costituzione. Kant sosteneva che l’uomo fosse come un legno storto: ”Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto”.
Ciò che si dice in privato non può essere in se oggetto di reato, ma neanche deve essere posto all’attenzione della pubblica opinione. A dividere ed ad alimentare la voglia della gente di trarre giudizi, bastano già le televisioni con i reality, le fiction, i talkshow, i programmi di approfondimento e persino con lo sport. Il gusto del dileggio è invece rozzo e medioevale. In Italia sono tutti giudici, proprio come succede per lo sport nazionale, come sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio. Non c’è uomo, donna, vecchio o bambino che non sia pronto a giudicare il suo prossimo. Si colpevolizza  ogni cosa, persino le opinioni ed i pensieri, persino le conoscenze e le amicizie.
Ma quello di denigrare l’avversario è un metodo che fa parte della mentalità repressiva dei regimi illiberali. Il giustizialismo è il più pericoloso ed incivile metodo di strumentalizzazione politico-giudiziaria dei comportamenti ritenuti illeciti. Solo la magistratura, invece, come previsto dalla Costituzione, e servendosi delle funzioni di indagine e di pubblica sicurezza dello Stato, ha il compito di prevenire, sanzionare e reprimere i delitti. La funzione giudiziaria non l’hanno, invece, i politici che spesso fingono di ignorare la trasversalità dei reati, e neanche i giornalisti, e tanto meno l’hanno quei “tribunali speciali" allestiti nelle trasmissioni televisive di approfondimento, senza garanzie, senza difesa e senza rigore procedurale. Un metodo aggressivo e violento  che si trasforma in intollerabile gogna mediatica e che spesso annienta la vita di gente innocente.
Quasi nessuna intercettazione di rapporti confidenziali tra gente libera e non sottoposta ad indagine giudiziaria, tra quelle che transitano sui giornali, si trasforma poi in una contestazione di responsabilità penale che regga nelle aule di un tribunale. Quale è allora lo scopo di carpire il privato e diffonderlo?
I reati vanno sempre accertati nelle situazioni reali, non attraverso l’orecchio del “grande fratello”. Anche la trascrizione di uno scambio di battute telefoniche può essere fuorviante. Secondo i toni, le pause, il contesto, si può trasformare un proposito lecito in un altro illecito. Si può sputtanare una persona travisando le sue parole ed i suoi propositi. Si può criminalizzare l’ironia, colpevolizzare le debolezze, strumentalizzare persino il travaglio psicologico di persone sottoposte allo stress di un procedimento giudiziario. Si può anche, come si è visto ad esempio con una intervista al Giudice Borsellino, far dire ciò che invece non era stato mai detto, mixando artatamente interviste diverse.
In uno Stato di Diritto le responsabilità vanno accertate nei Tribunali e chi sbaglia è chiamato a risponderne. Il procedimento penale è pubblico e c’è sempre una sentenza pubblica. Ma la condanna, se c’è, viene dopo e non prima: viene sempre dopo l’accertamento della verità e non stabilita in un processo mediatico.
Vito Schepisi


29 gennaio 2010

La Giustizia italiana all'ultimo posto in Europa

La serietà impone che quando si parla di temi complessi che richiedano interventi legislativi di riforma, si abbia una visione quanto più larga possibile di tutta la questione, e si abbia l’accortezza di comprendere che il nostro contesto di riferimento debba, per coerenza prospettica, essere quello intero europeo.
Se si parla di scuola ed università, se si parla di difesa, se si parla di lavoro e di previdenza sociale, ma anche se si parla di giustizia.
Le differenze tra l’Italia e l’Europa ci sono in molte questioni. Sono differenze che rivengono da situazioni diverse, da culture diverse e da politiche diverse. L’Italia ha sofferto l’immobilismo sostanziale delle trasformazioni, l’obsolenza degli strumenti, le soluzioni pasticciate del consociativismo opportunista. In Italia vigeva il principio che tutti fossero da accontentare nelle loro richieste, anche le più corporative, anche le più insostenibili e controproducenti. Era più facile così! C’era meno fatica e più consensi elettorali così!
Questo metodo si è tradotto nella convenienza della conservazione operativa in cui le caste si sono fortificate attrezzandosi ad ostacolare ogni ricerca del nuovo. Perché, infatti, abbondare i privilegi e gli agi? Perché rinunciare all’esercizio di un potere di interdizione e di controllo? Perché farlo, se l’obiettivo era quello di imbrigliare un sistema che, se si liberava invece, avrebbe fatto a meno di fannulloni e capipopolo?
Perché rinunciare, allora, anche ad una giustizia populista, distratta e spesso assente?
L’Italia è cresciuta in una cultura di governo diversa da quella della tradizione democratica europea, legata, invece, a modelli quali il mercato, l’efficienza e l’alternanza politica. Anche nelle scelte sociali, le iniziative in Europa sono state vincolate a precise scelte di economia di mercato, di equilibrio, di  compatibilità, di realismo politico e di efficienza. In Europa si è pensato al concreto, al rinnovamento, alle riforme, allo sviluppo dei modelli di democrazia liberale: meno ideologia e più pragmatismo, meno dirigismo e più libertà, meno automatismo e più competizione.
In Italia no! In Italia dominava la follia del “meno lavoro e più salario”. I lavoratori sindacalizzati, anche in giudizio, avevano sempre ragione, anche se non lavoravano, se remavano contro l’azienda, se rubavano, se erano violenti, se erano assenteisti e facevano un secondo lavoro, magari in concorrenza.
Si diceva della giustizia come uno dei temi complessi di una società in equilibrio tra doveri e diritti, tra garanzie e certezze, tra indipendenza e responsabilità. La giustizia negli stati autoritari può essere lo strumento di una società repressiva che stabilisca ciò che si deve o meno fare, ovvero dire o pensare, e che imponga il rispetto di un pensiero ideologico ovvero, come accade tuttora in Italia, essere lo strumento della volontà delle caste dei poteri burocratici-finanziari-mediatici-industriali.
Ma la giustizia può anche essere l’espressione di una volontà democratica che attraverso il Parlamento stabilisca le scelte legislative, i diritti ed i doveri di ciascuno e persino lo spazio di tempo in cui il prodotto “giustizia” debba essere erogato. Nelle legislazioni europee prevale quest’ultimo orientamento e la giustizia funziona. In Europa, infatti,la giustizia registra minori criticità,  rispetto a ciò che accade in Italia. In Europa c’è minore confusione, c’è fiducia da parte dei cittadini e non si parla, come da noi, di utilizzo politico.
Se ciascuno si limitasse ad assolvere il suo compito, anche nel mondo della giustizia, verrebbe meno il sospetto che ci siano privilegi ed accanimenti nell’ambito giudiziario.
La pretesa di essere giudici anche del pensiero, e del modello di società da imporre nel Paese, fa pensare ad un modo improprio di esercitare il ruolo di magistrato. Il giudice che si voglia sostituire al Parlamento, ad esempio, è come l’ingegnere che si voglia sostituire al medico,  come il tramviere che invece si ostini a pretendere di voler costruire un palazzo, è come l’imbianchino che si improvvisi pilota di aereo o come il pescatore che si alzi la mattina con l’idea di fare a sua volta anche il magistrato.
Tutto questo è devastante per la democrazia. Ha ragione il ministro Alfano nel sostenere che "i giudici sono soggetti soltanto alla legge e la legge la fa il Parlamento, libero, sovrano, democratico, espressione del popolo italiano. Quello stesso popolo il nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze".
Tornando all’Europa, in queste condizioni, non deve sembrare un caso che la giustizia italiana, a parità di risorse, sia la più disastrata di tutta quella europea. E neanche che nel mondo, su 181 paesi, sia al 150° posto.
Vito Schepisi                su L'Occidentale


18 gennaio 2010

Di Pietro, Mani Pulite e la storia negata

Il proprio lavoro non è sempre ciò che l’individuo sceglie per il futuro, ma il più delle volte è ciò che la società, ed il contesto, ti offre. Facciamo, pertanto, un po’ di chiarezza: il lavoro è nella generalità solo lo strumento della vita sociale degli uomini, senza assolutamente voler disconoscere le scelte fatte da tanti in coerenza con le proprie aspirazioni. E, non sempre corrisponde alla realtà, quel modo un po’ romantico di definire il proprio lavoro come la funzione che appaga il proprio legittimo desiderio di realizzazione. Al contrario, spesso se ne discosta.
Detto questo, colui che, all’inizio degli anni ‘90, la folla aveva acclamato come l’eroe di mani pulite, da piccolo, aveva pure potuto pensare di voler fare da grande l’eroe giustiziere, così come è nella fantasia di tanti bambini per l’astronauta o il pilota di formula uno. Da adulto, però, trovatosi a poter coltivare i suoi sogni di giustiziere del male e di moralizzatore dei costumi, perché ha poi abbandonato la magistratura? Perché ha abbandonato la funzione istituzionalmente preposta a far rispettare la legalità?
Non tutto, però, sembra che sia stato per sua scelta. Le circostanze hanno spesso scelto per lui. Episodi noti e giudizi severi della magistratura, come quella di Brescia, ne hanno disegnato un profilo tutt’altro che trasparente e lineare, tutt’altro che attinente ad un leale difensore dei deboli e degli oppressi, tutt’altro che tipico di un integerrimo fustigatore dei corrotti e dei prepotenti. Molti dubbi sono rimasti senza che mai sia stata fatta chiarezza. Alcuni passi della sua vita sono rimasti nell’ombra, ed alcune circostanze appaiono come macigni che ostruiscono il percorso della conoscenza, soprattutto storica, di un periodo importante dell’evoluzione politica del Paese. Resta ostruito, purtroppo,  un varco che traccia il confine di transito di trasformazioni addirittura epocali: si pensi, ad esempio, alla caduta dei conflitti ideologici.
L’Italia è tra gli stati che più aveva sofferto la presenza dei due blocchi politico-militari in conflitto di influenza. Avrebbe potuto liberarsi, in modo naturale e spontaneo, di un serrato conflitto interno che paradossalmente si neutralizzava attraverso il consociativismo e ( perche no?) far partire il processo politico di trasformazione del Paese. Potevano già farsi 20 anni fa le riforme che dovevano abbattere la burocrazia, le caste, le alchimie e le sacche dei privilegi dei grandi vecchi della finanza e dell’industria. Dopo la caduta del Muro, le illusioni di un sistema alternativo venivano meno, si sgretolavano come un castello di sabbia. Crollava, così, per la sopravvenuta inconsistenza di un suo riferimento, la ragione sostanziale di quel veto burocratico e politico che aveva minato lentamente l’equilibrio economico e sociale del Paese.
Un lavoro è un lavoro: non ci sono dubbi. In Italia, ieri come oggi, occorre anche adeguarsi, è già una fortuna trovarlo. Alcuni sono pericolosi, altri noiosi, molti sono pesanti e faticosi. Altri, però, richiedono attitudini particolari e trascinano addosso a chi li esercita conoscenze, segreti ed aspetti di riservatezza che devono essere tutelati. Ed è qui che sorgono dubbi ed è qui che alcune circostanze, mai sufficientemente smentite, fanno pensare che ci siano state attività che mal si conciliavano con le altre, attività che possano esser state strumento di conoscenze e sospetti per un modo improprio di usarle. Ed è qui che alcune ipotesi sulla nascita e sulle finalità della stagione di mani pulite vanno ad assumere aspetti inquietanti.
L’eroe di mani pulite ha fatto molti altri mestieri prima di fare il magistrato. Ha lavorato in industria in Germania, è stato  impiegato nelle Forze Armate, ha fatto il segretario comunale, il poliziotto, e poi ha cambiato ancora. Ha studiato, come un piccolo genio, mentre lavorava e si è laureato come anticipatario. Di Pietro ha fatto poi il concorso in magistratura e lo ha vinto al primo tentativo, come solo pochi san fare. Bene, benissimo! Ora fa anche il politico ed ha fatto il ministro. Nel frattempo aveva cambiato due mogli, aveva cambiato casa, macchina, scarpe e vestiti e fondato un partito. Ha persino soddisfatto un sogno irrealizzabile per molti italiani: disporre di un appartamento a Piazza Duomo a Milano. Ha cresciuto due figli, uno poliziotto, aspirante politico, e l’altra studentessa, già aspirante giornalista, che scelgono anche loro di fare ciò che l’opportunità della vita decide per loro. Tutto normale? Anche se non per tutti è così facile, diciamo anche di si! I figli son sempre “pezz ‘e core”!
Il personaggio, però, è emblematico non per il suo ruolo di padre o di politico, molto naif quest’ultimo, ma per ciò che è stato, per il lavoro che ha svolto, per ciò che del suo lavoro non ci ha rivelato. Perché dice di voler fare da politico ciò che non ha saputo e voluto fare da magistrato: esser giusto.
Vito Schepisi


28 dicembre 2009

L'uso politico della giustizia

Se una parte consistente della magistratura, da oltre 15 anni, ha sotto tiro il capo del Governo o il capo dell’opposizione a seconda del ruolo svolto, e lo fa ricorrendo ad ogni espediente giudiziario, spesso rasentando i limiti della correttezza giuridica, vuol dire che in Italia c’è qualcosa che non funziona a dovere. E non è solo la magistratura!
Non è solo l’ordinamento giurisdizionale del Paese ad avere responsabilità se si trova ad esercitare un potere che, per le modifiche intervenute all’Impianto costituzionale, alimenta le sue facoltà di intervento-interdizione sull’esercizio legittimo del potere legislativo e di quello esecutivo.
E’ come l’inverso dell’esempio della bicicletta: se la si dà, non ci si può lamentare che la si usi pedalando. La magistratura ha voluto la bicicletta, e gli è stata data. Ora la usa e pedala. Resta da sapere se sia legittimo che la usi su tutti i percorsi, e se possa invadere spazi occupati da altri poteri. Se ci chiedessimo: la magistratura, e con essa il suo organo di autogoverno, è lo Stato o è solo una funzione dello Stato? La risposta l’avremmo nel testo stesso della  Costituzione. Per la nostra Carta fondamentale, infatti, non ci sarebbero dubbi: lo Stato è espressione dalla volontà del popolo.
Una democrazia ha nella sua organizzazione politico-istituzionale gli anticorpi per impedire che le funzioni dello Stato si rivoltino contro le scelte del popolo. Ma se questi anticorpi non reggono più vuol dire che si sono indeboliti col tempo o che siano stati aggrediti dalla trasformazione genetica dei virus che, invadendo gli spazi della democrazia, ne hanno deformato le funzioni. Anche il vaccino, come per le malattie influenzali, va così modificato ed adeguato alle necessità perché sconfigga gli assalti e non metta a rischio la salute dell’intero Paese.
La politica ha così il dovere di difendere il suo primato di dispensatore di strumenti di democrazia, soprattutto se le difese sono state aggredite e se le forze di garanzia mostrano d’essere state invase dagli assalti virulenti di germi. L’inerzia della politica, alla lunga, finirebbero con indebolire le certezze dei cittadini, col rendere inutile persino l’esercizio del voto e col far prevalere la cultura dell’antipolitica, già purtroppo ampiamente diffusa.
Il primato della politica si difende in un solo modo, ed in due tempi. Il modo è solo quello ineludibile delle riforme. I due tempi sono relativi al rispetto delle regole della democrazia. Il primo è rappresentato dalla ricerca del dialogo e del pluralismo delle proposte, per ricercare le più ampie convergenze possibili. Il secondo, superato il confronto con l’opposizione e con le parti rappresentative della società, stabilisce l’immediato passaggio alle scelte attraverso l’attività del Parlamento. E’ così, e solo così, che prevale la sovranità popolare.
In nessun caso si deve, invece, lasciar spazio alla pressione dei media, a quella delle caste, delle corporazioni, ed alle spinte di quei poteri che pretendono di intervenire per stabilire le loro regole di  gestione della cosa pubblica.
Le Istituzioni di un Paese sono come un mezzo meccanico dove ogni strumento ha la sua funzione. Non si può sottrarre una parte e pretendere che funzioni anche meglio, come in un’automobile non si può sottrarre un pistone e pretendere che la macchina cammini più spedita. E, come per un mezzo meccanico, anche le Istituzioni hanno bisogno di manutenzione. Come le auto, anch’esse subiscono nel tempo il peso dell’obsolescenza. Se si tolgono dalle auto pezzi di motore, questi vanno sostituiti, e se non regge più il suo uso, il motore va anche cambiato e le tecnologie vanno aggiornate.
Il motore dello Stato è La Costituzione ed il suo meccanismo ruota intorno ai tre poteri previsti. Ma come la camera di scoppio in un auto non può esercitare la funzione del cambio, nello Stato il potere giurisdizionale non può esercitare quello legislativo, né impedire che la macchina cammini, imbrigliando il potere esecutivo. La Giustizia non può esercitare il ruolo della politica.
Vito Schepisi


11 dicembre 2009

Un Paese strano

E’ uno strano Paese l’Italia. Non me ne vogliano i connazionali, anche perché parlo dell’Italia che appare, non di quella della gente umile che lavora, che si impegna, che si batte, che fa sacrifici. Sembra persino strano che ci sia ancora  gente che si dà da fare, che ci siano uomini che ci provano, che a volte riescono ed altre no, come è dappertutto nel resto del mondo. Parlo dell’Italia che è sui giornali, di quella che parla, di quella che grida, di quella che accusa, di quella che finge, di quella che non mostra d’avere grandi problemi di vita, di quella che appartiene per un verso o per l’altro al mondo dell’informazione, della cultura, del gossip e della politica. Sono questi i quattro filoni portanti della notorietà che una volta erano, salvo eccezioni, attività ben distaccate e che oggi, invece, si intrecciano, come accade in un circo, dove dal ruggito di leoni e tigri si passa al trapezio, e dai giochi di prestigio ai clowns.  
E così che capita che un paparazzo dica che l’Italia gli faccia schifo, solo perché è stata ritenuta illegale  la sua abitudine di chiedere alle vittime, colte in immagini fotografiche imbarazzanti, spesso ricorrendo a stratagemmi e violazioni della privacy, di pagare per togliere le immagini dal mercato, prima che fossero vendute ai giornali di gossip. E così che capita che ad alcuni politici venga in mente di pubblicare a pagamento su giornali stranieri pagine di ingiurie verso il Presidente del Consiglio, leader di una maggioranza eletta democraticamente dal popolo italiano, a cui, stranamente, il politico in questione chiede ancora voti elettorali. E così capita anche che in un pomeriggio romano vengano organizzate manifestazioni a favore della libertà di stampa, perché un Presidente del Consiglio, ritenutosi diffamato da alcuni giornali, si è rivolto alla giustizia. Tra loro uomini dalle facce di bronzo che contestano ad altri di fare né più e né meno di quanto loro hanno già fatto, spesso intervenendo con richieste risarcitorie non sulle ingiurie, ma sulle opinioni; non sulle insinuazione disgustose, ma sulla satira. E capita che ad organizzare la manifestazione ci sia la Federazione della stampa, la Fnsi, sempre assente invece quando l’arroganza della politica è stata davvero intimidatoria nei confronti di alcuni giornalisti. E così che capita anche che il Parlamento europeo sia stato investito dal compito di stabilire se in Italia ci sia o meno agibilità per la libera informazione o se ci siano motivi di preoccupazione per le stesse istituzioni democratiche. Ed è stano che tutto questo accada mentre una gran parte degli italiani avverte un’aggressione quotidiana verso la maggioranza ed il Governo e verso il Presidente del Consiglio Berlusconi.
Ma non è anche strano un Paese dove il Presidente del Consiglio, investito più volte dal consenso e dalla fiducia degli elettori, venga ripetutamente chiamato in causa dalla magistratura per 15 anni, senza soluzione di continuità e per le vicende più disparate? Non è strano che dinanzi ai successi interni ed internazionali di questo governo si intensifichino gli attacchi come in una escalation dove si punta sempre più in alto fino ad accuse di reati più turpi e richieste risarcitorie di cifre “lunari”?
In un Paese strano come l’Italia non potevano mancare le censure, se Berlusconi parla al Congresso del PPE. Il premier è anche uomo di partito. E’ tra i leader del Partito Popolare Europeo. Nelle assise di partito di solito si parla in casa, si delineano i confini dei quadri politici in cui si opera, si focalizzano le difficoltà, si denunciano i comportamenti difformi, si focalizzano gli ostacoli. In un Congresso come quello del PPE si parla dinanzi ad un uditorio di uomini che hanno fatto le stesse esperienze politiche e si parla anche di percorsi personali e, trattandosi di assisi multinazionali, anche i percorsi personali coincidono o si sovrappongono con quelli delle realtà dei propri paesi di origine. Berlusconi ha parlato dell’Italia. Ha parlato di quelli che a suo avviso sono i problemi del Paese, di motivi per i quali la sovranità popolare è spesso compromessa e minacciata. Ha parlato di un’Italia in cui non sempre coincidono rappresentanza democratica ed indipendenza delle Istituzioni. Ha parlato di una giustizia che ripetutamente sconfina dal suo ruolo di funzione giurisdizionale per occupare gli spazi della politica, ha parlato di organi di garanzia usati politicamente perché infiltrati da uomini che rispondono più agli impulsi dei partiti, che alla imparzialità dell’azione di sereno giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi. Ma in un Paese strano come l’Italia non sembra sia possibile farlo , c’è chi è  pronto a giocare la carta della difesa della democrazia, anche se la calpesta abitualmente o l’ha calpestata in passato. Uomini senza ritegno. E tra questi, anche Gianfranco Fini.
 
Vito Schepisi        su il legno storto

    


4 dicembre 2009

Edita dalla Procure Riunite: La nuova Storia d'Italia

Ieri ho incontrato Giovanni: è un pozzo di informazioni Giovanni. Siamo stati insieme due ore e me ne ha dette tante di cose che se dovessi ripeterle tutte mi riuscirebbe difficile farlo. Cose esplosive. Bombe atomiche. Giovanni è uno che parla poco ma quando parla non le manda a dire. Sembra uno di quegli uomini di onore, quelli che più che parlare emettono sentenze: di poche parole, ma taglienti come una lama, micidiali come una sventagliata di mitra, velenose come il curaro, esplosive come il tritolo.

Non ci vedevamo da tempo. Diciamo pure che l’ho sempre evitato perché di lui non si parla sempre un granché bene.  Si diceva che era stato in galera per reati di mafia. L’ho incontrato per caso, mi ha salutato, mi ha abbracciato e baciato, ed ho pensato subito al bacio di Riina con Andreotti. Mi sono guardato intorno, per istinto, immaginando un qualcuno col telefonino che riprendeva la scena, per vedere se c’erano in giro testimoni che un domani mi potevano coinvolgere.

Ma coinvolgere in cosa? In Italia bisogna stare sempre attenti, prima di salutare qualcuno, figuriamoci un saluto così caloroso!

Dopo i primi convenevoli (Che fai? Come te la passi? Matrimonio, figli, etc.etc) passa subito al dunque. Sembrava che bramasse dalla voglia di raccontare le sue storie e le sue avventure. Mi dice che è stato in galera per diversi reati, tra cui l’omicidio. Roba passata, però!  “Ora ho confessato tutto. Non mi tiro indietro dalle mie responsabilità. Sono tutte cose vere, ma mi sono pentito”.  
Mi toglie la parola di bocca dinanzi alla mia espressione perplessa per continuare e dirmi: “sono fuori perché sono inserito in un programma di ravvedimento per collaboratori di giustizia. In poche parole sono un pentito, sono un dichiarante e godo di un programma di protezione e di mantenimento per me e per la mia famiglia. Detto tra noi – mi svela- è stato come un terno secco al Lotto, anzi che dico almeno un 5+1 al Superenalotto!”.
Giovanni mi dice di sapere tante cose e d’essersi sempre trovato al punto giusto nel momento giusto, sostiene che nella vita bisogna avere fortuna, ma qualche volta la fortuna la si può anche aiutare : “ Serve che abbia visto Berlusconi e Rosy Bindi nel lettone di Putin? Io c’ero! Ero lì a guardare. Capisci a me? ”.
Ma sono cose incredibili! - sostengo - Come si fa a poterci credere?
“Ma tu pensavi – mi ribatte – che Marrazzo….?”  
No! Certo, non l’avrei mai pensato!
“L’importante – continua - è essere disponibili a dire ciò che serve … e che importa se poi non è tutto vero?”
Giovanni mi riferisce che il suo è un vero lavoro perché per un dichiarante serio è fondamentale documentarsi, bisogna annotare tutto ciò che accade nella vita. Bisogna prendere esempio da Andreotti che si annotava tutto sulle sue agende. Se ad esempio in un determinato giorno una pattuglia ci ferma per un controllo di documenti sull’Autostrada Salerno - Reggio Calabria, non si può dire che si era presenti a Palermo o Milano, mentre, chessò, Dell’Utri concordava con i fratelli Graviano la bomba da mettere a Via dei Giorgofoli a Firenze. Anche le cazzate devono seguire una certa etica professionale. Come se ci fosse un vero codice deontologico. Mi svela che sia una professione difficile quella del pentito professionista.
Giovanni mi racconta di Antonio, ad esempio. Un uomo in galera per tre omicidi. Un uomo violento, condannato all’ergastolo, oramai già avanti in età, con la salute precaria: “Se gli danno un altro ergastolo non gli cambia la vita! Ma serve a scagionare Francesco che mi è stato raccomandato da Luigi. Francesco a sua volta serve per il processo a Lui. Capisci a me?”.
Ma, quando chiedo “a Lui chi?” – Mi guarda sorridendo, come se fossi un ingenuo, come se non potesse che essere una sola persona quel “Lui” - Intuisco e gli chiedo: “Ti riferisci a Silvio?”. Annuisce e continua a raccontarmi di trame e di inganni.
Mi svela la storia d’Italia a cui è stato chiamato a collaborare per i tipi delle procure riunite italiane.
Vito Schepisi        su il legno storto
 

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