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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


5 luglio 2010

Il quotidiano on line Il Legno Storto rischia d'essere chiuso

LETTERA DA DIFFONDERE

Carissimi lettori de Il Legno Storto, con grandissima amarezza vi annunciamo che in questi giorni il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso.
Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l'esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le
minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio...

Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da
questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.
Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell'ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l'avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di "loro" – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell'atto di notifica del dr. Davigo c'è applicata un'etichetta con la scritta: "Urgente". Chiaro il concetto: visto che si tratta di un "pezzo da novanta" della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L'odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere...») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi...
Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L'Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla "libertà" negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente "adulta". Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.
Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l'ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.
Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l'ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell'umanità.
Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.
A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l'unica cose che possiamo fare per difenderci.

Un cordiale saluto,
Antonio Passaniti
Marco Cavallotti


2 luglio 2010

Non scherziamo con la Giustizia

Non scherziamo con la Giustizia! Si sentono e si leggono sui media interpretazioni fantasiose sul presunto bavaglio, sul diritto dei cittadini d’essere informati, sulla libertà di stampa. Si diffondono appelli accorati in difesa della libertà d’informazione, con toni carichi di tensione. Quasi tutti da ultima spiaggia.
Minacce di disobbedienza, annunci di referendum, accuse di voler nascondere disegni torbidi di potere. Si ha l’impressione che la pubblicità sugli aspetti più frivoli e morbosi della vita privata degli uomini sia l’alimento quotidiano dei cittadini italiani e che l’illegittimità, stabilita dalla legge, della diffusione degli atti giudiziari sottoposti al segreto istruttorio siano, invece, la risoluzione per tutti i mali della giustizia italiana.
Sappiamo che non è così! Sappiamo, anche, che ci sono personaggi più o meno noti che finiscono nel tritacarne del pettegolezzo, se non della diffamazione. Sono normali persone come tutti, e molti non sono colpevoli di niente, ma vengono rovinati per sempre, perché alcuni sostengono che il solo sospetto sia l’anticamera della colpa, ovvero perché sono messi a nudo nelle loro debolezze private, negli eccessi passionali, nei vizietti particolari. Sbeffeggiati spesso da coloro che hanno gli armadi pieni di scheletri.
Non tutti si chiamano Marrazzo con il percorso già segnato per passare alla storia come vittima della brutalità di poliziotti corrotti. Ci sono quelli che, invece, per tutta la vita saranno considerati almeno un po’colpevoli e quelli a cui d’improvviso cambia tutto nella loro esistenza. Uno tsunami che modifica radicalmente la vita, i riferimenti d’un tempo, le relazioni sociali, la serenità e persino la salute. Cambia tutto negli affetti, nelle amicizie, nel lavoro, nella vita quotidiana. Non tutti reagiscono nella stessa maniera e c’è chi non sopporta il risolino alle spalle del giornalaio o del salumiere di fiducia. Cambia tutto nei rapporti umani e nei progetti per il futuro, e cambia anche per tutte le persone che sono vicine, cambia la tranquillità e la serenità di un’intera famiglia. Uomini, donne e bambini a cui si spegne il sorriso dal volto.
Per il clamore, e pensando che 3 anni fa la necessità di un rimedio era avvertito in modo bipartisan, ci sarebbe oggi da provare fastidio, ma non ci si può rifiutare di soffermarsi a pensare. Per certe cose l’attenzione vale più delle convinzioni ideali, e vale soprattutto perché c’è sempre quel dubbio che alimenta la preoccupazione che ad un metodo sbagliato si possa applicare un principio altrettanto sbagliato.
C’è l’art.15 della Costituzione Italiana che al riguardo è chiarissimo: “ La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. Ci sarebbe quasi da dire non ne parliamo più! L’autorità giudiziaria può limitare la segretezza delle comunicazioni private solo con “atto motivato”, ma anche con le “garanzie stabilite dalla legge”.
Ma pubblicare le intercettazioni sulle pagine di un giornale è un atto motivato? E dove sono le garanzie di riservatezza garantite dalla legge, se i PM si affrettano a passarle alla stampa?
C’è l’art 21, sempre della Costituzione Italiana, 2° comma, che sostiene “La stampa non può essere assoggettata ad autorizzazioni o censure”. Benissimo! Ma, nel momento in cui tra gli uffici della Procura e la stampa v’è un passaggio di copie di documenti sottoposti al segreto istruttorio, c’è o non c’è un reato che si sta compiendo? Se il corpo del reato fosse un monile prezioso, non ci sarebbe un reato di sottrazione (furto?) e di ricettazione. Non si tratta pertanto di autorizzazioni o di censure, ma di veri reati!
Ma, in questo caso, non sono due le persone che commettono un illecito penale? Possiamo ipotizzare che siano un impiegato della procura ed un fattorino del giornale, ma anche un magistrato ed un giornalista. Ma perché il ddl prevede il carcere solo per i giornalisti? Riflettendo ancora, ci sembra che tra ciò che non vada nel ddl è che sia anche l’editore a pagare. E questo si che ci sembra in contrasto con l’art 21 della Carta!
Se possiamo suggerire un rimedio, contrari come siamo alle condanne penali per reati che si spera non siano finalizzati all’illecito arricchimento o alla brutalità criminale, pensiamo che fermo restando i limiti alle intercettazioni previsti dal ddl e le garanzie di collegialità per limitarne l’abuso, si potrebbero abolire i riferimenti alle sanzioni penali verso i giornalisti e pecuniarie verso gli editori, magari con l’impegno dell’Ordine a sottoporre a procedimento disciplinare i giornalisti che si rendessero responsabili della violazione della deontologia professionale. Pensiamo, infatti, che quest’ultima, non possa prescindere dal rispetto della legalità anche nel momento dell’acquisizione della notizia.
Vito Schepisi


17 marzo 2010

Il disagio e la libertà

Sono in grande disagio. Non so se posso telefonare, se posso scrivere, se posso parlare con qualcuno. Vorrei farlo per sfogarmi, per poter dire ciò che un qualsiasi cittadino sereno, libero, rispettoso, amante della democrazia direbbe in questo momento. Vorrei poter esprimere in modo composto, ma con forza e indignazione, tutto ciò che mi passa per il cervello. In un Paese libero tutto questo dovrebbe essere consentito, anzi dovrebbe essere garantito, soprattutto quando lo si fa in modo civile.
Mi chiedo, pertanto, se in Italia ci possa essere qualche potere che abbia la facoltà di limitare questa libertà.  Più che una domanda, però, la mia è la conferma di un dubbio che mi assale da tempo. Il quesito è divenuto dubbio perché, con la modifica, sulla scia di un disagio politico, intervenuta nel 1993 all’art 68 della Costituzione e con l’interpretazione estensiva dei ruoli assunti della magistratura e dal suo organo di autogoverno, su questa domanda,  trasformatasi in ragionevole dubbio, ruota tutta la kermesse dell’inganno.
Chiediamoci, dapprima, che cosa sia la libertà. E, per non divagare, limitiamoci, in uno sforzo di sintesi, alla definizione costituzionale. La libertà di un Paese, in primo luogo, consiste nella libertà dei cittadini di potersi esprimere, e non solo in modo formale, come con la libertà di comunicare,  con la libertà di parola, con la libertà di scrivere, ma anche in modo sostanziale attraverso le scelte. Tra quest’ultime la più importante è quella elettorale. Tutti i cittadini italiani, tranne i pochi condannati alla interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici, hanno diritto di esprimersi col voto e sono eleggibili.
Per l’articolo 13 della Costituzione, inoltre, “la libertà personale è inviolabile”. L’ipotesi contraria è consentita solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria”. Mentre per l’art.15 della Carta Costituzionale anche “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. L’ipotesi contraria “può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria”.
Solo l’autorità giudiziaria, pertanto, può limitare la nostra libertà. Tutto sarebbe, così, lecito, anche se non abbiamo ancora dissipato i molti dubbi nel merito. Ma ciò che la Costituzione sancisce serve senz’altro ad affermare che l’unico ordinamento che abbia il potere di limitare le libertà nel paese è quello giudiziario. E, siccome in Italia non mi sembra che ci sia stato un colpo di stato e che, per effetto di questo “golpe”,  i poteri, compresi quelli giurisdizionali, siano stati assunti dal Capo del Governo, l’unico pericolo per la nostra libertà, e penso anche per la nostra democrazia, può arrivare solo dalla politicizzazione della magistratura.
Nel merito, infatti, ci sarebbe da chiedersi se la magistratura esercita correttamente i suoi poteri. Se lo facessimo, però, entreremmo in un’area che in questi giorni si manifesta molto pericolosa: quella del dubbio circa la correttezza nell’esercizio del mestiere di alcuni magistrati. Ma se entrassi in quest’area siamo certi che ne uscirei indenne? Non ho soldi da dare alla casta! Ecco dunque i motivi, accennati in apertura, del mio “grande disagio”. Un disagio come cittadino, come soggetto pensante e come comunicatore.
Non credo che chi ha scritto la Costituzione Italiana, scegliendo la separazione dei poteri, abbia proprio voluto attribuire ad un ordinamento burocratico, privo della legittimità democratica, il potere di intervenire significativamente sulla libertà del Paese.
Non penso che i Padri Costituenti abbiano voluto attribuire all’Ordinamento Giurisdizionale il primato del rispetto delle regole della democrazia ed il controllo del suo ordinato esercizio.
Non penso, ancora, che ci si debba arrivare a sentirsi a disagio nell’esprimersi in privato, nell’esternare il proprio disappunto, nell’assumere la difesa della propria dignità personale, nell’osservare d’essere vittima di una puntuale e metodica aggressione mediatica, com’è capitato al Presidente del Consiglio Berlusconi, e d’essere per questo sottoposto ad indagini giudiziarie.
Dicono, ad esempio, che il premier manovri l’informazione, che abbia un controllo mediatico quasi totalitario, che intimidisca e che eserciti un potere incontrollato. I più analfabeti, soprattutto per ignoranza della Costituzione Italiana, dicono anche che sia un dittatore. Ma se è così, perché c’è un’informazione invadente che riempie le pagine dei giornali e le tante trasmissioni televisive Rai contro di lui?
Non è che in Italia ci sia una parte che può dire, e l’altra che debba tacere? Ed il mio disagio riviene proprio dalla consapevolezza che possa trovarmi dalla parte di chi debba essere indotto a tacere.
Vito Schepisi


17 dicembre 2009

Regime giudiziario

Saranno trascorsi  18 anni il prossimo febbraio da quando la Procura di Milano arrestò il “mariuolo” Mario Chiesa e dette il via alla stagione di Mani Pulite. Da quella data cambiarono le stagioni politiche del Paese. Era crollato tre anni prima il Muro di Berlino, il Pci aveva appena cambiato nome in Pds, e si collocava, con l’aiuto di Bettino Craxi, nella famiglia dei socialisti europei, dopo averli per anni considerati revisionisti e borghesi. Nelle politiche del 1992, con il 16,1% e facendo registrare un meno 10, 5% rispetto all’ultimo risultato del Pci, i post comunisti, avendo anche subito una scissione col Partito della Rifondazione Comunista, 5,6% alle stesse elezioni, facevano registrare un rilevante minimo storico. Un tracollo!
La caduta del muro aveva liberato il voto degli italiani. Veniva giù, assieme ai blocchi di cemento che avevano diviso la città tedesca, anche quel consociativismo che aveva congelato il quadro politico e che, come aveva sostenuto fino all’ultimo momento della sua prigionia e del suo assassinio,  Aldo Moro, si apprestava a sconfinare nell’ineluttabile fase del compromesso di potere tra cattolici e marxisti. E’ in quella fase che nasce mani pulite. In quella fase in cui il partito post comunista è travolto dalla consapevolezza del  fallimento del modello sociale che pretendeva importare in Italia. Nel momento in cui emergono le omertà, le viltà, le bugie, la propaganda, le illusioni, l’orrore.
I comunisti sono gli unici che ci difendono" - Sono le parole che l’allora Vice Procuratore capo del pool di mani pulite, Gerardo D’Ambrosio (dal 2006 parlamentare del PD), disse al PM Tiziana Parenti che indagava sulle tangenti incassate dal Pci. La stessa Parenti che, dimessasi dalla magistratura nel 2003, dirà: “Mi venne affidata l'inchiesta Greganti non perché fossi la più brava fra i 50 sostituti, ma perché ero comunista e quindi avrei dovuto avere un occhio di riguardo. Era una questione di "opportunità"! In pratica mi chiese (D’Ambrosio) di fare una cosa disonesta deontologicamente, proponendo l'archiviazione. Fatelo voi, dissi a lui e a Borrelli, ma lasciate fuori me -Mi fu detto che mi divertivo a perseguitare i comunisti”.
Sono le stesse cose che la sinistra dice tuttora quando accusa Berlusconi di “ossessione dei comunisti”, quando vengono ricordate le viltà e le gesta infelici degli uomini di quel partito. In Italia si vuole che sia proibito parlare del fallimento comunista, e delle sue malefatte,  come se non si dovesse più parlare degli orrori delle ideologie di massa, se non solo in riferimento al nazi-fascismo. Invece no! Il comunismo è stato del tutto simile ed a volte speculare al nazi-fascismo. Perfettamente sovrapponibile!
Il Pool di mani pulite partiva da una volontà politica più volte emersa a margine di quelle inchieste: quella di tener fuori la sinistra post comunista. Un salvacondotto che politicamente doveva legittimare la richiesta degli ex comunisti di assumere la guida del Paese. Benché fosse crollato il comunismo, l’Italia si doveva rivolgere agli ex comunisti per dare una svolta di cambiamento ai quasi 50 anni di corruzione, di immobilismo e di politica consociativa in cui anche il Pci aveva sguazzato. La rivoluzione di mani pulite eludeva la verità giudiziaria per trasformarsi in una ben precisa azione politica. Eludeva la costatazione che c’era un sistema di partiti che, salve alcune eccezioni (missini e radicali), toccava tutti i partiti in ordine direttamente proporzionale alla loro influenza. Il Pool aveva deciso di stroncare solo una parte della classe politica, facendo prevalere l’assunto che, se si toccavano gli ex comunisti, veniva meno tutto il castello di mani pulite. E’ stato un golpe giudiziario, lo stesso che ha smosso la fantasia del simbolo più crudo di quella stagione, Antonio Di Pietro, ideatore a quei tempi di un teorico golpe giudiziario di rilevanza prima europea e poi mondiale, come l’Ulivo mondiale di Prodi e compagni.
Sono trascorsi 18 anni e siamo ancora allo stesso punto. La magistratura, caparbia, delegittima le scelte democratiche degli elettori, anche se il Paese, di contro, non ne vuole sapere di affidarsi alla sinistra, anche se mischia le carte per confondersi e nascondersi dietro i nuovi soggetti politici che costituisce. I tre ultimi presidenti della repubblica che si sono succeduti, espressi da quell’area, o convertitisi dopo accuse gravi, ottenendone la redenzione, hanno infarcito gli organi che presiedono le garanzie (legittimità delle leggi ed autogoverno della magistratura) di uomini schierati a sinistra. Un pericolo che richiede attenzione e riforme. Il Paese è ora in una morsa che stringe l’esecutivo in un attacco, senza soluzione di continuità alla sua legittimità, benché sia espressione del voto popolare. L’Italia vorrebbe, invece, girar pagina.
Sarà mai possibile chiudere questa stagione e porre fine a questo regime giudiziario?
Vito Schepisi


4 dicembre 2008

Dichiarazioni destabilizzanti di un magistrato


Ci sarebbe da non crederci. Un PM di Milano rivolge apprezzamenti pesanti contro il Premier in carica, ed il suo predecessore Prodi, per aver posto il segreto di stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagine sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, Imam di Milano, indagato per terrorismo.

“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all'autorità giudiziaria l'accertamento della verità" è quanto ha sostenuto il PM Armando Spataro. La dichiarazione è grave per la forma ed anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale, durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto, di rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, a suo tempo sollevato da Prodi, ed in subordine di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.

Per il PM Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l'accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato, in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie, sempre sbandierate dai magistrati, in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela ed al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.

Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi ad un uso improprio della funzione requirente. La giustizia in democrazia regola di norma i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.

La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di stato.

Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e paesi non vengono affrontati né in via riservata, tra le diplomazie, e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel nostro Paese.

La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.

Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi ed ad un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.

Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, ad un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo, ora di quel magistrato, venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.

Vito Schepisi    su   l'Occidentale


22 agosto 2008

Legalità e Giustizia

C’è chi si ostina a ritenere che ai primi posti delle questioni da risolvere in Italia non vi sia quella della giustizia. L’assunto poi è sempre seguito da una serie di considerazioni che finiscono col porre la questione della legalità come fondamentale principio da cui derivano una serie di provvedimenti da assumere nell’interesse delle popolazioni.
Ci sarebbe così da chiedersi come possa porsi una questione disgiunta dall’altra?
Ma si dovrebbe anche chiedere, a coloro che oggi focalizzano l’attenzione sulla legalità, dove fossero quando, nei due anni di governo Prodi, questa legalità non solo non era considerata degna di eccessiva attenzione, ma la sua mancanza, per ignoranza o calcolo, registrava persino episodi di rilevante gravità.
Grave, infatti, dovrebbe essere considerata l’offesa alla responsabilità ed alla dignità delle persone che, come per il caso Speciale, su nomina del potere esecutivo dello Stato, svolgevano servizi di grande importanza e delicatezza nell’interesse, appunto, del controllo della legalità.
L’interferenza nell’autonomia, nello specifico con protervia, del Ministero del Tesoro, nella persona del Vice Ministro Visco, senza giustificato lecito motivo, non è stato certo un grande esempio di attaccamento alla legalità, soprattutto per il significato che la questione assumeva per essere stata proprio la Guardia di Finanza di Milano, i cui vertici si volevano rimuovere, a porre sotto osservazione giudiziaria la scalata di Unipol alla Bnl ed i rapporti dei leader dei democratici di sinistra Fassino, D’Alema e La Torre con l’allora Presidente di Unipol Consorte, tutti uomini appartenenti alla stessa area politica del Vice Ministro Visco.
E neanche deve essere stata orientata al rispetto della legalità la goffa attività dell’esecutivo di Prodi, prima impegnato nel classico “promoveatur ut amoveatur” del generale Speciale con la proposta di nomina al Consiglio di Stato, e poi con l’attacco in Parlamento, all’onorabilità dello stesso Generale, pronunciato dal Ministro Padoa Schioppa, attacco ritenuto platealmente illogico in quanto in stridente contrasto con l’importante nomina prima proposta.
Ed affermare che le funzioni dello Stato devono trarre la loro legittimazione dai reciproci comportamenti rispettosi ed integerrimi non vuole forse dire che questi rapporti debbano rappresentare esempi di correttezza e legalità?
Lo stesso valga per il caso del consigliere Rai Petroni rimosso, sempre dall’allora Ministro Padoa Schioppa, senza motivo che non fosse altro che quello di avvicendarlo con un uomo politicamente vicino all’allora Presidente Prodi ed, anche in questo caso, in modo controverso ed illegittimo.
I casi Speciale e Petroni, prima di altri, costituirono i più eclatanti di un clima di “illegalità” che allora sono stati ignorati dagli odierni benpensanti della legalità, casi per i quali gli organi di giustizia competenti, Consiglio di Stato e Tar, hanno espresso giudizi di illiceità e disposto provvedimenti di reintegro nelle funzioni, sconfessando così le goffe, arbitrarie ed autoritarie iniziative di quel governo.
C’è da intendersi innanzitutto cosa si voglia intendere con “legalità”, perché non si faccia confusione. Le parole oggi vengono spesso pronunciate più per rendere immagini suggestive che per dar corpo a provvedimenti da adottare. Per alcuni sembra che legalità voglia dire semplicemente rimuovere il Presidente Berlusconi dall’incarico in cui, in virtù della maggioranza dei seggi conquistati in Parlamento alle ultime elezioni politiche di appena 4 mesi fa, è stato insediato dal corpo elettorale. Questo, però, sarebbe invece un atto illegale perché solo il Parlamento avrebbe la legittimazione per poterlo fare, con la sfiducia. E non sembra, al momento, che la maggioranza del Parlamento italiano sia orientata a questa soluzione, anche perché l’attività di questo governo pare sia sostenuta saldamente dal consenso degli italiani.
Battersi per la legalità deve invece essere inteso come un impegno costante su diversi fronti come, ad esempio: ripristinare la vivibilità delle città oggi rese insicure dal diffondersi della criminalità; prestare attenzione alla salute pubblica (sanità, smaltimento dei rifiuti, ecologia); offrire servizi efficienti ai cittadini; assistere malati, anziani, ed indigenti; proteggere la maternità e l’infanzia; garantire il diritto all’istruzione in modo diffuso e pluralista; prevenire e reprimere tutti i reati.
Ci sarebbe poi da intendersi su alcune altre questioni. E’ importante, infatti, stabilire che come non è lecita l’evasione fiscale, non è neanche lecita l’immigrazione clandestina. Non è giusto sottrarsi alla giustizia, o al giudice naturale, se non nei casi previsti dai codici, ma non deve essere inteso giusto neanche far politica attraverso la giustizia.
Una giustizia politicizzata finisce sempre con essere la negazione stessa della giustizia.
Dovrebbe essere immorale rimuovere i magistrati scomodi, com’è accaduto per De Magistris e la Forleo, solo quando i loro presunti comportamenti scorretti siano indirizzati verso una parte politica, ignorando invece i casi di altri, con atteggiamenti anche più eclatanti, che si distinguono nei loro atti per accanimento politico verso la parte avversa.
Non sono giusti i condoni fiscali ma neanche gli indulti, sebbene sia gli uni che gli altri devono a volte rispondere anche a criteri di opportunità ed a carenze della pubblica amministrazione. Non è onesto far pagare alle classi più bisognose le difficoltà delle imprese, ma neanche sottrarre al contributo fiscale, come tutte le attività produttive e commerciali, le catene di cooperative operanti nei settori più diversi dell’economia del Paese. Soprattutto se i loro ricavi finiscono per finanziare scalate bancarie o campagne elettorali.
La questione Giustizia, inoltre, non è solo questione di legalità ma anche di legittimità. Nessun potere, infatti, può essere esercitato senza adeguato controllo. I costi elevati, ancora, non consentono il dispendio di ingenti energie alla ricerca di argomenti più da gossip che da rilevanza penale. Se oggi tutto è spettacolo non vuol dire che si possa tollerare che anche la giustizia lo sia, e richiedere riservatezza e prudenza non deve essere inteso solo per rispetto della privacy e della dignità dell’uomo, ma soprattutto per una chiara scelta di civiltà.
La giustizia deve essere esercitata realmente in nome del popolo.
Ci sarà, pertanto, un modo di amministrarla tale da rendere la sua attività in empatia con le ansie e le preoccupazioni dei cittadini, magari in simbiosi con la richiesta popolare della prevenzione e repressione dei reati di più rilevante pericolosità sociale!
L’autonomia dei magistrati, inoltre, dovrebbe riguardare più l’esercizio della funzione che la sua libera interpretazione.
La legalità, infine, si può sviluppare e diffondere attraverso una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario in cui centrale deve apparire la questione della separazione delle carriere, tra magistratura requirente e magistratura giudicante, soluzione che deve essere considerata alla base del giusto processo.
Non si può, infatti, pretendere legalità dove non si diffonde giustizia.
La magistratura ed i magistrati devono acquisire la cultura di considerare la funzione giurisdizionale come un servizio da rendere alla società ed alla democrazia e non come strumento per la propria scalata sociale e/o per la crescita del potere della “casta” in cui finiscono per arroccarsi.

Vito Schepisi

 

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