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di Vito Schepisi


Diario


29 marzo 2011

Lezioni di politica in IV elementare



In quarta elementare s’insegna a far di conto; s’insegna la grammatica, la geografia; s’introducono i primi elementi di conoscenza della storia nazionale; si parla dell’Unità d’Italia, ricorrendo i 150 anni; s’insegna ad esprimersi in modo finito, per preparare le giovani generazioni a dialogare con proprietà di linguaggio e con la costruzione corretta del pensiero. Ai giovani tutti, a quelli di quarta elementare compresi, non si deve mai insegnare, invece, a odiare qualcuno. Si chiami Berlusconi o con altro nome, che sia Presidente del Consiglio o Capo dell’opposizione, non s’insegna a odiare nessuno.
Alle elementari la preparazione di base è molto importante. I giovani, con la stessa velocità con cui apprendono le nozioni, acquisiscono anche abitudini espressive scorrette e tali da non saper riportare con frasi chiare e finite i loro concetti. Le lacune poi restano e provocano non pochi imbarazzi quando si va avanti con gli studi, quando si assume una responsabilità di lavoro, quando ci si deve rapportare con gli altri. Come sarebbe bello se la scuola insegnasse a tutti i giovani a parlare e scrivere correttamente!
Un insegnante deve avere molta pazienza e nutrire molto amore per i bambini e deve saper rispettare la loro innocenza, non deve provare per nessuna ragione a violentare il loro pensiero. Non si può, infatti, scambiare la libertà d’insegnamento con il subdolo indottrinamento di adolescenti, per di più impossibilitati, per la giovane età, a difendere il loro sacrosanto diritto a sviluppare nel tempo sia il proprio pensiero, che un più articolato spirito critico.
Si sostiene che gli adolescenti di oggi saranno i testimoni futuri della nostra civiltà. Tanto più, pertanto, sarà data loro la possibilità di acquisire i principi della tolleranza, tanto più sarà possibile formare, per il domani, uomini saggi e predisposti al sapere. Solo il pluralismo dei punti di vista, che è il primo valore della democrazia, può stimolare nelle giovani generazioni la curiosità d’incamminarsi verso il bene della conoscenza, il cui percorso non è mai facile e rapido. E le diverse articolazioni delle idee aiutano a comprendere che la soluzione delle cose non è mai un piatto, ben cotto e condito, già servito sulla tavola, come vorrebbe far pensare la maestra che trancia giudizi di merito e che indica ai bambini le sue scelte assolute. 
La vita è sempre molto più difficile e complessa di quanto non appaia. Serve conoscere il più possibile di ciò che circonda l’uomo e il suo tempo per percorrere in modo più rapido il lungo tratto dell’impervio sentiero che porta al sapere, ma alla conoscenza ci si avvicina soltanto con la ragione, non utilizzando idee già preconfezionate, luoghi comuni e verità assolute. 
E’ capitato che il Dirigente responsabile dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari, Dr. Giovanni Lacoppola, abbia dovuto scrivere una lettera ai Dirigenti delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado delle province di Bari e Barletta-Andria-Trani avente per oggetto “lezione di politica in classe”. Una lettera molto intelligente, saggia e civile con la quale il Dirigente si duole di non riuscire a “comprendere perché alle volte la scuola si trasformi facilmente ed improvvisamente in un luogo nel quale un docente possa impunemente tramutare una serena aula in un palco da comizio da cui scagliare focose invettive contro un leader politico”.
Gli insegnanti seri sono quelli capaci di educare una moltitudine d’individui e soprattutto formare quei giovani che, posti dinanzi alle scelte, invece di cercare le soluzioni nel proprio “bignami” ideologico, si impegnino nel cercare le soluzione possibili e che, per farlo, si adeguino anche a pensare. Accadeva già ai tempi di Socrate e Platone che i giovani fossero sollecitati a respingere il metodo del pregiudizio per coltivare invece il metodo della scelta critica, consapevole e razionale.
Le violenze sui minori non si esauriscono con gli atti tipici, come ad esempio con le percosse e le sevizie, o spegnendo il sorriso sui loro volti, o sottraendone l’innocente giovinezza, o tenendoli segregati, impedendo loro di giocare con i loro coetanei, oppure privandoli delle carezze dei genitori: è violenza anche impedire il libero formarsi del pensiero. E’ anche violento quel modo di inculcare, con la forza autoritaria, con il condizionamento psicologico, con i mezzi e gli strumenti educativi, un pensiero unico. 
L’educazione dei giovani al pensiero unico è, infatti, il metodo usato dalle dittature per formare i quadri di partito e i sudditi del regime. In democrazia, invece, la scuola deve avere ha la funzione di predisporre i ragazzi ad arricchire il bagaglio delle proprie idee. Il pluralismo in una Nazione libera è un valore prioritario che deve consentire a tutti, agli studenti in maggior ragione, di allargare il ventaglio della conoscenza alle ipotesi e alle idee più diverse, e tali da consentire di fare nella vita le scelte che l’elaborazione del proprio pensiero può ritenere più giuste. 
Se i giovani, invece, sin dall’infanzia, nella scuola, e cioè in uno dei tre pilastri del loro processo formativo (famiglia-scuola-società), non sono messi nelle condizioni di comprendere che nelle comunità si articolano diverse opinioni; se non si insegna loro che dal confronto delle diverse idee emerge il principio della democrazia, che è sempre scelta condivisa, gli stessi giovani non riusciranno mai a percepire le motivazioni che sono alla base dei loro diritti e dei loro doveri.
Quando non si percepiscono le regole, però, accade che la civiltà regredisca a tutto vantaggio della barbarie. 
Vito Schepisi

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