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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


25 marzo 2011

Profughi e clandestini

In Italia è sempre molto più difficile. Tutto è in armonia con l’incomprensibile abitudine di flagellarci da soli. Non esiste un normale e sereno confronto politico sulle scelte. Nel bene e nel male, per ogni questione si alzano i toni, come se tutto fosse così grave e pregiudiziale o addirittura epocale. Le cose più futili sono caricate di eccessiva tensione, fino ai toni allarmistici. Al contrario, si mostra distacco e indifferenza per le scelte e gli approfondimenti di maggior rilevanza.Più emergono problemi e più subentra, anziché l’ingegno, la furbizia di mettere in difficoltà l’avversario politico. Persino il Parlamento si trasforma in una piazza per comizi. I discorsi diventano accorati e i toni esasperati. Invece che discutere sulle opportunità delle scelte, si prova a toccare le corde emotive del pubblico, come in una stucchevole campagna elettorale. La democrazia del confronto lascia il posto alla scena, ma le questioni, se non risolte, riemergono e, se gravi, ipotecano il futuro di tutti.La questione libica, ad esempio, va oltre le scelte e le contese politiche tra maggioranza e opposizione. L’Italia è nel gruppo delle nazioni “volenterose” interessate alla pacificazione dell’area. L’intervento in difesa della popolazione civile è stato stabilito dall’ONU con la risoluzione 1973 ed, eccetto pochi contrari e alcuni deboli distinguo, e qualche calcolo, non ci sarebbe, nel Paese e nel Parlamento, nessuna radicale frattura politica, anche se appare tutto il contrario.L’attenzione italiana è particolare perché in quest’area geografica subentrano interessi nazionali precisi. L’Italia intende rispettare alla lettera le motivazioni dell’intervento, ma non può sottacere le particolari implicanze che ne danno un significato più ampio. La Libia è a poche miglia marine dalle coste italiane e con lo stato nordafricano sono in atto accordi economici e contratti di fornitura di gas e di petrolio. Sono, inoltre, in corso programmi di lavoro e non ultima la definizione di un contenzioso che risale ai tempi in cui la Libia era una colonia italiana.Il Nord Africa, inoltre, sta attraversando un periodo di profonde tensioni. Alle turbolenze religiose per la presenza di movimenti fondamentalisti si sono aggiunti moti di protesta e capovolgimenti politici. Su tutta l’area mediterranea dell’Africa, la popolazione si è sollevata per rivendicare diritti e per protestare contro le loro precarie condizioni di vita. Non c’è lavoro e non c’è cibo e c’è rabbia e disperazione. Prima la Tunisia, poi L’Egitto si sono liberati dei dittatori al governo. Ora ci prova la Libia. Altre tensioni covano in Iran, in Siria, nel Bahrein. L’esito dei capovolgimenti è incerto, ma è certo che le questioni non potranno essere facilmente risolte. Le incertezze origineranno consistenti flussi migratori, l’ONU stima in 250 mila i possibili migranti, e l’Italia è paese di frontiera verso l’Europa, ed è la porta d’ingresso verso ciò che appare come il benessere occidentale.E’ una questione importante. Si tratta di esseri umani che vedono nella fuga dalle loro terre di origine una speranza di vita, ma l’immigrazione, se non è gestita, se non trova la comunità internazionale pronta a farsene carico, può diventare un inferno per tutti. Sarebbe opportuno agire nei luoghi dove trae origine per frenarla, naturalmente con la collaborazione dei nuovi governi.Sono stati lanciati, e da tempo, segnali di questo tipo verso la Comunità Europea, è stata chiesta collaborazione e strategie condivise, senza ottenere, fino ad oggi, risposte concrete. L’Italia dovrebbe ritrovarsi tutta unita per fronteggiare quella che si rivela come una seria emergenza nazionale. Ma non è così. Un’attenzione di segno contrario, infatti, proviene proprio dalle opposizioni che sfruttano anche questa tragedia umanitaria per creare difficoltà al Governo e per logorare l’immagine dell’Italia sulla scena europea e internazionale. E’ un film che purtroppo abbiamo già visto.Le avvisaglie ci sono anche in questa nuova emergenza. C’è troppa retorica e dietro si nascondono due obiettivi: la visibilità e creare difficoltà al governo. Ascoltando alcuni politici è come se le emergenze non siano tali, cioè emergenze, e come se le stesse si possano gestire nella normalità. E’ il caso, ad esempio, del Cara di Bari, dove da subito Vendola, dopo aver fatto al tavolo delle regioni il paladino dei diseredati, ha denunciato disagi organizzativi nell’espletamento delle pratiche di accoglienza, inviando alla stampa, prima che al ministro Maroni, la sua accorata lettera dai toni umani. A nessuno dovrebbe essere consentito di far lo sciacallo sulla pelle degli uomini, e sarebbe auspicabile che anche questo rientrasse nelle scelte umanitarie che si fanno, più che le prolissità verbali di alcuni. Quando si tratta di personale politico “in carriera”, chi sfrutta queste tragedie per arricchirsi di visibilità non è moralmente diverso da chi lo fa, ad esempio, saccheggiando le case dei terremotati. La Puglia, che è fatta di persone serie e concrete, è stanca di un Masaniello in formato poetico.Il problema che si sta ponendo all’Italia richiederà grande responsabilità e molta prudenza. E’ bene non contare più di tanto sulla disponibilità degli altri paesi europei, abili a trarre giudizi morali sugli altri, ma abili anche a sfilarsi nel momento di assumersi responsabilità ed oneri. L’Italia non può chiudere la porta in faccia a chi scappa dalla guerra o dalle persecuzioni politiche, ma non può neanche farsi carico della massa di chi abbandona il proprio paese per insediarsi nel nostro, senza un lavoro, senza una dimora, all’avventura e senza una prospettiva sicura. Tra i flussi dei migranti si prevedono infiltrazioni di evasi dalle carceri dei paesi in rivolta, si prevedono ingressi di terroristi e di manovalanza criminale, basti pensare che un terzo della popolazione carceraria italiana è composta da extracomunitari. Non è una novità che la malavita italiana si serva dei clandestini per infoltire l’esercito del crimine. E’ il tempo delle scelte e sarebbe auspicabile farle insieme, tutti uniti come italiani. Il nostro è un popolo che è disposto a collaborare, ad aiutare, a comprendere, ma non sempre a subire. L’Italia ha già le sue difficoltà, ha le sue emergenze, ha un sud non ancora integrato nel processo unitario del Paese - dopo 150 anni dall’Unità d’Italia - ha già sul suo territorio, tra regolari e clandestini, la presenza di immigrati pari al 10% dell’intera popolazione italiana. Ora ha il dovere, per solidarietà e per responsabilità umana, di dar asilo a chi fugge dalla paura, ma non alle masse di migranti in cerca di avventura. E’ una scelta da fare, meglio se insieme a tutti gli italiani. Profughi si, ma clandestini no.
Vito Schepisi


12 gennaio 2009

La Lega, la civiltà e la responsabilità



Un Partito di Governo ha maggiori responsabilità verso i cittadini di una componente politica di opposizione. L’immagine e la coerenza, oltre alla serietà ed alla imparzialità verso tutti, sono i requisiti essenziali perché appaia indiscutibile che non si sta al governo contro qualcosa, ma per realizzare la volontà degli elettori su programmi chiari e trasparenti.

A volte, però, si ha idea che sia noioso e stancante avere l’onore di rappresentare la maggioranza degli italiani. Non è sempre facile e usuale in Italia, infatti, avere la possibilità di impostare un programma politico e portarlo a compimento, assumendo nel contempo comportamenti piuttosto omogenei che siano sintesi delle diverse sensibilità del Paese.

Non si capisce perché ci sia sempre la voglia di introdurre alcune proposte che creino una serie di oggettive difficoltà e che, se ponderate, e con un po’di doverosa intelligenza politica, potrebbero essere facilmente evitate. Ci sono iniziative, infatti, che sembrano assolutamente prive di valore e tali da far pensare che siano concepite per ragioni di visibilità politica, e non per l’effettiva stupidità dei proponenti. Alcune, in particolare, sarebbero di così insulsa valenza da non poterle comprendere in un partito che è maggioritario nel nord del Paese e che ha importanti responsabilità di governo.

E’ davvero difficile capire, infatti, quale sarebbe il senso positivo dell’emendamento della Lega di Bossi al decreto anticrisi, mirante ad introdurre il pagamento di 50 euro per i permessi di soggiorno agli extracomunitari. Appare evidente che questo emendamento sia stato dettato solo da ragioni di propaganda verso l’elettorato del nord e per soddisfare la pancia pelosa della base più estremista ed intollerante della Lega.

Quello della visibilità degli schieramenti minori, come accadeva nel governo di Prodi con le schermaglie tra Di Pietro e Mastella, è un comportamento che non è affatto opportuno imitare, soprattutto se si ha l’intenzione di voler determinare una svolta storica per il Paese e se si ha la virtuosa ambizione di essere protagonisti di un’intensa stagione di riforme.

E’ ancora più difficile pensare che possa essere serio e persino costituzionale anche l’altro emendamento, sempre della Lega, sempre al medesimo decreto, e sempre concepito contro gli extracomunitari, tendente a discriminare gli immigrati nell’apertura di una partita IVA, per la qual cosa sarebbero stati costretti al rilascio di una fideiussione bancaria di 10.000 euro.

I due emendamenti, come appare ragionevole comprendere, sono stati bloccati dal governo con un deciso quanto immediato parere negativo, ma non hanno impedito all’opposizione di ricamare la solita tela dell’accusa di discriminazione del centro-destra verso i cittadini stranieri e di ergersi quindi a maestri (sic!)di tolleranza e di umanità.

Questi comportamenti (della Lega Nord), senza alcun senso pratico, finiscono per sminuire la serietà delle questioni legate all’immigrazione, alla clandestinità ed alla sicurezza. Il problema immigrati, infatti, esiste ma è limitato principalmente alla clandestinità (i clandestini non chiedono permessi di soggiorno e non aprono partita Iva) e tutt’al più alla legalità, posto che le percentuali di criminalità sono altissime tra la popolazione immigrata.

Riesce anche difficile comprendere altre iniziative, in alcune regioni del nord, che vorrebbero impedire agli immigrati (questa volta) clandestini, se bisognosi, l’erogazione della necessaria assistenza sanitaria nelle strutture pubbliche.

Non si può fare appello alla civiltà, anche quando si stigmatizza il comportamento aggressivo e violento di alcuni immigrati, e consentire che le istituzioni si comportino nello stesso modo incivile. Il diritto alla salute prescinde da ogni considerazione d’ordine sociale o di merito. Il dovere di offrire le cure necessarie a chi ne abbia bisogno sospende ogni aspetto relativo alla condizione legale dell’ammalato. E’ come per la giustizia, dove appare evidente che i metodi della tortura e della pressione psicologica sull’imputato, si guardi ad esempio al metodo Di Pietro ai tempi di mani pulite, non siano compatibili con il senso di giustizia e la stessa prevenzione del crimine.

La ragione di un senso civile si dimostra, invece, rilasciando sempre esempi di comprensione e di umanità, e non usando il potere e la forza in modo vendicativo e gratuito.

Vito Schepisi


3 settembre 2008

Ma il problema è il voto agli immigrati?



Mentre l’Italia ed il suo Governo trovano il consenso dei cittadini sui diversi temi su cui sono impegnati in politica interna, e mentre in campo internazionale il Paese recupera strategie e centralità, il PD con Veltroni non ha di meglio da proporre che il voto agli immigrati.
Una questione che sarebbe legittimamente da discutere qualora nel Paese ci fosse un giusto equilibrio dei flussi e qualora il fenomeno della selvaggia immigrazione clandestina trovasse una soluzione soddisfacente.
Sappiamo invece che non è così!
Il diritto di voto per coloro che stabilmente lavorano e vivono in Italia è l’ultima cosa che oggi occupa l'interesse degli italiani. C’è, infatti, la diffusa convinzione che l’immigrato sia più un peso che una risorsa. Preoccupazione e diffidenza vincono ogni pur grande sensibilità e generosità, qualità che sappiamo essere ben solide tra la nostra gente.
Quella del riconoscimento dei diritti di chi opera e paga le tasse in Italia è una questione che non troverebbe alcun grosso impedimento nel concludersi favorevolmente, in un quadro complessivo di diritti e doveri, qualora però il Paese fosse in una condizione di normalità e di sicurezza.
Trova invece sacche di diffidenza e di preoccupazione in una realtà che è stata per lungo tempo fuori controllo e che ha mostrato comportamenti contraddittori da parte delle istituzioni.
C’è una sensazione di approssimazione e di impreparazione a fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina.
Si è diffusa in tempi recenti, nei paesi interessati al fenomeno migratorio, persino una sensazione di maggior tolleranza che ha fatto preferire l’Italia ad altri paesi europei: una tolleranza che non è virtuosa se alla fine genera criticità nelle nostre realtà urbane e tra i cittadini, e se fa sorgere conflitti con i nostri usi e con le nostre tradizioni popolari.
Gli episodi di violenza nelle nostre città, l’abitudine a veder circolare nelle strade uomini di colore in apparenza senza una meta precisa, e probabilmente senza una vera occupazione, o a vederli nei centri storici intenti a vendere di tutto, utilizzati quasi sempre da organizzazioni malavitose dedite alla contraffazione, spesso induce a pensare che l’immigrazione possa rappresentare un problema per il Paese, e che quella clandestina andrebbe maggiormente controllata e sanzionata.
C’è un nesso mentale diretto tra immigrazione e clandestinità tale da indurre i cittadini a richiedere spesso la linea dura per fermarla e respingerla. Si va formando una cultura ingiusta e colpevolmente semplificata che fa riconoscere il clandestino come un delinquente. Sappiamo che non è sempre così, ma sappiamo anche che non è una questione di razzismo, ma di paura.
La difesa della propria famiglia o della propria comunità è un valore di umanità e di civiltà su cui si è fondato l’evolversi delle regole della convivenza, ed è giusto che sia innato nei cittadini l'impulso alla difesa di un senso comune della propria educazione civica. Le famiglie hanno paura e gli episodi di violenza in cui sono coinvolti cittadini stranieri, introdottosi clandestinamente in Italia, contribuiscono ad alimentare questa paura. Le popolazioni vedono in questa gente potenziali delinquenti, vedono in loro possibili guastatori dell’insieme delle loro consuetudini quotidiane, come è naturale che sia intorno ad un campanile o ad un municipio.
Le statistiche sui reati e sulla popolazione carceraria contribuiscono a rafforzare questa convinzione ed inducono a riflettere con severità sulla qualità degli immigrati. Sembra che sulle nostre coste arrivino per lo più persone propense al malaffare.
Quelli sul crimine sono dati inconfutabili che nulla hanno a che fare con situazioni di razzismo o di xenofobia, e giustificano comprensibilmente quella paura che non può che crescere dinanzi a numeri che segnalano potenzialità a delinquere pari ad uno su due se non oltre ancora.
C’è una parte della popolazione che contesta anche l’utilità dei flussi migratori. Il ragionamento è semplice perché parte da una considerazione apparentemente lineare: in Italia i giovani hanno difficoltà a trovare lavoro e gli immigrati clandestini inflazionano l’offerta di mano d’opera a costi più contenuti e senza garanzie. Ed anche queste sarebbero verità incontrovertibili se non fosse che in Italia ci sono lavori che i nostri giovani non sono disposti a fare, come il lavoro nei campi, ad esempio, o lavori che le nostre donne stentano a fare con continuità, come le badanti che devono trascorrere una vita fuori dalle propria casa e con grossi limiti alla propria vita privata.
E’ questo il contesto critico in cui Veltroni non ha di meglio da fare che chiedere il voto agli immigrati. Sembra più un tentativo maldestro di trovare un espediente per mutare i numeri del consenso. Forse anche un modo per attirare l’attenzione di frange della sinistra alternativa, già decimata dal voto “utile” di aprile. E’ un tentativo di sostituire il calo dei consensi moderati del PD con l’adesione di quella sinistra più estrema che, per quanto lontana dai problemi veri della gente, incapace di fornire risposte credibili ed impacciata nel sapersi sintonizzare col popolo, è sensibile da sempre a queste questioni.
Non sarà così una novità vedere tra i temi della manifestazione, che Veltroni sta preparando per “Salvare l’Italia”, anche quello del voto agli immigrati, con tanto di partecipazione di extracomunitari per impinguare il numero dei manifestanti, magari con la speranza di provocare incidenti e poter accusare il governo di razzismo e di fascismo, invocando la “sensibile” platea europea ed internazionale
Se ne pensasse una e buona Veltroni, invece di farne cento!
Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/perch%C3%A9+%C3%A8+sbagliato%2C+ora%2C+parlare+di+voto+agli+immigrati.0057146

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