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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


25 marzo 2011

Profughi e clandestini

In Italia è sempre molto più difficile. Tutto è in armonia con l’incomprensibile abitudine di flagellarci da soli. Non esiste un normale e sereno confronto politico sulle scelte. Nel bene e nel male, per ogni questione si alzano i toni, come se tutto fosse così grave e pregiudiziale o addirittura epocale. Le cose più futili sono caricate di eccessiva tensione, fino ai toni allarmistici. Al contrario, si mostra distacco e indifferenza per le scelte e gli approfondimenti di maggior rilevanza.Più emergono problemi e più subentra, anziché l’ingegno, la furbizia di mettere in difficoltà l’avversario politico. Persino il Parlamento si trasforma in una piazza per comizi. I discorsi diventano accorati e i toni esasperati. Invece che discutere sulle opportunità delle scelte, si prova a toccare le corde emotive del pubblico, come in una stucchevole campagna elettorale. La democrazia del confronto lascia il posto alla scena, ma le questioni, se non risolte, riemergono e, se gravi, ipotecano il futuro di tutti.La questione libica, ad esempio, va oltre le scelte e le contese politiche tra maggioranza e opposizione. L’Italia è nel gruppo delle nazioni “volenterose” interessate alla pacificazione dell’area. L’intervento in difesa della popolazione civile è stato stabilito dall’ONU con la risoluzione 1973 ed, eccetto pochi contrari e alcuni deboli distinguo, e qualche calcolo, non ci sarebbe, nel Paese e nel Parlamento, nessuna radicale frattura politica, anche se appare tutto il contrario.L’attenzione italiana è particolare perché in quest’area geografica subentrano interessi nazionali precisi. L’Italia intende rispettare alla lettera le motivazioni dell’intervento, ma non può sottacere le particolari implicanze che ne danno un significato più ampio. La Libia è a poche miglia marine dalle coste italiane e con lo stato nordafricano sono in atto accordi economici e contratti di fornitura di gas e di petrolio. Sono, inoltre, in corso programmi di lavoro e non ultima la definizione di un contenzioso che risale ai tempi in cui la Libia era una colonia italiana.Il Nord Africa, inoltre, sta attraversando un periodo di profonde tensioni. Alle turbolenze religiose per la presenza di movimenti fondamentalisti si sono aggiunti moti di protesta e capovolgimenti politici. Su tutta l’area mediterranea dell’Africa, la popolazione si è sollevata per rivendicare diritti e per protestare contro le loro precarie condizioni di vita. Non c’è lavoro e non c’è cibo e c’è rabbia e disperazione. Prima la Tunisia, poi L’Egitto si sono liberati dei dittatori al governo. Ora ci prova la Libia. Altre tensioni covano in Iran, in Siria, nel Bahrein. L’esito dei capovolgimenti è incerto, ma è certo che le questioni non potranno essere facilmente risolte. Le incertezze origineranno consistenti flussi migratori, l’ONU stima in 250 mila i possibili migranti, e l’Italia è paese di frontiera verso l’Europa, ed è la porta d’ingresso verso ciò che appare come il benessere occidentale.E’ una questione importante. Si tratta di esseri umani che vedono nella fuga dalle loro terre di origine una speranza di vita, ma l’immigrazione, se non è gestita, se non trova la comunità internazionale pronta a farsene carico, può diventare un inferno per tutti. Sarebbe opportuno agire nei luoghi dove trae origine per frenarla, naturalmente con la collaborazione dei nuovi governi.Sono stati lanciati, e da tempo, segnali di questo tipo verso la Comunità Europea, è stata chiesta collaborazione e strategie condivise, senza ottenere, fino ad oggi, risposte concrete. L’Italia dovrebbe ritrovarsi tutta unita per fronteggiare quella che si rivela come una seria emergenza nazionale. Ma non è così. Un’attenzione di segno contrario, infatti, proviene proprio dalle opposizioni che sfruttano anche questa tragedia umanitaria per creare difficoltà al Governo e per logorare l’immagine dell’Italia sulla scena europea e internazionale. E’ un film che purtroppo abbiamo già visto.Le avvisaglie ci sono anche in questa nuova emergenza. C’è troppa retorica e dietro si nascondono due obiettivi: la visibilità e creare difficoltà al governo. Ascoltando alcuni politici è come se le emergenze non siano tali, cioè emergenze, e come se le stesse si possano gestire nella normalità. E’ il caso, ad esempio, del Cara di Bari, dove da subito Vendola, dopo aver fatto al tavolo delle regioni il paladino dei diseredati, ha denunciato disagi organizzativi nell’espletamento delle pratiche di accoglienza, inviando alla stampa, prima che al ministro Maroni, la sua accorata lettera dai toni umani. A nessuno dovrebbe essere consentito di far lo sciacallo sulla pelle degli uomini, e sarebbe auspicabile che anche questo rientrasse nelle scelte umanitarie che si fanno, più che le prolissità verbali di alcuni. Quando si tratta di personale politico “in carriera”, chi sfrutta queste tragedie per arricchirsi di visibilità non è moralmente diverso da chi lo fa, ad esempio, saccheggiando le case dei terremotati. La Puglia, che è fatta di persone serie e concrete, è stanca di un Masaniello in formato poetico.Il problema che si sta ponendo all’Italia richiederà grande responsabilità e molta prudenza. E’ bene non contare più di tanto sulla disponibilità degli altri paesi europei, abili a trarre giudizi morali sugli altri, ma abili anche a sfilarsi nel momento di assumersi responsabilità ed oneri. L’Italia non può chiudere la porta in faccia a chi scappa dalla guerra o dalle persecuzioni politiche, ma non può neanche farsi carico della massa di chi abbandona il proprio paese per insediarsi nel nostro, senza un lavoro, senza una dimora, all’avventura e senza una prospettiva sicura. Tra i flussi dei migranti si prevedono infiltrazioni di evasi dalle carceri dei paesi in rivolta, si prevedono ingressi di terroristi e di manovalanza criminale, basti pensare che un terzo della popolazione carceraria italiana è composta da extracomunitari. Non è una novità che la malavita italiana si serva dei clandestini per infoltire l’esercito del crimine. E’ il tempo delle scelte e sarebbe auspicabile farle insieme, tutti uniti come italiani. Il nostro è un popolo che è disposto a collaborare, ad aiutare, a comprendere, ma non sempre a subire. L’Italia ha già le sue difficoltà, ha le sue emergenze, ha un sud non ancora integrato nel processo unitario del Paese - dopo 150 anni dall’Unità d’Italia - ha già sul suo territorio, tra regolari e clandestini, la presenza di immigrati pari al 10% dell’intera popolazione italiana. Ora ha il dovere, per solidarietà e per responsabilità umana, di dar asilo a chi fugge dalla paura, ma non alle masse di migranti in cerca di avventura. E’ una scelta da fare, meglio se insieme a tutti gli italiani. Profughi si, ma clandestini no.
Vito Schepisi


11 gennaio 2010

Lavoro, immigrazione, sfruttamento

Ci sono vicende che andrebbero prese davvero sul serio. Vicende su cui il confronto politico dovrebbe svilupparsi su analisi e soluzioni immediate. Il riferimento è ai fatti di violenza in Calabria, a Rosarno, dove la popolazione locale ed una consistente comunità di immigrati extracomunitari, si parla di 1500, in buona parte clandestini, hanno ingaggiato una guerriglia urbana senza precedenti in Italia.
Le questioni vanno interpretate per gli effetti già vissuti, per gli episodi già accaduti e per le possibili conseguenze future. Vanno interpretate perché se ne traggano i giusti segnali di pericolo. Serve, a tal fine, la giusta ricostruzione cronologica dei fatti, scremata dagli aspetti più marcatamente ideologici e strumentali. La verità su ciò che è accaduto è la sola che può far emergere le necessità di soluzioni immediate e/o indicare una possibile strada futura. Solo così si può valutare la portata dei provvedimenti adottati e si possono trarre le ipotesi per i provvedimenti di carattere definitivo da proporre. Le vicende vanno dunque comprese a 360°, soprattutto per prevenire nel futuro analoghi fenomeni di inammissibile degrado civile ed, infine, per discutere ed adottare quelle che dovrebbero essere le scelte definitive nell’interesse del Paese.
Non servono appelli per una parte o per l’altra, non servono scioperi, altre violenze, distruzioni, scontri con la polizia, raccolte di firme, posizioni di estremismo ideologico, gruppi su Facebook. Le questioni non si risolvono a chi grida di più, a chi minaccia di più, a chi strumentalizza di più a chi riesce a mobilitare di più. C’è molta confusione sull’argomento immigrati in Italia, ma c’è altrettanta confusione sulla stessa interpretazione del concetto di democrazia, c’è confusione su cosa sia l’autodeterminazione di un Paese, sui valori della solidarietà, della coscienza nazionale, come confusione c’è sul principio della legalità.
La strumentalizzazione politica ci mette del suo e non aiuta mai a capire. Non sappiamo ancora cosa si intenda, ad esempio, per multietnico, per multiculturale, per pluralismo etico, per integrazione, come non è dato di sapere se in Italia chi risiede regolarmente, e ne ottiene la cittadinanza secondo le leggi vigenti, goda degli stessi diritti di tutti e soprattutto se a tutti sia chiesto di assolvere gli stessi doveri. Di certo, ciò che nessun paese civile si dovrebbe poter permettere è la giungla. Ma in Italia, molto spesso, quella con la giungla  è una convivenza forzata.
Ai margini di una crisi recessiva che ha messo a dura prova l’apparato produttivo del Paese e che ha accentuato una crisi occupazionale che al Sud ed in Calabria è già da sempre un fenomeno endemico, c’è da prendere atto che c’è una parte del Paese che vive, produce e commercializza nell’illegalità, che sfrutta la manodopera clandestina per il lavoro più duro, che sfugge ai controlli, che si avvale di protezioni omertose. Questa parte del Paese, in massa, per pigrizia, per debolezza, ovvero per complicità, per ignoranza, per cinismo, o per paura, fa finta di ignorare in quali condizioni disumane di vita sono presenti sul territorio nazionale un numero rilevante di bambini, donne e uomini, di nazionalità extracomunitaria e per lo più clandestini.
E’ in questa confusione, mal tollerata da una parte e dall’altra, che vanno inquadrate, a Rosarno, sia l’esasperazione degli extracomunitari sia quella dei cittadini, sfociate poi nella guerriglia urbana. Se l’effetto scatenante è stato un atto di stupida criminalità, si può a ragione affermare che la fiamma dello scontro bruciava già sulla pelle di tutti.
La questione di Rosarno, però, se, invece di spingere a riflettere, rianima lo scontro e la polemica politica, ottiene il risultato di mortificare ancora una volta il buon senso. Ci si sofferma, infatti,  sulla propaganda, sullo scambio di accuse, sulla visione dei fatti a proprio uso e consumo, su scenari di comodo, sugli slogan, su tutto ciò che in definitiva non serve. Tutto questo non solo non è utile a risolvere alcunché, ma contribuisce a confondere le questioni ed a mantenere nel vago la complessa pericolosità di un fenomeno.
In Italia, e siamo alle solite, la conseguenza di ogni decisione non presa è sempre il rinvio, sine die, del problema. Oggi, per non saper scegliere, rischiamo di porre le basi a quella che potrà rivelarsi la nuova barbarie del secolo d’apertura del terzo millennio. Tutto può essere rinviato, infatti, meno che le questioni che minano l’unità del Paese, la sicurezza nazionale, la convivenza civile delle comunità urbane ed il rispetto delle leggi.
Eppure la legalità è la parola magica di tanti pifferai! Ma ha valore solo se la si usa contro una parte politica. Non è lecito criticare le sentenze, non è lecito accusare la magistratura di fare politica, non è lecito difendersi dalle accuse più astruse, ma non si dice, ad esempio, che è illegale entrare clandestinamente in Italia e non si dice che è illegale ignorare i controlli e le leggi sul lavoro. Non si dice, infine, che è illegale il caporalato e porre in stato di schiavitù la manodopera.
Dov’era la legalità allora a Rosarno? Di chi le responsabilità? Dov’erano magistratura, guardia di finanza, ispettorato del lavoro?  Dove i sindacati?
La regolarità di un rapporto di lavoro dovrebbe essere oggi un requisito imprescindibile. La violazione dovrebbe essere considerata come complicità nel reato di clandestinità. L’evasione contributiva e fiscale dovrebbe essere considerata come un reato contro il patrimonio dello Stato e sanzionato come tale.
Legalità vuol dire comprensione, giustizia, soddisfazione, dignità. Con le regole rispettate da parte di tutti, e solo così, si può parlare di integrazione e di società aperta al confronto di civiltà con le altre etnie e con le tradizioni dei diversi sentimenti religiosi.
Vito Schepisi


29 settembre 2009

La Repubblica Islamica d'Italia

Farefuturo, la Fondazione che fa capo a Gianfranco Fini, si chiede se sia di destra o meno dare la cittadinanza ai cittadini stranieri dopo 5 anni, se mostrano di saper parlare la lingua italiana e/o tante altre cose ancora. Ma a chi  interessa d’essere di destra o di sinistra ? A chi interessa il discorso alla Moretti di dire o fare qualcosa di destra o di sinistra? Per fortuna in Italia non si è proprio ai livelli degli intellettuali di sinistra. Sono tanti ancora gli  italiani che pensano che la collocazione fine a se stessa sia solo un pregiudizio ideologico.
Sono altre le cose che interessano al Paese, che non quella d’impegnarsi in questa analisi di conoscenza del proprio sentimento politico di destra, ovvero di sinistra. C’è ben altro che il vezzo di assumere una posizione che sia meramente allineata alla propria collocazione di partito o alla sola geografia politica del proprio sentire.
Secondo alcuni studi, gli immigrati regolari in Italia sarebbero già ampiamente oltre i 4 milioni. Non sappiamo quanti siano poi i clandestini che sfuggono ai controlli. C’è chi prova a fare previsioni per gli anni futuri. La società di studi Nomisma ipotizza che per il 2050 gli stranieri regolari sul territorio nazionale sfioreranno gli 11 milioni superando il 17% di tutta la popolazione italiana. Ci sono anche calcoli diversi, però, e previsioni molto più catastrofiche. Tutti questi calcoli, però, non hanno niente di scientifico e peccano di permeabilità politica. Ciascuno li usa per giustificare le proprie convinzioni. La realtà è poi è sempre diversa, come accadeva con la pianificazione sovietica, quando a tavolino si programmava ciò che nella realtà era diverso.
La presenza dei clandestini, la continuità politica, le stesse aperture di Fini possono contribuire a far sortire esiti diversi ed a rendere incerta ogni previsione. Ma già nel pensarla come a Nomisma, con oltre 11 milioni di cittadini stranieri, con usi, tradizioni, fermenti religiosi diversi e qualche milione di clandestini per lo più reclutabili come manovalanza criminale e/o per penetrazioni terroristiche, farebbe pensare ad un paese in grande tensione sociale, con molti problemi di sicurezza, molta apprensione e molta paura. Si fa presto poi a dire che la colpa è di chi semina paura.
Colpa di che? E’ forse una colpa avere paura?
Attenendoci ai fatti, dai dati ufficiali risulta che la popolazione degli immigrati in Italia è passata, dal 2007 al 2008, dal 5,8% al 6,5%. E’ un più 0,7% rispetto al tutta la popolazione italiana, vale a dire 7% in più ogni dieci anni. Ma così in quarantadue anni, fino al 2050, i conti non sarebbero come quelli che prevede Nomisma! Sarebbe ipotizzabile un aumento pari a circa il 30% di tutta la popolazione italiana, e poi andrebbero sommati i clandestini e quelli regolari che già ci sono oggi. Con solo quattro conti si può calcolare quando il nostro paese non sarà più l’Italia che conosciamo. Solo quattro conti per stabilire quando la popolazione straniera supererà quella italiana. Sarà nel 2075? Anno più o anno meno, sarà questo il destino del nostro Paese? E’ questo ciò che, una parte politica, se prevarrà, ci riserverà come futuro? L’Italia cambierà il suo aspetto, cambieranno le abitudini delle nostre città, saranno disperse le nostre tradizioni, forse abbattuti i simboli della nostra cultura. Le nostre donne continueranno ad essere violentate ed offese per le strade e nel giudizio morale delle turbe di integralisti che predicheranno la sottomissione ed il velo islamico. La preghiera con il viso rivolto verso la Mecca non sarà solo una provocazione volgare lanciata dal Sagrato del Duomo di Milano ma si allargherà a quello di San Pietro, a San Marco a Venezia, a Piazza Statuto a Torino, a Piazza Plebiscito di Napoli ed in tutte le piazze italiane.
Il Vaticano verrà sfrattato e trasformato in un centro islamico e posto sotto la guida di un Mullah, capo spirituale e politico della Repubblica Islamica d’Italia.
Vito Schepisi


7 maggio 2009

Il Segretraio del PD fa l'estremista

Non si capisce dove sia la strumentalizzazione della paura che Franceschini stigmatizza nel valutare la volontà della maggioranza di varare attraverso la fiducia il decreto sicurezza. Sono eccessive le parole del segretario del PD: ''non e' moralmente giusto strumentalizzare la paura e tornare alle leggi razziali 60 anni dopo''. Vanno ben oltre la durezza di una rigida opposizione.
Tutta la campagna elettorale dello scorso anno è stata condotta da PD e Pdl + Lega avendo fra i temi centrali del confronto la sicurezza. Ora è un dovere della parte politica scelta dall’elettorato mantener fede al patto con gli elettori. L’attività parlamentare benché prevista dalla Costituzione senza vincoli di mandato, è sempre legata al dovere morale di corrispondere alla volontà degli elettori che col voto hanno conferito l’incarico.
La fiducia parlamentare chiesta dal Governo è una scelta di prudenza, ma anche di coerenza. Il venir meno di una parte importante del programma del centrodestra motiverebbe la presunzione della dissociazione della maggioranza dall’esecutivo e dovrebbe richiamare una doverosa presa d’atto del Consiglio dei Ministri. Esiste pertanto la volontà del Governo di evitare che con il voto segreto emergano alcune forme di risentimento, più metodico che politico, tra settori del Pdl e la Lega, frizioni che riguardano questioni del tutto differenti dal contenuto del decreto sicurezza. Il governo se ne deve far carico per senso di responsabilità verso il Paese, e lo fa nel porre la fiducia su di un capitolo importante e centrale del suo programma elettorale. E’ persino ineccepibile che lo faccia perché mette sul tavolo la sua legittimità a governare.
L’immigrazione clandestina è una piaga per tutto il Paese ed è un tema su cui le preoccupazioni dei cittadini sono trasversali rispetto al sentire politico. Esasperare i toni non serve se non a far sorgere davvero il pericolo di pericolose derive. E’ del tutto fuori luogo ed immotivato il riferimento del segretario del PD alle leggi razziali. Solo una persona irresponsabile può richiamarsi a simili e così vergognosi episodi della storia del Paese. Franceschini di queste responsabilità storiche avrebbe dovuto chieder conto ai molti uomini della sinistra che le leggi razziali le hanno approvate ed esaltate durante il ventennio, e non ad un Governo che assolve con correttezza il compito di tener fede ai suoi impegni e si adegua a garantire il massimo della comprensione e della tolleranza.
Le accuse su queste questioni sono come boomerang che rischiano di ritorcersi contro la civiltà di un paese che deve garantire ai suoi ospiti tutti gli strumenti disponibili del suo sistema di sicurezza sociale, economica, sanitaria e politica. Gli extracomunitari regolari potranno e dovranno essere parte dei cittadini italiani di domani e comunque genitori di bambini con tutti i diritti civili della popolazione nata in Italia. Lanciare al Governo l’accusa di varare provvedimenti propedeutici alle leggi razziali è assolutamente da irresponsabili.
Bisognerebbe parlare di integrazione e parlare di diritti, ma tutti sanno che la chiave per iniziare a discutere del futuro degli immigrati in Italia è riposta nel rispetto delle nostre leggi e soprattutto nella sicurezza che i flussi di ingresso nel Paese siano regolari e controllati. L’abusivismo è sempre un reato. Lo è per i nostri connazionali, quando violano le leggi, e diverrebbe difficile non comprenderlo per coloro che entrano clandestinamente nel territorio nazionale.
L’Italia, come tutti i paesi industrializzati, attraversa una pesante crisi che si riflette sull’occupazione. Anche le attività che una volta i nostri connazionali stentavano a prendere in considerazione, creando ampi spazi di lavoro per gli immigrati, in mancanza di lavoro, vengono adempiute dai nostri connazionali. In agricoltura e nelle imprese stanno perdendo il posto immigrati regolarizzati perché la produzione è ferma per mancanza della domanda. Si vende sempre meno, o non si vende per nulla. Anche il piano casa attende stancamente i tempi burocratici e qualche ostruzionismo delle regioni, e ritarda il rilancio delle attività produttive e la circolazione del danaro, dei salari e dei consumi. Sospendere i flussi dell’immigrazione clandestina diviene un’esigenza che va oltre le questioni della sicurezza. Un’opposizione seria che si vanta di rappresentare i ceti meno garantiti dovrebbe prenderne atto. Franceschini, invece, fa l’estremista in un gioco immorale contro il Paese, ed in sbracciata concorrenza all’estremismo di Di Pietro.
Vito Schepisi


5 ottobre 2008

Il problema non è il colore della pelle ma la legalità

 

La sinistra ha il gusto della ciclicità negli argomenti della sua polemica. Come si alternano le stagioni, a sinistra si alternano i temi delle contrapposizione più nette. Nessuna proposta, nessuna idea ma solo l’intenzione di fomentare divisioni nel Paese.
 
Si ha l’impressione che ci sia una cernita tra gli episodi che maggiormente possano motivare polemiche ed esacerbare i toni del dibattito. Veltroni, però, dovrebbe ormai sapere che il limone è stato già spremuto e che l’acre succo è ben che consumato.

Non sono affatto cambiati i metodi della sinistra tradizionale di estrazione marxista. Lo spirito ed il metodo restano invariati: il fine è sempre lo scontro. Tra gli argomenti sono scelti quelli che possono incidere in modo più marcato, per creare disappunto e criminalizzare l’avversario politico che per l’occasione, tanto per coerenza, viene indicato come il nemico. A sinistra, malgrado le bandiere arcobaleno, c’è sempre clima di guerra, a volte da ultimo fronte.

Il tentativo è quello di far sembrare che da una parte ci sia gente rozza e dall’altra invece uomini buoni ed anime candide. In verità, invece, è che da una parte c’è stata la ferocia e l’odio di sempre e dall’altra, invece, l’istinto alla tranquillità ed alla tolleranza. Da una parte c’è un’azione politica fatta di parole d’ordine e di pregiudizialità, mentre dall’altra di ragionamento e di prudenza. Se da una parte c’è dialogo e moderazione, dall’altra non demordono il massimalismo e la violenza.

Il fascismo e l’antifascismo, la legalità e la giustizia, il conflitto di interessi, l’informazione televisiva, il dialogo e le riforme ed ora la xenofobia ed il razzismo sono i luoghi in cui, a tavolino, viene organizzato lo scontro. E’ come dal capello di un prestigiatore da dove non escono conigli o colombe bianche ma arcigni motivi di odio.

L’ultimo focolaio è stato acceso sulla supposizione che la politica del Governo sia foriera di sentimenti di rifiuto della diversità. Alcuni episodi della cronaca nera, in cui si sono trovati coinvolti uomini di colore, sono stati presi a pretesto per alimentare una nuova odiosa campagna di accuse verso la maggioranza ed il governo.

Questa però si può rivelare una campagna scellerata. Può far sortire il pericolo di creare fenomeni di xenofobia quando, invece, in Italia non esistono se non in quantità fisiologiche e del tutto trasversali al quadro politico. Non si è cattolici, ovvero liberali o socialisti, e neanche fascisti o comunisti e nello stesso tempo razzisti per definizione.

La paura, invece, per gli episodi di violenza in cui ogni giorno vengono coinvolti extracomunitari e clandestini può, infatti, favorire fenomeni di reazione. Tanto più se le forze politiche soffiano sul fuoco delle criticità avvertite. Non sono da sottovalutare le tesi di coloro, come anche quella del Presidente della Camera Fini, che sostengono che il fenomeno del possibile e pericoloso emergere del razzismo possa aver origine dalla preoccupazione degli italiani per la presenza di extracomunitari, per lo più clandestini, dediti al malaffare.

Se si pensa che l’intolleranza, come se fosse una diversità, esiste anche nel tifo per le squadre di calcio e persino all’interno delle stesse città, e solo per mera rivalità sportiva, si capisce che questi episodi sono tributi da rimettere alla stupidità ed all’ignoranza più che sentimenti di vero razzismo.

Saggezza e prudenza vorrebbero che siano abbassati i toni e che gli episodi di intolleranza e di illegalità siano perseguiti con l’applicazione puntuale della legge, attraverso l’impegno rigoroso e responsabile della magistratura e delle forze dell’ordine.

Il ruolo della politica è quello di supportare, con l’attività legislativa, il compito degli organi dello Stato chiamati a garantire la sicurezza ed a sanzionare e reprimere il crimine. I partiti, come per tutti gli interventi per il ripristino del buon senso e della civile convivenza, devono invece trovare le opportune convergenze tra maggioranza ed opposizione, nel comune interesse, con lo scopo di motivare il Paese sulle scelte della civiltà e del diritto e non fomentando spaccature con pretestuose contrapposizioni finalizzate ad accendere focolai di scontro.

Le politiche di umanità e di solidarietà, il dovere all’ospitalità e la lotta alle discriminazioni si attuano con l’offerta di sicurezza per tutti, anche per coloro che provengono da altri paesi.

Il vero problema non è quindi il colore della pelle ma la legalità.

Vito Schepisi


3 settembre 2008

Ma il problema è il voto agli immigrati?



Mentre l’Italia ed il suo Governo trovano il consenso dei cittadini sui diversi temi su cui sono impegnati in politica interna, e mentre in campo internazionale il Paese recupera strategie e centralità, il PD con Veltroni non ha di meglio da proporre che il voto agli immigrati.
Una questione che sarebbe legittimamente da discutere qualora nel Paese ci fosse un giusto equilibrio dei flussi e qualora il fenomeno della selvaggia immigrazione clandestina trovasse una soluzione soddisfacente.
Sappiamo invece che non è così!
Il diritto di voto per coloro che stabilmente lavorano e vivono in Italia è l’ultima cosa che oggi occupa l'interesse degli italiani. C’è, infatti, la diffusa convinzione che l’immigrato sia più un peso che una risorsa. Preoccupazione e diffidenza vincono ogni pur grande sensibilità e generosità, qualità che sappiamo essere ben solide tra la nostra gente.
Quella del riconoscimento dei diritti di chi opera e paga le tasse in Italia è una questione che non troverebbe alcun grosso impedimento nel concludersi favorevolmente, in un quadro complessivo di diritti e doveri, qualora però il Paese fosse in una condizione di normalità e di sicurezza.
Trova invece sacche di diffidenza e di preoccupazione in una realtà che è stata per lungo tempo fuori controllo e che ha mostrato comportamenti contraddittori da parte delle istituzioni.
C’è una sensazione di approssimazione e di impreparazione a fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina.
Si è diffusa in tempi recenti, nei paesi interessati al fenomeno migratorio, persino una sensazione di maggior tolleranza che ha fatto preferire l’Italia ad altri paesi europei: una tolleranza che non è virtuosa se alla fine genera criticità nelle nostre realtà urbane e tra i cittadini, e se fa sorgere conflitti con i nostri usi e con le nostre tradizioni popolari.
Gli episodi di violenza nelle nostre città, l’abitudine a veder circolare nelle strade uomini di colore in apparenza senza una meta precisa, e probabilmente senza una vera occupazione, o a vederli nei centri storici intenti a vendere di tutto, utilizzati quasi sempre da organizzazioni malavitose dedite alla contraffazione, spesso induce a pensare che l’immigrazione possa rappresentare un problema per il Paese, e che quella clandestina andrebbe maggiormente controllata e sanzionata.
C’è un nesso mentale diretto tra immigrazione e clandestinità tale da indurre i cittadini a richiedere spesso la linea dura per fermarla e respingerla. Si va formando una cultura ingiusta e colpevolmente semplificata che fa riconoscere il clandestino come un delinquente. Sappiamo che non è sempre così, ma sappiamo anche che non è una questione di razzismo, ma di paura.
La difesa della propria famiglia o della propria comunità è un valore di umanità e di civiltà su cui si è fondato l’evolversi delle regole della convivenza, ed è giusto che sia innato nei cittadini l'impulso alla difesa di un senso comune della propria educazione civica. Le famiglie hanno paura e gli episodi di violenza in cui sono coinvolti cittadini stranieri, introdottosi clandestinamente in Italia, contribuiscono ad alimentare questa paura. Le popolazioni vedono in questa gente potenziali delinquenti, vedono in loro possibili guastatori dell’insieme delle loro consuetudini quotidiane, come è naturale che sia intorno ad un campanile o ad un municipio.
Le statistiche sui reati e sulla popolazione carceraria contribuiscono a rafforzare questa convinzione ed inducono a riflettere con severità sulla qualità degli immigrati. Sembra che sulle nostre coste arrivino per lo più persone propense al malaffare.
Quelli sul crimine sono dati inconfutabili che nulla hanno a che fare con situazioni di razzismo o di xenofobia, e giustificano comprensibilmente quella paura che non può che crescere dinanzi a numeri che segnalano potenzialità a delinquere pari ad uno su due se non oltre ancora.
C’è una parte della popolazione che contesta anche l’utilità dei flussi migratori. Il ragionamento è semplice perché parte da una considerazione apparentemente lineare: in Italia i giovani hanno difficoltà a trovare lavoro e gli immigrati clandestini inflazionano l’offerta di mano d’opera a costi più contenuti e senza garanzie. Ed anche queste sarebbero verità incontrovertibili se non fosse che in Italia ci sono lavori che i nostri giovani non sono disposti a fare, come il lavoro nei campi, ad esempio, o lavori che le nostre donne stentano a fare con continuità, come le badanti che devono trascorrere una vita fuori dalle propria casa e con grossi limiti alla propria vita privata.
E’ questo il contesto critico in cui Veltroni non ha di meglio da fare che chiedere il voto agli immigrati. Sembra più un tentativo maldestro di trovare un espediente per mutare i numeri del consenso. Forse anche un modo per attirare l’attenzione di frange della sinistra alternativa, già decimata dal voto “utile” di aprile. E’ un tentativo di sostituire il calo dei consensi moderati del PD con l’adesione di quella sinistra più estrema che, per quanto lontana dai problemi veri della gente, incapace di fornire risposte credibili ed impacciata nel sapersi sintonizzare col popolo, è sensibile da sempre a queste questioni.
Non sarà così una novità vedere tra i temi della manifestazione, che Veltroni sta preparando per “Salvare l’Italia”, anche quello del voto agli immigrati, con tanto di partecipazione di extracomunitari per impinguare il numero dei manifestanti, magari con la speranza di provocare incidenti e poter accusare il governo di razzismo e di fascismo, invocando la “sensibile” platea europea ed internazionale
Se ne pensasse una e buona Veltroni, invece di farne cento!
Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/perch%C3%A9+%C3%A8+sbagliato%2C+ora%2C+parlare+di+voto+agli+immigrati.0057146

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