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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


9 aprile 2011

I Fintulliani


Non c’è sempre la necessità di riesumare Darwin per comprendere le origini di una nuova specie.
I Fintulliani, per gli amici FLIt (come il vecchio moschicida), sono soggetti che appartengono a una nuova corrente di pensiero “neo-tolemaica”. Si adoperano al raggiungimento di un’impresa controrivoluzionaria e anticopernicana, altrimenti detta antiberlusconiana, radicata sull’egocentrismo immobiliare. E se Di Pietro pone i “valori” al centro del proprio pensiero, i fintulliani pongono i “fini”. Sia gli uni, che gli altri, però, sottendono alla modifica antropologica dell’homo erectus, che identificano nell’esuberanza genitale di Berlusconi. Puntano a percorsi diversi, cercano di infilarsi in spazi diversi: finiranno persino col chiedere in sposa Niki Vendola. 

P.S.: Un grazie a Luigi Anastasio della "Giggino Productions" che ha montato la foto dei trionfanti condottieri della nuova genia ... osannati dalla specie dei "politicamente corretti".


5 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi


28 settembre 2010

Fermiamoci a pensare

Se ci fermassimo un po’ a pensare, comprenderemmo che questa volta la posta in gioco ha il suo valore. Dopo la caduta della prima repubblica, già nel 1994, quando, con un avviso di garanzia pubblicato sul Corriere della Sera, la Procura di Milano informava Berlusconi - che coordinava a Napoli la  Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata - d’essere oggetto di indagini per concorso in corruzione, dando così inizio ad un’attenzione giudiziaria che dura oramai da 16 anni, la politica italiana ha vissuto una democrazia molto tormentata, se non per certi aspetti precaria. Da quei tempi, però, nel Paese è maturata una speranza che è diventata una lunga attesa. E’ stata vinta la rassegnazione, ed anche l’ipocrisia ha dovuto arretrare di qualche passo, vinta dalla inarrestabile volontà degli italiani di cambiare.
Gli esiti elettorali che si sono succeduti, però, non hanno mai sortito un confronto sereno tra maggioranza ed opposizione: è mancata la reciproca attestazione di legittimità; le coalizioni elettorali formatesi si sono rivelate frammentate, litigiose ed incostanti; sono emerse ambizioni premature ed egoismi di partito; sono affiorate differenze sia di obiettivi che di strategie politico-amministrative.
Le maggioranze precarie, formate dall’unione di più partiti, ciascuno con i suoi personalismi ed i suoi apparati, hanno finito così col paralizzare l’azione di governo e l’attività parlamentare. La conseguenza è che non è stato possibile esprimere con continuità un ciclo politico-amministrativo e, soprattutto, che le caste  conservatrici hanno bloccato l’azione riformatrice.
Le riflessioni servono anche per capire se tutte queste divisioni e se tutte queste lotte nei partiti e fra i partiti siano o meno anche un riflesso delle lotte tra gli italiani, e se il corpo elettorale riesca o meno a dare significato politico alle frammentazioni. La politica in definitiva non è che un contenitore di sostanze diverse che vanno, ad esempio, dai grandi ideali di Libertà ed Indipendenza, di Patria, di Giustizia, di equilibrio sociale, di umanesimo, di lotta al bisogno, alla più modesta collocazione di un lampione o di un’area di parcheggio. Se, in politica, vedessimo tutto con l’occhio del pregiudizio, ci si potrebbe collocare  tranquillamente tutti da una parte o tutti dall’altra e viceversa. Le scelte, invece, si fanno sui modelli di società da realizzare e sulla capacità, attraverso le riforme, di adeguare le stesse scelte  ai tempi che mutano.
Non c’è niente di più insulso in politica che il pregiudizio, come se si potesse tranquillamente sostenere che da una parte ci sia sempre la ragione e dall’altra sempre il torto, ovvero che con i primi ci sia Fini e con gli altri Berlusconi, o viceversa da una parte Bersani e dall’altra Di Pietro o, ancor più, con i primi sempre Bersani e con i secondi Berlusconi, o infine che solo da una parte ci sia il male assoluto come sostiene, ad esempio, un personaggio come Travaglio.
La verità è che il fastidio e l’ingombro di questa politica italiana, incline per indole e tradizione all’inciucio ed alla spartizione dei poteri, si chiama Silvio Berlusconi. La verità è che la preoccupazione della perdita dei privilegi  di casta, ed il timore dell’abbattimento della gestione vischiosa della burocrazia, proviene dall’idea politica di Silvio Berlusconi. Queste ansie provocano reazioni incontrollate, persino trasversali che investono l’economia, la finanza, l’industria, la magistratura, l’editoria e, come è evidente, la stessa politica che diviene strumento sia delle politiche di innovazione che di quelle di conservazione.
I politici, a volte, sembrano come le mandrie di pecore. Se viene messo in pericolo l’accesso ai pascoli dove nutrirsi, cercano di scavalcare  le barriere e di passare dall’altra parte. L’obiettivo, più che le scelte, è quello di conservare lo spazio della propria sopravvivenza parlamentare o, a seconda dei casi, della fetta di potere da gestire. Pochissimi politici tornerebbe a vita privata per propria scelta e, pur lamentandosi per i sacrifici, lo stress, la tensione, non rinuncerebbero mai ai tanti privilegi conquistati tra cui compensi economici, benefit, liquidazioni di fine legislatura e trattamenti pensionistici.
Se ci fermassimo a pensare, perciò, capiremmo che si deve provare a rompere questa “maledizione” di non poter cambiare il Paese, e di farlo invece muovere non più nell’interesse della sua classe dirigente, ma dei suoi cittadini. Non più nell’ipocrisia politica, ma secondo opzioni che non compromettano le necessità ed i bisogni del domani. E se anche questa volta si rinunciasse alle scelte, sarebbe un’altra occasione perduta. E non si sa se e quante ne resterebbero ancora!
Se si chiudesse questa legislatura senza riforme, Berlusconi rischierebbe di perdere definitivamente la sua battaglia rivoluzionaria. Finirebbe il sogno di tanti di voler attuare con il centrodestra quella politica riformatrice che la sinistra non è neanche capace di concepire. Fa bene, pertanto, il Cavaliere a provarci!
Marcello Veneziani nel suo articolo di lunedì su il Giornale sosteneva che Berlusconi è il tappo della politica italiana, quello che impedisce che fuoriesca il letame della partitocrazia. Senza Berlusconi, in effetti, salterebbe il bipolarismo e la politica ritornerebbe a frantumarsi. Si tornerebbe ai ricatti, ai condizionamenti, alle spartizioni, ai vertici di coalizione, come ha appena chiesto il finiano Bocchino. Ma Berlusconi non è eterno e non se ne vedono altri in giro. Se non riuscirà a fare le riforme, tutto sarà più difficile.
Il Premier ha, pertanto, il dovere di provarci, ma anche di appellarsi al Paese al primo manifestarsi di nuovi rigurgiti di azioni di logoramento. Meglio nuove elezioni che galleggiare.
Vito Schepisi

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