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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


30 aprile 2011

Vendola, il PD, la Puglia, il Paese

Il futuro di Vendola si costruisce solo sulla disgregazione dell’idea originaria del PD. 
Il partito di Bersani era nato per rappresentare una sinistra di stampo europeo, aperto al confronto con le componenti moderate, predisposto al gioco democratico della legittimazione dell’avversario politico, spogliato dalle incrostazioni ideologiche, pluralista e slegato dal classismo marxista, ma soprattutto interessato alle idee liberali del mercato e della competizione. 
Nato con Veltroni, il PD ha assecondato il processo di abbattimento della partitocrazia e si è fatto sostenitore del confronto bipolare, come negli USA, tra due schieramenti. Il centrosinistra e il centrodestra, accettando i valori comuni della democrazia, e avvertendo l’esigenza dei cambiamenti condivisi dell’architettura rappresentativa, esecutiva e giurisdizionale degli ordinamenti dello Stato, si prestavano al gioco democratico della maggioranza e dell’opposizione.
Due poli d’interesse politico che, ferma restando la continuità istituzionale e il comune sentimento democratico, erano destinati a distinguersi su temi come previdenza, scuola e università, giustizia, pubblico impiego, sicurezza e fisco, soltanto negli accenti, nelle priorità e nelle strategie di visioni di società compiute. 
Da una parte si pensava a una società democratica in cui far prevalere le innovazioni dei costumi, gli spazi delle minoranze, le integrazioni globali, il pluralismo etnico e, assieme a tutto questo, l’uso allargato della spesa sociale. Dall’altra parte, invece, si pensava sempre a una società democratica in cui far prevalere i valori di origine della cultura occidentale, l’identità nazionale, un’integrazione programmata, il rispetto delle minoranze, ma senza gravare sui diritti delle maggioranze e, assieme a tutto questo, la riduzione della spesa sociale a vantaggio dello sviluppo e degli investimenti, minori vincoli burocratici, più libertà d’impresa e maggiore flessibilità del mondo del lavoro.
In verità questo quadro non è stato dissolto da Vendola. Ci aveva già pensato lo stesso Veltroni. Perse le elezioni, sotto la pressione di Di Pietro, l’americano del PD, dopo il voto e gli impegni presi, ha cambiato la strategia d’opposizione, trasformandola da costruttiva a pregiudiziale. Persino la legittimità del voto popolare è stata messa in discussione. La sinistra di Vendola, assieme a tutte le componenti della sinistra alternativa, era invece rimasta fuori del Parlamento, consolidando l’idea che l’Italia ed i suoi elettori avessero scelto la democrazia ed il confronto civile.
Questa premessa è utile per capire l’attacco, oramai quotidiano, di Vendola al PD. È un attacco rivolto al sistema stesso della democrazia liberale. Vendola un anno fa in Puglia ha salvato la sinistra dalla sensazione di una sconfitta totale. E ora vuole riscuoterne il premio. Un anno fa, uscito da 5 anni di governo regionale senza colore, è riuscito ad imporre le primarie al PD. Era arcisicuro di vincerle, dopo aver costruito per tutto il tempo del suo mandato le premesse per il suo nuovo successo. E ora vorrebbe imporre la sua linea al Paese.
Forte di una rete clientelare di consenso politico tessuta in tutta la regione, rilevata anche nelle inchieste della magistratura sulla Sanità, Vendola, giovandosi di una stampa locale non ostile, se non addirittura amica, puntando su alcuni temi a effetto, come l’acqua di tutti e no al nucleare, ha vinto su un centrodestra spaccato. Nichi è abile a volgere tutto a suo favore. Utilizza ottimamente la pubblicità istituzionale per promuovere la sua immagine. Ha potuto persino giovarsi delle inchieste della magistratura su aspetti di vita mondana che, incrociandosi con personaggi pugliesi, sulla stampa locale facevano passare in secondo piano le inchieste sulla sanità e i coinvolgimenti e gli arresti dei suoi collaboratori.
La stessa strategia vorrebbe metterla in campo per la corsa alla guida del Governo nazionale. La sua candidatura a sfidare Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi, e la richiesta di primarie per la scelta, è partita il 18 luglio del 2010 a Bari durante i lavori degli “Stati generali delle fabbriche di nichi". Vendola ha già deciso: o le primarie o la sua candidatura a prescindere. Nessuno può pensare che sarà lui a cambiare idea. Non esiste per Vendola il concetto di cambiare idea.
I tentativi del PD di metterlo in difficoltà non servono. E su un aspetto il Governatore ha ragione: il PD ha votato con lui il suo programma e le sue scelte e i tentativi di metterlo in difficoltà con le assenze sui banchi della maggioranza appaiono goffi e incoerenti. Le minacce di dimissioni pochi giorni fa sono state un altro suo colpo di teatro. Il Governatore è abile ai colpi di scena. E minacciare le dimissioni sul contrasto alla rimozione dei vecchi amministratori delle Asl, per sostituirli con giovani manager sarebbe stato per il PD pugliese un vero autogol.
Nichi sta logorando lentamente il PD e lo fa giorno per giorno, senza sosta. L’ultima stoccata è contenuta nell’intervista al “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Ci ricorda la sua battaglia dell’uomo “solo contro tutti” già usata in Puglia. Il suo avversario per ora non è Berlusconi ma Bersani, come non era il centrodestra in Puglia, lasciato maturare nel suo logoramento e nei veti incrociati tra l’autunno del 2009 e l’inverno del 2010, ma D’Alema ed il suo sistema di potere in terra pugliese.Se perdesse anche questa battaglia, Il PD dovrà prendere definitivamente atto del fallimento del suo progetto di rappresentare il riferimento della sinistra in una democrazia compiuta.
Non resta che chiederci se sia possibile immaginare oggi una sinistra, in una Nazione europea, legata alla figura e alle politiche del sapore ideologico di Vendola.
Vito Schepisi


28 aprile 2011

C'è più di uno che aspetta Godot

 


Nichi Vendola potrà sbracciarsi quanto vuole, ma le elezioni in Italia si vincono al centro. 
Il Governatore pugliese con il suo sogno di una notte di mezza estate, quando il caldo umido della Città del Levante rende inquieti, quell’illusione di poter diventare premier per somma d’incapacità dei suoi possibili alleati, lo dovrà presto abbandonare.
Nessuno sposerà Nichi Vendola e tanto meno lo farà l’elettorato italiano.
Questa volta le sue fabbriche, i laboratori e i cantieri resteranno chiusi. C’è stata la recessione ed anche la politica delle chiacchiere è andata in cassa integrazione.
Può agitarsi quanto vuole, ma Bersani tra la sinistra del gay pride e quella dei nuovi protagonisti che possano richiamare l’elettorato moderato, preferirà sempre questi ultimi. Figuriamoci se dopo aver sostenuto che i temi della Giustizia non sono quelli che interessano gli italiani, Bersani e il PD potranno farsi coinvolgere in discussioni su temi che interessano l’esibizionismo diverso e tutto l’orgoglio che si manifesta con lazzi, colori e performance di cattivo gusto.
E figuriamoci se agli italiani si potrà spiegare che il multiculturalismo significa aprire le frontiere a tutti e mettere in discussione cultura, tradizioni e identità nazionale, e se si potrà dir loro che le questioni dei matrimoni tra gay, ad esempio, sono tra quelle che non fanno dormire la notte.
La sinistra neo-comunista, quella rappresentata da Vendola, non perde l’abitudine di cucire i vestiti della storia sulle nuove misure dell’opportunismo. Sostenitrice una volta di Gheddafi e di tutto ciò che nel tempo ha rappresentato ostilità alla cultura e alla democrazia occidentale, questa sinistra alternativa ne è diventata ostile quando la politica del dialogo e delle aperture, nel reciproco interesse delle parti, ha saputo trovare le intese per la convivenza e la gestione geopolitica di un’area così strategica come quella del Mediterraneo. Ora è nuovamente marcia indietro compagni. 
Gheddafi per Vendola poteva benissimo sterminare i suoi oppositori e la popolazione civile libica, in nome di un pacifismo che diviene molto difficile comprendere, ma che appare sempre più altro e non pacifismo quando si schiera contro la politica estera italiana che rispetta sia la risoluzione dell’ONU e sia gli accordi strategici nella Nato, intervenuta nel comando per sua iniziativa.La politica estera di Vendola appare, però, minoritaria anche a sinistra. 
Con il leader di sinistra ecologia e libertà, l’Italia si troverebbe a dover cambiare la sua politica estera e le sue alleanze tradizionali, ma forse è più esatto pensare che il governatore pugliese resti legato ai vecchi schemi del calcolo e dell’opportunismo, per trarre vantaggio politico dalle difficoltà di uno Stato alle prese con i problemi energetici e coi flussi immigratori. Ci ricorda tanto la vecchia strategia del Pci.
La sinistra italiana, alla resa dei conti, nel suo complesso, e malgrado i distinguo, mostra sempre la sua immaturità democratica. Anche a Bersani che si appella all’ “oltre” , non gli è mai facile andare oltre le strumentalizzazioni contro il Governo. E’ apparsa, infatti, molto più di una sensazione quella di doverlo ritrovare sulle stesse posizioni di Vendola, se solo il Presidente Napolitano, sulla partecipazione italiana alle operazioni militari in Libia, chieste dagli alleati nell’ambito di una comune strategia militare, non avesse giocato di anticipo. Evocare l’orrore della guerra fa sempre un grande effetto: non piace a nessuno ed è gioco facile opporsi.
La disputa in atto, in sostanza, è tutta legata alle tattiche per togliersi di mezzo Berlusconi e la maggioranza. Il leader del PD sarebbe disposto a tutto, anche ad “allearsi col diavolo” per indebolire il centrodestra, e sa che una candidatura Vendola finirebbe, invece, per rafforzarlo. Bersani vorrebbe essere lui a sfidare il Cavaliere, ma nell’area PD non mancano le ipotesi di un altro “utile idiota”. Un uomo immagine che serva a tranquillizzare gli elettori e che giustifichi persino la convergenza del terzo polo. All’uopo si aprono laboratori e già sono pronte le strategie di avvicinamento per le prossime amministrative, in particolare al secondo turno. Per l’occasione a Latina è stata persino lanciata la figura del fascio-comunista.
Battere il centrodestra sarà la partita della vita per Fini e Casini, ma anche per Bersani che di “oltre” non riesce neanche a smuovere la percentuale del suo partito. La soglia del 25% è una barriera che gli è persino difficile difendere. Il problema del PD è solo uno, che poi era quello dei DS, prima, ora ereditato dal PD: è la necessità di trovarlo così idiota ma anche così utile da non pensare di diventare un team manager, come in formula uno.
Vendola si dovrà proprio rassegnare. Non è arrivato il suo turno, se mai arriverà. Anche le sue “narrazioni” troveranno, prima o poi, il loro giusto collocamento nel tritacarne delle mode. Il suo sogno di primarie e chiacchiere questa volta sarà difficile che si avveri. Il suo giro per l’Italia, il suo presenzialismo, il suo sensazionalismo, potrà sono solo far aumentare il suo peso politico. I petardi scoppiettano, fanno fumo, ma poi si spengono. E’ sempre così e col tempo si disperde sia il fumo, che il suono. Per fortuna. 
Potrà correre da solo, o assieme a Di Pietro, forse avrà una buona affermazione e un ruolo in Parlamento, ma niente di più. Se vorrà, invece, far corpo unico contro Berlusconi, dovrà allearsi anche con Fini e Casini. Bersani di sicuro non lo prenderà in sposa. Le primarie, questa volta, non potrà vincerle: le primarie nazionali, con il PD, si fanno solo quando si sa già chi le vince. 
E’ inutile che anche lui Vendola aspetti Godot. Non viene!
Vito Schepisi


9 aprile 2011

I Fintulliani


Non c’è sempre la necessità di riesumare Darwin per comprendere le origini di una nuova specie.
I Fintulliani, per gli amici FLIt (come il vecchio moschicida), sono soggetti che appartengono a una nuova corrente di pensiero “neo-tolemaica”. Si adoperano al raggiungimento di un’impresa controrivoluzionaria e anticopernicana, altrimenti detta antiberlusconiana, radicata sull’egocentrismo immobiliare. E se Di Pietro pone i “valori” al centro del proprio pensiero, i fintulliani pongono i “fini”. Sia gli uni, che gli altri, però, sottendono alla modifica antropologica dell’homo erectus, che identificano nell’esuberanza genitale di Berlusconi. Puntano a percorsi diversi, cercano di infilarsi in spazi diversi: finiranno persino col chiedere in sposa Niki Vendola. 

P.S.: Un grazie a Luigi Anastasio della "Giggino Productions" che ha montato la foto dei trionfanti condottieri della nuova genia ... osannati dalla specie dei "politicamente corretti".


5 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese ( II^ parte)



Una svolta di serietà nell’attività giudiziaria della Procura di Bari sulla questione Sanità, è arrivata con l’arrivo del nuovo procuratore di Bari. Spenti i fumogeni Tarantini e D’Addario e uscito dalla scena anche Berlusconi, che con la sanità pugliese non aveva evidentemente niente a che fare, la procura di Bari ipotizzava, per la sanità regionale, l’esistenza di una “cupola” di malaffare, gravata da pericolose infiltrazioni della malavita organizzata. In una conferenza stampa il Capo della Procura, Antonio Laudati, accennava ad ipotesi di concorso di più soggetti politici della Giunta regionale che sottendevano alla gestione di questa “cupola”, con lo scopo di controllare il territorio servendosi delle nomine e degli appalti nella sanità, per allargare il loro consenso elettorale. All’assessore Fiore che negava l’esistenza di una “cupola mafiosa”, e che interpretava i fatti accaduti come singoli “fenomeni distorsivi” ed estranei ad “un unico disegno criminoso”, sempre il Procuratore capo di Bari replicava: “La sanità pugliese e' stata gestita da un sistema criminale che ha controllato gli appalti, le nomine dei primari e gli accreditamenti delle strutture sanitarie da parte della Regione Puglia”. Nel frattempo, il Vice di Vendola, il dalemiano di ferro Frisullo, veniva arrestato, sommerso da accuse di tangenti pagate in danaro e in natura. A suo carico emergevano meschini casi di ricatti sessuali a danno di giovani mamme bisognose e poi donnine, consulenze, sperperi e uno sfacelo morale indicibile, con la Regione trasformata in un postribolo. Vendola solo a quel punto si precipitava a sostituire ben 5 assessori, facendosene persino vanto. Ma lui, il poeta, non dava mostra di sentire su di se alcuna responsabilità politica guardandosi bene dal dimettersi. Di quali garanzie allora parlava, se neanche dinanzi a tanto degrado mostrava di avvertire la gravità di quanto era accaduto? Le ipotesi di reato si sono così allargate ad altri protagonisti, sono emersi i contenuti di alcune intercettazioni che coinvolgevano direttamente il governatore pugliese. In Regione c’era fermento per le candidature alla presidenza, in vista delle elezioni. Il centrodestra pugliese era spaccato. L’Udc era ostile al centrodestra, con Casini che giocava a spaccare sostenendo la Poli Bortone. Anche nella sinistra era in corso un braccio di ferro. Il PD, fiutando la vittoria, grazie alle divisioni degli avversari, voleva liberarsi di Vendola, indisponibile, però, a fare un passo indietro. In questo clima il governatore, soprattutto a beneficio del clamore mediatico, scriveva una lettera al pm Di Geronimo rivendicando il suo status di politico “puro”. Una lettera che dava più l’idea dell’intimidazione che non quella del sereno chiarimento delle sue responsabilità, scritta con arroganza, con toni piccati e con odiosi riferimenti personali al magistrato. Vendola, però, non è Berlusconi. Il politicamente corretto vuole che a lui tutto sia concesso, anche di provare a intimidire un magistrato. L’uomo con l’orecchino esce così vittorioso persino dal procedimento a tutela del magistrato aperto dal Csm e, dopo aver stravinto le primarie, soprattutto contro D’Alema e Bersani, prima che contro il suo contendente Boccia, esce vittorioso anche nella competizione regionale, grazie ad un favorevole vento di maestrale mediatico che gli spazza via ogni nuvola, e grazie soprattutto alla divisione dei suoi avversari. Vince in Puglia, mentre la sinistra perde in tutta l’Italia. E nasce così un eroe.Il resto della vicenda è contenuto nella richiesta della magistratura barese di arresto per Tedesco, nel frattempo entrato in Senato come primo dei non eletti, dopo che il PD pugliese, sostenuto da influenti leader nazionali, ha voluto, guarda caso, far candidare ed eleggere al Parlamento Europeo l’ex Ministro De Castro, già senatore eletto in Puglia. La richiesta di arresto è arrivata dopo due anni dalle sue dimissioni da assessore. E’ arrivata in contemporanea, benché i due procedimenti fossero separati e i magistrati (pm e gip) diversi, all’archiviazione delle ipotesi di reato a carico di Vendola. Una disposizione che ha lasciato più di un dubbio e che è giunta dopo 11 mesi di gestazione. Altri dubbi sono sorti dalla constatazione che, in due anni, nessun magistrato abbia mai avvertito la necessità di ascoltare Tedesco. L’ex assessore è stato interrogato solo dopo l’archiviazione delle ipotesi di reato contro Vendola. Eppure Tedesco aveva sempre sostenuto di aver sempre informato Vendola di tutto e che, pertanto, in caso dell’esistenza di un reato, il governatore ne sarebbe stato partecipe.L’autorizzazione all’arresto è ora al vaglio della Giunta per le immunità del Senato che è in procinto di dare il suo parere per poi passare il tutto all’esame dell’Aula. Difficilmente, però, la richiesta d’arresto sarà accolta, da ciò che si presume dalle posizioni sin qui espresse. Il gruppo Pdl, maggioritario in Senato, si è già dichiarato contrario: “Alla nostra coscienza ripugna - è scritto nel documento del Pdl - solo il pensiero di poter autorizzare la limitazione delle libertà personali per calcolo politico. Ciò non può esimerci però dal denunziare come dalla lettura degli atti emerga lo spaccato di un sistema sanitario pugliese profondamente distorto, praticamente marcio di fronte al quale i referenti politici, uomini e partiti della maggioranza di sinistra e in primis colui che tutti li rappresenta, il Presidente della Regione Vendola, continuano a far finta di niente”. Basterà ora qualche assenza e qualche voto favorevole del PD per respingere la richiesta di arresto. Tedesco sarà salvato dalla coerenza dei suoi avversari politici, mentre gli sarà più difficile ottenere la solidarietà del suo partito.In democrazia, però, non si possono avere dubbi sulla giustizia e non si può temere che le leggi e i provvedimenti giudiziari non siano uguali per tutti. Se capitasse, se ci fosse il pericolo di una giustizia con due pesi e due misure, dovremmo incominciare a temere per la democrazia. Non si possono selezionare i colpevoli e non sono ammissibili i capri espiatori, come non si può sottrarre al giudizio politico dei cittadini chi non è capace di garantire la gestione corretta della cosa pubblica. Non si possono coprire gli incapaci, e non si può tutelare chi si ritrae dall’assunzione delle proprie responsabilità.
Vito Schepisi


4 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^ parte)

Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore.
I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione.
In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona.
Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia.
Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti.
Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto.
Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre  la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”.
Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni:
1)     Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione;
2)     il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione;
3)     c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.
Ma garantito cosa?
(continua)
Vito Schepisi


8 marzo 2011

Vendola sta distruggendo la Puglia

Nel 2010, la sconfitta della sinistra alle elezioni regionali è stata in parte contenuta dalla conferma di Vendola in Puglia. Quella del leader di Sinistra e Libertà è stata una vittoria annunciata, ma, complice una stampa amica, è stata ben giocata. 
È stato spacciato per trionfo un risultato inferiore alle attese: la sinistra di Vendola ha vinto con il 46% dei voti, contro il 44% del centrodestra. Tra gli aspiranti governatori, si era candidata, alleata con l’Udc, la signora Adriana Poli Bortone, ex ministro del Governo Berlusconi e bandiera storica della destra nel Salento, che raccoglieva il 10% dei voti, sottratti tutti al centrodestra. Vendola è così diventato un mito della sinistra italiana. E’ stato preso a simbolo della sinistra vincente, salvatore di quell’area politica che perdeva di botto il Piemonte, il Lazio, La Campania e la Calabria (un quinto degli elettori italiani). Se la sinistra avesse lasciato sul campo anche la Puglia, sarebbe stata quasi cancellata dal sud. Dal Lazio e l’Abruzzo in giù, fuori dal centrodestra sarebbe rimasta solo la minuscola Lucania, mentre la presenza maggioritaria della sinistra sarebbe stata limitata solo alle regioni ‘rosse’, feudi, da sempre, prima degli ex comunisti ed oggi, con consensi minori, del Partito Democratico. 
La “vittoria” in Puglia è servita al poeta di Terlizzi da catapulta per proiettarsi sulla scena politica nazionale. Non c’è stato giornale che non abbia concesso un’intervista, e non c’è stato programma di approfondimento in tv in cui non sia stata registrata una presenza, o telegiornale che non abbia raccolto una dichiarazione dell’uomo con l’orecchino. Non c’è stato episodio nazionale, di natura politica o sociale, in cui non ci sia stata la presenza o non sia stata raccolta una posizione assunta dal Governatore pugliese. Invece che per le questioni, pur rilevanti della Puglia, Vendola si è interessato ad esprimersi sulla riforma universitaria, per il referendum alla Fiat, nel confronto sul moralismo e per l’individuazione di un candidato a premier per la sinistra. 
Repubblica così lo invitava a togliersi l’orecchino e guidare le truppe degli indignati contro Berlusconi, possibilmente da Fini a Di Pietro. Quelli del gruppo di De Benedetti, di fatto vera dirigenza politica della sinistra, nella consapevolezza che le elezioni in Italia si vincono conquistando il centro moderato, e che in quest’area c’è un’idea dei brillantini alle orecchie degli uomini pari a quella di chi porta l’anello al naso, si sono persino preoccupati di consigliare al “poeta” di rifarsi il trucco. Repubblica è il giornale dei poteri forti e della borghesia radical-chic italiana. E’ il giornale di riferimento di quelli con la “erre” moscia, di quelli … che le barche a vela, di chi presenzia alle sfilate di moda, insomma di quelli che si fanno scherno delle apparenze grossolane e volgari, ma che si ritrovano nel dare importanza più alle apparenze che alla ragione. E per Repubblica l’orecchino per un uomo non è molto fine, e neanche sufficientemente moderato e borghese. 
Vendola, però, a quell’orecchino ci tiene. Gli attribuisce un significato profondo, quasi filosofico. Certamente per lui ha un significato rivoluzionario o reazionario, a seconda dei punti di vista. L’astro della sinistra risente, infatti, di un’inossidabile e vecchia contaminazione ideologica. La sua condizione di sudditanza di pensiero, bagaglio di una formazione tutto lotta e partito, resta ben ferma nella sua coscienza di combattente e nella sua perseveranza nel sentirsi un alfiere della rifondazione dell’ideologia comunista, come se lo sgretolarsi del cemento del Muro, nel 1989, non avesse anche sgretolato l’illusione, pur mitizzata, di un Paradiso che era invece un Inferno.
Vendola vive di simboli, di messaggi, di racconti, di episodi di vita, di parole e di fantasie. Vive tra le domande alle quali si risponde da solo. Non ha bisogno di confronto. La dialettica è già in lui. E’ inizio, principio, analisi e sintesi (poca e scadente) di tutto. E’ un retorico per natura. In lui si formano messe di parole che maneggia con maniacale animosità. Pervaso, esterna una struggente passione, come quei predicatori un po’ folli che parlano di fine del mondo e simili. Dal suo pensiero escono idee tutte convergenti a riflettere i suoi imperativi categorici. Un piccolo dittatore, scadente, inutile, a volte ridicolo, sicuramente stucchevole. Scatena la sua fantasia che trasforma subito in sogno, come l “I have a dream”, di Martin Luther King, e poi da sogno l’idea si trasforma in obiettivo, ed il nostro incomincia a crederci. E da quel momento nessuno lo ferma più: si scatena e attacca chiunque gli si pari dinanzi, come se tutto ciò che non ricalchi il suo pensiero abbia parvenza di mostro. Un Don Chisciotte contro i mulini a vento. 
Così sta distruggendo la Puglia!
Non c’è direttiva europea, non ci sono patti di stabilità, non c’è principio costituzionale, non ci sono normative e leggi dello Stato che Vendola non abbia provato a forzare. Parte ora al grido dell’acqua bene di tutti, ora dalle energie che vengono dal sole e dal vento, ora per il lavoro, ora per l’immigrazione, ora ancora per le unioni di fatto in un crescendo di arroganti provocazioni che finiscono col mortificare il senso stesso della legalità. Persino, e di recente, mentre cresceva la diffidenza dei cittadini per la politica e i suoi consessi pletorici, la pretesa di allargare la maggioranza attraverso la “cooptazione” di 7 consiglieri trombati, e nonostante abbia fruito di 14 consiglieri in più ottenuti con il premio di maggioranza. 
La sua Puglia diversa, e a suo avviso migliore, non è altro che la visione che ha di un Paese senza confini in cui ciascuno venga spogliato delle sue tradizioni e delle sue origini: spogliato del genere, delle abitudini, della cultura di riferimento ed anche della propria natura. Un mondo di diversi e di uguali nello stesso tempo. Un mondo confuso dove vorrebbe riposizionare la sua sinistra diversa. Pensa per l’Italia a un governo “poetico” che dia sostanza alle sensazioni, come se fosse più importante sentire che essere. Come se fosse più importante immaginare che avere. La sua è una “narrazione” che si mostra profondamente diversa da un modello di società competitiva, e soprattutto poco incline alle chiacchiere, com’è oggi il mercato globale.
Dai discorsi di Vendola non si capisce mai molto: é tortuoso e barocco. Si comprende però che respinge ogni cultura di riferimento e si mostra infastidito da chi accenna al senso di appartenenza, come, ad esempio, alla civiltà occidentale, alla cultura europea, alle origini cristiane, alle tradizioni italiane, e se fossimo europei, africani o asiatici non farebbe alcuna differenza, neanche in termini di radici e di tradizioni. Per Vendola si nasce tutti uguali, ma se questo è vero, in termini di diritti e di umanità, è altrettanto vero che sin dalla nascita si trasmettono messaggi spontanei di scelte di vita, di tradizioni, di abitudini e di sentimenti. Questa da sempre è la cultura dei popoli. La civiltà non è, infatti, che una conquista continua la cui eredità si tramanda di padre in figlio. Non è un mondo di uguali, il nostro, ma è invece un mondo d’individui, e perciò di diversi, e questa è una ricchezza, non una colpa. 
Vendola alla pari dell’agente 007, James Bond, che lottava contro paranoici nemici che volevano distruggere il mondo, lotta contro 2010 anni di storia dopo la nascita di Cristo. Vorrebbe fermare il mondo perché il futuro è il suo nemico, senza accorgersi che i nemici della civiltà sono da ricercare tra chi vorrebbe trasformare il paese in una gabbia ideologica.
Vito Schepisi


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14 gennaio 2011

Garantismo svenduto


Una volta nella sinistra in Italia emergeva un’area di contestazione verso tutto ciò che poteva essere riferito al conformismo, alle tradizioni, ai valori nazionali. Negli ambienti liberali si seguiva con interesse la demolizione dei luoghi comuni, delle ritualità e si comprendevano persino le ragioni di una necessità rivoluzionaria che sbloccasse le rendite di posizione, le caste, i baronati, gli abusi e le discriminazioni.

Nel distinguersi, si pensava alla sinistra come a uno spazio in cui si formavano gli opportunisti e si strumentalizzavano le carenze e le necessità delle popolazioni, e dove si cavalcavano i bisogni ed i diritti negati per trarne vantaggi politici o sindacali. In molte circostanze, si è pensato che la sinistra coltivasse il malessere per poterlo canalizzare in politica e sfruttarlo. Ricordiamo il “tanto peggio, tanto meglio” di Togliatti. In tanti pensavano che la sinistra italiana fosse diretta da centrali di controinformazione internazionale, per minare la compattezza dell’occidente libero, e che, nel periodo della guerra fredda, la sinistra comunista lavorasse per favorire le mire imperialiste dell’espansionismo sovietico.

Le sintesi, però, portavano anche a pensare che, piuttosto per opportunità e non per scelta, la sinistra fosse inconsapevole portatrice di alcune ricette dell’anticonformismo istituzionale e del disconoscimento di qualsivoglia tentativo di introduzione di gestione di poteri assoluti da parte di servizi o di ordinamenti dello Stato (polizia, magistratura, finanza, editoria).

Si è pensato che la sinistra prestasse grande attenzione verso tutte quelle garanzie che nelle democrazie liberali sono a presidio dell’imparzialità della gestione dei poteri nell’ambito della vita civile dei cittadini. E dalla percezione di una sinistra garantista, emergeva anche quella di pensare che fosse contraria, per scelta, per opportunità, per formazione, per principio, all’ordinamento giurisdizionale inteso come una casta autonoma, priva di riferimenti con la società, di assonanza con il senso comune e di collegamenti con il sentimento popolare.

La sinistra fino all’inizio degli anni 90 ha usato il garantismo giudiziario come un proprio distintivo di riconoscimento. Mai la sinistra avrebbe acconsentito, senza gridare al complotto, che un Organo Istituzionale, quantunque supremo come la Corte Costituzionale, potesse sottomettere la politica e le scelte del Parlamento al giudizio e alle limitazioni di un servizio dello Stato, benché autonomo.

Dinanzi al ribaltamento dei principi, però, non può reggere solo l’antagonismo a Berlusconi, come alcuni provano a sostenere. Non si può, infatti, oggi in Italia pensare di rispolverare i principi del male assoluto che giustifichino le soluzioni assolute. La democrazia ha ragione di essere se la sovranità popolare mantiene la sua supremazia e se il Parlamento, espressione del popolo, abbia facoltà di legiferare senza subire ipoteche e ricatti.

Non è pensabile una democrazia ove un magistrato, se non gli va bene una legge, si rivolge alla Consulta - dove sa che c’è una maggioranza che è espressione politica contraria a quella che ha approvato la legge - per farla cassare. Non può che destare inquietudine un Organo Istituzionale che si cimenti a mettere sotto tutela il Parlamento.

E’ cambiata la sinistra o è mutato lo scenario politico? Sono cambiati i personaggi o è mutata la strategia della sinistra, dopo aver acquisito il controllo del potere giudiziario?

E’ evidente che il presunto garantismo della sinistra sia stato svenduto. La sinistra riscuote un’attività distratta e assolutoria per la sua parte, che diventa, invece, inquisitoria e intimidatoria verso gli avversari politici, e ricambia con l’azione di freno verso ogni tentativo di riforma dell’amministrazione giudiziaria. E’ almeno dal famoso decreto Biondi del 1994 che ogni tentativo di intervenire su temi che riguardino la giustizia e il ruolo dei magistrati e ogni tentativo di modificarne i privilegi, di intervenire sulle carriere, di modificare l’impianto organizzativo della giustizia cozza contro una barriera formata dall’alleanza tra magistratura e sinistra.

“La Magistratura è la più grave minaccia allo Stato Italiano”. L’avrebbe detto D’Alema all’ambasciatore USA, stando a quanto rivelato da Wikeleaks. Peccato che per l’unica cosa verosimile detta dal leader PD ci sia stata poi la smentita!

Vito Schepisi


6 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari nonitaliano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostraeconomia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironiaanglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia:“Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertitose il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, conla serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è unPaese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che,nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in unacongiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisimondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con moltocarattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, allaresponsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tantopressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in unmomento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilitàper favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza dellemisure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da unmassiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni edi parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anchealcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se nonpersino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero,il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come ilMinistro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immaginedell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionalee nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italiacon Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettatodalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modocredibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre alrispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciprocacollaborazione commerciale.  

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativol’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che eraaccaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forzepolitiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure dicontenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate aseminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemicipeggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana eanacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degliimpegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi delGoverno, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, digiovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumonoatteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per leconseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Unafollia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che,anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modidi pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e ipropri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e cheabbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni deiloro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però,non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è unmetodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidentesintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte deglielettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo,sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politicaoggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi


26 novembre 2010

Premio di maggioranza


Sembra che la nuova idea dei finiani, per concedere respiro al Governo,sia quella di chiedere una modifica della legge elettorale. Non si tratta direintrodurre le preferenze. La questione preferenze non è mai stata un veroproblema per i partiti, anzi per alcuni le cose vanno fin troppo bene,trasformando la stessa questione in un suggestivo strumento di indignazione, perfar presa sugli elettori. E’ sufficiente far intendere che Berlusconi,“dittatore” e “mignottaro”, assieme ai leghisti “rozzi” e “razzisti”, abbia ancheespropriato gli italiani del diritto di scelta dei parlamentari sulla schedaelettorale e tutto va bene.

Il “porcellum” si presta con facilità ad essere additato come unmetodo ingiusto e autoritario per la nomina dei Parlamentari. Aiuta all’ideanegativa anche l’aneddoto storico, forse un po’ fantasioso, di Caio GiulioCesare Germanico, imperatore romano noto come Caligola, che, in un crescendo difollia, in segno di disprezzo verso le istituzioni, pare che avesse  voluto nominare il suo cavallo,Incitatus , al Senato di Roma.

Le motivazioni del legislatore sulle preferenze sono state del tuttodiverse e riflettendoci con la dovuta prudenza si ricaverebbero valutazioni piùragionevoli. La partitocrazia, infatti, più che sulle persone più rappresentativeche i partiti, anche per immagine, mettono in campo, si regge sui comitati diaffari e sulle manipolazioni delle selezioni elettorali. Le preferenze in mano allecaste ed ai gruppi di pressione sarebbero, pertanto, lo strumento più subdolo perfavorire il dilagare della corruzione. Con la reintroduzione delle preferenze andrebberoa contare di più i mezzi finanziari, gli accordi occulti o il sostegno dellelobby, che non la cultura, la competenza e l’onestà dei candidati.

In una società come l’attuale, così aperta alle comunicazioni e conspiccata caratterizzazione mediatica, malgrado il paradosso, ciò che può sembrarepiù democratico, in realtà potrebbe non esserlo, anche se è ferma laconvinzione che sarebbe auspicabile la messa a punto di un metodo che possagarantire l’agibilità politica al riparo dalle gestioni occulte e mafiose. Nelfrattempo, però, resta auspicabile che nessuno possa essere messo nellecondizioni di comprare nessuno. L’attuale metodo, pertanto, se tutti sitogliessero la maschera della finzione, va bene anche ai partiti.  A Tutti. Solo gli ipocriti possono sostenereil contrario.

L’idea nuova dei finani, invece, consisterebbe nella modifica dellaparte della legge che riguarda il premio di maggioranza. Un nuovo cavallo diTroia per ridurre Berlusconi alla resa. L’idea, avanzata da Urso, sarebbequella di porre l’asticella del premio di maggioranza sulla soglia del 45%. Aquella soglia il Pdl e la Lega, valutati tra il 42% ed il 44%, non riuscirebberoad arrivare. Con questa modifica diverrebbe meno inutile e meno rischioso l’accordoelettorale tra Casini, Rutelli e Fini. Fini, infatti, teme le elezioni perchénelle condizioni attuali, se anche il Pdl e la Lega si fermassero al 42%, atutto beneficio del trio neocentrista che così arriverebbe a sfiorare il 18%, cheè  anche il massimo della forbiceattribuito dai sondaggi, e con la coalizione di sinistra, da Vendola a Bersani,attraverso Di Pietro, al di sotto del 40%, il centrodestra vincerebbe leelezioni e conquisterebbe alla Camera il premio di maggioranza, con buona pacedi Fini che si troverebbe a capo di un piccolo partito e privo anche della suaidentità. A Fini, invece, interesserebbe sia la caduta Berlusconi, che restarein gioco.

Con la proposta di Urso le tre debolezze si trasformerebbero in unaforza. Diventerebbero l’ago della bilancia del Parlamento. Casini, Rutelli eFini, a corto di voti ma arbitri della situazione, adotterebbero la politicadei due forni, com’è sempre piaciuto a Casini.

Fini immagina così di potersi liberare di Berlusconi. Con una propostache ci riporterebbe nella più classica delle degenerazioni della partitocrazia.Non varrebbero più i programmi e le scelte dei modelli di società per il futuro,ma gli accordi sui prezzi da pagare fino a soddisfare gli interessi di quei gruppidi potere che, servendosi di piccoli ma indispensabili numeri, arriverebbero,come un tempo, a condizionare le scelte del Paese.

Altro che bipolarismo! Fini anche in questo ha cambiato pensiero?

Vito Schepisi


23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di primarepubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Ilgioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversarioa bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi nongiova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche laretorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani eCasini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ciconvincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine airichiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranzae opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sonodiventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resteràsempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di nonsaper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium nondatur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismoreazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progettopolitico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese,raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi incompetizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quelloindicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusionenel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continueràsolo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ ètutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva nonentusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni,delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini diconsensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché assecentrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini moltopiù semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra imassimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezzapone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sullacapacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai giàsapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sonofiniti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neancheparticolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti,che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, intv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario pertirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possanocontare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuovapartitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formuleastruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami cheavrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte deglielettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziaredalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della suacollocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta unavolta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stiaall’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani,Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsiall’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia delventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfidesociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia.  Anche il “futuro” di Fini è già“passato”.

Il sistema rappresentativo delloStato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degliavventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione eriformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la sceltabipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogliquella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte nonpotranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno sisognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi

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