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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


4 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^ parte)

Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore.
I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione.
In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona.
Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia.
Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti.
Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto.
Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre  la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”.
Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni:
1)     Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione;
2)     il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione;
3)     c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.
Ma garantito cosa?
(continua)
Vito Schepisi


29 marzo 2011

Lezioni di politica in IV elementare



In quarta elementare s’insegna a far di conto; s’insegna la grammatica, la geografia; s’introducono i primi elementi di conoscenza della storia nazionale; si parla dell’Unità d’Italia, ricorrendo i 150 anni; s’insegna ad esprimersi in modo finito, per preparare le giovani generazioni a dialogare con proprietà di linguaggio e con la costruzione corretta del pensiero. Ai giovani tutti, a quelli di quarta elementare compresi, non si deve mai insegnare, invece, a odiare qualcuno. Si chiami Berlusconi o con altro nome, che sia Presidente del Consiglio o Capo dell’opposizione, non s’insegna a odiare nessuno.
Alle elementari la preparazione di base è molto importante. I giovani, con la stessa velocità con cui apprendono le nozioni, acquisiscono anche abitudini espressive scorrette e tali da non saper riportare con frasi chiare e finite i loro concetti. Le lacune poi restano e provocano non pochi imbarazzi quando si va avanti con gli studi, quando si assume una responsabilità di lavoro, quando ci si deve rapportare con gli altri. Come sarebbe bello se la scuola insegnasse a tutti i giovani a parlare e scrivere correttamente!
Un insegnante deve avere molta pazienza e nutrire molto amore per i bambini e deve saper rispettare la loro innocenza, non deve provare per nessuna ragione a violentare il loro pensiero. Non si può, infatti, scambiare la libertà d’insegnamento con il subdolo indottrinamento di adolescenti, per di più impossibilitati, per la giovane età, a difendere il loro sacrosanto diritto a sviluppare nel tempo sia il proprio pensiero, che un più articolato spirito critico.
Si sostiene che gli adolescenti di oggi saranno i testimoni futuri della nostra civiltà. Tanto più, pertanto, sarà data loro la possibilità di acquisire i principi della tolleranza, tanto più sarà possibile formare, per il domani, uomini saggi e predisposti al sapere. Solo il pluralismo dei punti di vista, che è il primo valore della democrazia, può stimolare nelle giovani generazioni la curiosità d’incamminarsi verso il bene della conoscenza, il cui percorso non è mai facile e rapido. E le diverse articolazioni delle idee aiutano a comprendere che la soluzione delle cose non è mai un piatto, ben cotto e condito, già servito sulla tavola, come vorrebbe far pensare la maestra che trancia giudizi di merito e che indica ai bambini le sue scelte assolute. 
La vita è sempre molto più difficile e complessa di quanto non appaia. Serve conoscere il più possibile di ciò che circonda l’uomo e il suo tempo per percorrere in modo più rapido il lungo tratto dell’impervio sentiero che porta al sapere, ma alla conoscenza ci si avvicina soltanto con la ragione, non utilizzando idee già preconfezionate, luoghi comuni e verità assolute. 
E’ capitato che il Dirigente responsabile dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari, Dr. Giovanni Lacoppola, abbia dovuto scrivere una lettera ai Dirigenti delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado delle province di Bari e Barletta-Andria-Trani avente per oggetto “lezione di politica in classe”. Una lettera molto intelligente, saggia e civile con la quale il Dirigente si duole di non riuscire a “comprendere perché alle volte la scuola si trasformi facilmente ed improvvisamente in un luogo nel quale un docente possa impunemente tramutare una serena aula in un palco da comizio da cui scagliare focose invettive contro un leader politico”.
Gli insegnanti seri sono quelli capaci di educare una moltitudine d’individui e soprattutto formare quei giovani che, posti dinanzi alle scelte, invece di cercare le soluzioni nel proprio “bignami” ideologico, si impegnino nel cercare le soluzione possibili e che, per farlo, si adeguino anche a pensare. Accadeva già ai tempi di Socrate e Platone che i giovani fossero sollecitati a respingere il metodo del pregiudizio per coltivare invece il metodo della scelta critica, consapevole e razionale.
Le violenze sui minori non si esauriscono con gli atti tipici, come ad esempio con le percosse e le sevizie, o spegnendo il sorriso sui loro volti, o sottraendone l’innocente giovinezza, o tenendoli segregati, impedendo loro di giocare con i loro coetanei, oppure privandoli delle carezze dei genitori: è violenza anche impedire il libero formarsi del pensiero. E’ anche violento quel modo di inculcare, con la forza autoritaria, con il condizionamento psicologico, con i mezzi e gli strumenti educativi, un pensiero unico. 
L’educazione dei giovani al pensiero unico è, infatti, il metodo usato dalle dittature per formare i quadri di partito e i sudditi del regime. In democrazia, invece, la scuola deve avere ha la funzione di predisporre i ragazzi ad arricchire il bagaglio delle proprie idee. Il pluralismo in una Nazione libera è un valore prioritario che deve consentire a tutti, agli studenti in maggior ragione, di allargare il ventaglio della conoscenza alle ipotesi e alle idee più diverse, e tali da consentire di fare nella vita le scelte che l’elaborazione del proprio pensiero può ritenere più giuste. 
Se i giovani, invece, sin dall’infanzia, nella scuola, e cioè in uno dei tre pilastri del loro processo formativo (famiglia-scuola-società), non sono messi nelle condizioni di comprendere che nelle comunità si articolano diverse opinioni; se non si insegna loro che dal confronto delle diverse idee emerge il principio della democrazia, che è sempre scelta condivisa, gli stessi giovani non riusciranno mai a percepire le motivazioni che sono alla base dei loro diritti e dei loro doveri.
Quando non si percepiscono le regole, però, accade che la civiltà regredisca a tutto vantaggio della barbarie. 
Vito Schepisi


31 marzo 2010

Dalla Puglia la richiesta di un nuovo Pdl

Le dimissioni di Fitto da ministro non hanno alcun senso, ora. L’errore è stato nel pensare che l’ex coordinatore del Pdl in Puglia potesse imporre il suo candidato, a dispetto degli elettori e per suo calcolo di opportunità. Non è in discussione la persona, squisita, preparata e capace, del candidato Rocco Palese, ma il metodo con cui si è arrivati alla sua indicazione. Alla luce dei fatti, risultano fondate le preoccupazioni, manifestate per tempo dal Presidente Berlusconi, quando chiedeva, per la candidatura alla Presidenza della Regione Puglia, una soluzione forte e tale da poter recuperare l’unità degli elettori pugliesi di centrodestra. Ma, per ben individuate responsabilità, non è stato così.
Non hanno alcun senso ora le dimissioni. La responsabilità di ciò che è successo non è soltanto di chi ha ritenuto di fare a modo suo, e per proprio interesse ed opportunità, ma è anche del sistema organizzativo del Pdl che l’ha consentito. Si abbia ora il coraggio e la forza di cambiare metodi e strumenti.
Non è in discussione la scelta, legittima, del Pdl e del centrodestra pugliese nell’opporsi alla candidatura della Poli Bortone. Se si contesta il ruolo di “tenore” di Fitto, si deve poter contestare anche quello di “soprano” della signora della destra pugliese. Nessuna fiducia era, infatti, possibile rimettere nelle mani di colei che, per una mancata nomina nella compagine ministeriale, da circa due anni alimentava un rancore contro l’area politica che l’aveva portata in Parlamento, ed in cui ancora dice di riconoscersi.
Se non è pensabile l’applicazione in politica del principio che la somma faccia sempre il risultato e se non deve, altresì, ritenersi possibile il ricorso alla libera uscita ed al dispetto come forma di ritorsione, non deve neanche ritenersi possibile pensare che il confronto, le diversità, i contrasti personali vengano regolati da una sola persona, e che questi stabilisca da solo le scelte di tutto il Pdl pugliese.
Su questo il centrodestra, non solo della Puglia, dovrebbe prendere esempio dalla scuola consolidata della sinistra che, invece, pur tra mille contraddizioni, spesso oltremodo divisa, a volte inscenando finzioni, riesce sempre a compattarsi, come è appunto capitato in Puglia con Vendola.
Nel tacco d’Italia è venuta a mancare una vera partecipazione complessiva alle decisioni dei responsabili del Pdl, sia a livello locale che nazionale. La responsabilità è nell’aver consentito ad un solo uomo di fare la sua scelta, benché controversa. E’ sembrato un vero atto di forza, imposto senza un dibattito ragionato e senza un vero confronto sulla scelta che si stava facendo. Ancora più grave è apparso il modo di lasciare Il popolo del Pdl, quello al di fuori della vita di partito, dilaniarsi sulle possibili candidature che circolavano, per restare, alla fine, completamente tagliato fuori dalle decisioni prese da un solo uomo.  
Il popolo del centrodestra si è diviso ed è persino entrato in conflitto, rincorrendo, in termini a volte esclusivi, le proprie diverse correnti di pensiero. Non è sembrato saggio deludere il sostegno spontaneo dei sostenitori dei diversi candidati proposti con un colpo di mano, pochi minuti prima della conoscenza del risultato, ampiamente previsto, alle primarie della sinistra, della candidatura di Vendola.
Una scelta di tempo affrettata e scomposta che ha consentito alla Poli Bortone ed a Casini di raggiungere con facilità il loro risultato personale e politico. La senatrice ex Pdl ha potuto così dimostrare ciò che asseriva, e cioè che senza la sua candidatura alla Presidenza il centrodestra sarebbe stato perdente. Il leader dell’UDC, invece, ha centrato l’obiettivo di impedire che la vittoria del Pdl, in questa tornata elettorale, potesse avere le caratteristiche di un trionfo della linea bipolare del Pdl e di Berlusconi. Per Casini si è trattato dello stesso gioco riuscito in Liguria e tentato in Piemonte.
Se non è pensabile, come si è detto, che la somma faccia sempre il risultato, è immaginabile, invece, che la divisone lo allontani. Per intelligenza politica, se si è veri leaders, occorre sempre prenderne atto.
L’intuito di poter coniugare, in una strategia complessiva, le indicazioni ideali con i sentimenti del popolo è fondamentale in politica. L’esempio di Berlusconi è una prova evidente di questa capacità. Occorre che ci sia sintonia e coerenza tra gli obiettivi ed il mezzo con cui si voglia raggiungerli. Ma, se questa intuizione va bene ove vi siano uomini capaci di interpretarla con intelligenza ed umiltà, va meno bene ove vi sia arroganza e presunzione.
Una regione come la Puglia che va dal Salento al Gargano, molto diversificata nelle specificità del territorio, così lunga e vasta da potersi pensare unita nelle indicazioni delle sue priorità politiche, non può pensarsi confinata in un conflitto di predominio personale tutto salentino. Il risultato è che il candidato del Pdl Rocco Palese ha subito la sua sconfitta andando sotto non solo a Bari e provincia, ed in modo massiccio (meno 10,6% rispetto a Vendola), ma anche a Lecce e provincia (meno 0,9%).
L’elettore si mostra intransigente sui conflitti personali, perché non li comprende e non gli interessano.
E’ arrivato il tempo di pensare, invece, a forme di maggiore partecipazione popolare per l’indicazione dei candidati da eleggere. Il ricorso alle primarie, fatte in modo vero e serio, con contendenti veri, potrebbe essere una soluzione. Non si può pensare che un partito pluralista e popolare possa dipendere dagli umori di un solo uomo: non è serio, né condivisibile e, come nel caso pugliese, c’è il rischio che si mostri perdente.
Vito Schepisi


10 settembre 2009

segreto istruttorio e deontologia professionale

Nel pomeriggio di ieri Il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, che a Bari indaga su escort e coca, si è presentato con due finanzieri presso la sede barese del Corriere del Mezzogiorno (inserto locale del Corriere della Sera) ma, come accade per tutti i casi simili, è tornato a mani vuote. La finalità era quella di "giungere all'individuazione del pubblico ufficiale che si è reso responsabile delle violazione dell'articolo 326 del codice penale relativo al segreto istruttorio".
Il Corriere della Sera, nella stessa giornata di ieri aveva diffuso il contenuto dei verbali dell’interrogatorio di Tarantini. L’imprenditore barese aveva parlato di feste, di escort e di droga, aveva fatto nomi, aveva fornito particolari e riferito circostanze. Un verbale articolato con il quale l’uomo chiave della “escortopoli” pugliese, a cui si collegano le questioni della sanità e quelle dei discutibili casi di abusi e di arroganza di alcuni assessori della Giunta regionale, aveva fornito ai PM riscontri a fatti e circostanze accertate attraverso intercettazioni telefoniche ed altre testimonianze.
Il magistrato non è riuscito a risalire ai nomi dei soggetti che avevano fornito le copie degli atti alla redazione del giornale. Il Dr Scelsi, come in tutti i casi del genere, ha ricevuto il rifiuto a rivelare le fonti delle informazioni. Le leggi vanno applicate e la violazione del segreto istruttorio è un reato, ma dall’altra parte i giornali hanno invece il diritto di pubblicare le notizie che ricevono, senza il dovere di rivelarne le fonti. Sembra un po' il gatto che si morde la coda!
Intorno a questa questione va avanti da anni un confronto serrato. A volte uno scontro senza esclusioni di colpi. Di Pietro, e quando si parla di incoerenza l’ex PM non può mancare, in una trasmissione di Vespa, "Porta a Porta", esternando un pensiero che sembra essere comune ad alcuni PM, colto dai suoi tipici scatti verbali con cui spesso esterna la sua ferocia, quando rimpiccolisce gli occhi e distrugge le parole, la consecutio temporum, la costruzione dei periodi, i congiuntivi, sbottò sostenendo un concetto che serve a chiarire la presenza di un preciso indirizzo di pensiero. In sintesi l’ex poliziotto ed ex PM affermò che doveva essere più importante sputtanare il colpevole che andar dietro a chi lo sputtana. Il colpevole! Alcuni PM (per fortuna non tutti) considerano "colpevole" l'indagato sin dalla fase istruttoria e si sentono come fustigatori dei costumi, come tanti infallibili Torquemada o, nel caso di Di Pietro, … un intrepido giustiziere della notte
In una fase politica di estrema tensione anche sui principi stessi dell’informazione, sul suo pluralismo e sul suo equilibrio; in una fase in cui per pretestuosa strumentalizzazione politica si parla di "vulnus" alla libertà di stampa, e si indica come responsabili di questa ferita un giornale ed il suo direttore, per aver pubblicato una notizia di squallore privato sull’ex direttore del giornale dei Vescovi, ed il Presidente del Consiglio, per aver citato in giudizio per danni alcune testate giornalistiche intervenute a gamba tesa nella sua vita privata, diviene persino difficile sostenere una tesi restrittiva sulla libertà d’informazione.
Si osserva, però, che la deontologia professionale, per la stampa, non può che essere un insieme di norme di correttezza che deve comprendere anche il sostegno al lavoro di quelle funzioni dello Stato preposte all’istruttoria delle indagini di magistratura e polizia giudiziaria. Ci sono funzioni che devono essere ritenute necessarie per garantire e sostenere la legalità e la difesa del diritto nell’interesse di tutti i cittadini italiani. Sarebbe così una giusta interpretazione deontologica quella che dovrebbe indurre la stampa ad evitare di pubblicare gli atti relativi alle fasi giudiziarie sottoposte a segreto istruttorio.
Inserire questo comportamento nelle regole di deontologia professionale per l’Ordine dei Giornalisti non sarebbe affatto una limitazione della libertà d’informazione, quanto invece un accrescimento del diritto di tutti. Sarebbe il doveroso rispetto verso il lavoro di indagine giudiziaria che la Costituzione assegna all’Ordinamento giurisdizionale. Forse un primo passo verso un Paese normale.
Vito Schepisi


9 settembre 2009

La Puglia non ha bisogno di Vendola

 

La questione della Sanità pugliese ha tutto l’aspetto di uno scandalo annunciato. La storia di un Assessore alla Sanità con interessi familiari nel campo delle forniture delle protesi sanitarie era un fatto conosciuto da tutti in Puglia.
Tutti sapevano, ma se la voce del popolo, priva di atti concreti, non ha da sola valore probante c’è da dire che non c’era solo la voce del popolo. La pistola fumante era ben radicata negli atti dell’Istituto regionale, quando sia la maggioranza che l’opposizione, in più occasioni, avevano fatto emergere il pericolo del possibile conflitto di interessi.
Il Presidente della Regione, però, ha fatto di tutto, per tenere in piedi la sua baracca. Si è persino speso per ribadire la fiducia a tutti gli uomini della sua Giunta. Tutto! Meno che prendere atto di ciò che accedeva. Si è comportato come uno struzzo con la testa nella sabbia.
Per la sanità in Puglia si è costituito un intreccio di interessi e di prevaricazioni. I media oramai parlano di “cupola” e la Procura di Bari paventa ipotesi di reato gravissimi. Sono emersi episodi di corruzione e di gestione clientelare.
I danni economici per i pugliesi sono enormi. C’è un buco economico nella gestione che supera il miliardo di Euro. I pugliesi di converso pagano addizionali irpef regionali al massimo ed i ticket sono richiesti anche per patologie gravi ed invalidanti, benché in agosto sia stato approvato un decreto che garantisce l’esenzione agli immigrati irregolari.
Al filone sanità si collegano altri abusi da cui emergono sintomi di arrogante gestione. Sono state usate donne in carriera, escort e mamme bisognose di lavoro come merce scambio per favori, per appalti e per il tipico esercizio autoritario di chi intende il mandato politico come una licenza di prevaricazione e di reiterato ricorso ai propri interessi personali.
Si è coinvolto l’Ente in pratiche di squallido maschilismo, svilendo le funzioni amministrative della Regione all’edonismo più bieco e più vile.
Tutto questo non può non avere un limite nella responsabilità di chi ha avuto il mandato popolare di guidare l’Amministrazione Regionale. E questo limite sembra ampiamente superato. Sono 4 anni e mezzo che il Presidente Vendola si è mostrato interessato più ai 40.000 voti sul territorio di Bari, attribuiti a Tedesco, che agli interessi dei pugliesi, senza che mai gli sia balzata la curiosità di capire e spiegarsi l’origine di quel serbatoio di voti. Il Governatore pugliese, al contrario, si è cimentato a diffondere prediche sulla moralità degli altri. Ha vantato per se esempi di virtù e di profonda tensione morale. Ha diffuso parole di trasparenza e di sostegno alla gente nel bisogno. Ha invocato il bisturi per tagliare la corruzione e per estirpare ogni male. Un Giano bifronte confuso dalle sue stesse due facce.
E’ ora, però, che tragga le sue conclusioni e si dimetta, invece di pensare d’inventarsi nuovi percorsi politici, rispolverando formule trasformiste ed invocando le tradizioni pugliesi di laboratorio politico.
La Puglia avrebbe bisogno di uomini concreti che facciano precedere i comportamenti adeguati alle fantasie parolaie. Ha bisogno di razionalizzare le risorse economiche per l’integrazione del suo territorio. Ha bisogno di rilancio produttivo e di impulso all’artigianato, all’agricoltura ed alle produzioni tipiche.
La Puglia ha bisogno di una politica del turismo intelligente. Ha bisogno di investire, più che nelle spese improduttive e nei costi elefantiaci di gestione, nello sviluppo, nel terziario, nella valorizzazione della sua cultura e della sua storia, nel restauro e nella conservazione dei suoi insediamenti artistici, nei suoi borghi, nei tipici percorsi urbani di una cultura antica ma viva, nella valorizzazione dei doni ricevuti dalla natura fatti di angoli di bellezza unica ed inimitabile.
La Puglia ha bisogno di investire nei servizi.
Non ha bisogno del primato per il governatore più pagato d’Italia, ma di uomini diversi dagli abili e retorici cucitori di abiti politici ormai in disuso.
La Puglia non ha bisogno di Vendola.
Vito Schepisi

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