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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità



Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto. 
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse. E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. 
A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali. Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio. 
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla. 
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. 
E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. 
E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra. 
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. 
L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale. Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo. 
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica. 
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi


16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! Ecosì Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: latriplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppoparlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullosfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sonoi navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hannomilitato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanzeloro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche daldopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questipartiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce colproposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale epolitico tra  centrodestra esinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazionepolitica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fiancodel PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono pervarie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione,per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premiercome unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se pertimore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provarea difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini,La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono diessere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Siuniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo allacaduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. Iprotagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono,persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, deileaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessundistinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un corounanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azionedei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedientifalliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuandoa non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopoaverle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quelladell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nelPD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorsoper sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confusod’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politichedi maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarrevoti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone,capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivodi sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile”immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni,in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazionidi D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccarel’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussoliniche realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizionitra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere unaconclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hannoraccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli invalori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica cheha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista edell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento,se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nomeè un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza trala Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare dicarattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella diCasini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuoriBerlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarnevantaggio.

Vito Schepisi


21 settembre 2010

Ma anche ...

Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui  giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci  così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi


2 settembre 2010

Aspettando Godot

  

Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della vita si risolve sempre in quei pochi episodi che marcano l’esistenza di un uomo. La nascita e la morte, principalmente, e poi un’attesa più o meno lunga di un qualcosa che mai, in nessun momento, nei tempi e per le emozioni, sarà mai possibile stabilire con certezza.
Aspettando Godot nel pensiero dell’autore doveva essere una rappresentazione teatrale noiosa, perché non può che essere noiosa una storia che non interessa nessuno, e noiosa è anche la sensazione di attesa di un qualche episodio che non si sa quale sia e che si lascia far credere, invece, che possa dar significato a qualcosa. Come l’attesa per il discorso di Fini. In definitiva anche questa  attesa è inutile e noiosa. Come per un discorso che appare scontato e che non risolverà niente, né allo stato dei fatti potrà risolvere niente. Ci sarebbe solo da prendere atto che si è rotto un rapporto di fiducia. Manca ora solo la lealtà di trarne le conseguenze e di arrivare alle conclusioni. L’opera di Beckett è di quelle che appartengono al cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Noi aspettiamo Fini, ed in verità ci annoiamo. E se non è anche questo assurdo?
Dopo giorni di silenzio e d’attesa, come quella di Vladimiro e di Estragone, Fini non si è presentato agli appuntamenti estivi già presi, ed ancora tutti sono nell’attesa che arrivi. Anche perché c’è più di uno che qualche domanda da fargli ce l’ha.
Sulla scena Didi e Gogo aspettano Godot. Per la ripresa della vita politica italiana, tutti aspettano Fini. Tutti ne parlano. S’aprono discussioni su ogni ipotesi, alcune senza senso, altre oziose, muscolose ed inconcludenti. Tutti che discutono e che litigano, e si formulano le congetture più strane. C’è chi difende e chi attacca. Chi richiama al rispetto. Di che? Di cosa? Di chi? E poi c’è chi grida e c’è chi molla, chi minaccia e  chi sorride, chi s’indigna e chi si lamenta. C’è anche l’immagine di “Pozzo” che arriva tenendo al guinzaglio il suo “Lucky”: ha le sembianze di un grande vecchio che governa le briglia delle sue bestie. Toh! Queste bestie perché hanno anche i lineamenti di chi dirige le caste!
Tutti sono così in attesa del niente, tutti sono come i personaggi di Didi e Gogo che aspettano che arrivi il signor Godot, senza sapere perché l’aspettano, né cosa si devono aspettare da lui. Ma non per questo rinunciano all’attesa.
Ed il nostro Godot arriverà a Mirabello. Sempre che venga! Non si sa mai! Beckett il suo Godot non l’ha fatto mai arrivare. Il commediografo ha solo acceso la nostra curiosità, facendocelo immaginare sotto più possibili sembianze: buono, severo, giusto, diverso, anche un po’diabolico.
Anche Fini mostra più facce a seconda delle sue ambizioni. Chissà se verrà!
Se Vladimiro ed Estragone , nella commedia, aspettano e discutono tra loro per la durata dei due atti, quasi per tutto uguali, sempre noiosi, mai rivelatori di nulla, sempre ansiosi di andare senza mai dire e sapere dove, l’onere, invece, di dover dar contenuto all’attesa, Beckett lo ha affidato al pubblico che ascolta. C’è stato così chi ha pensato che i personaggi sulla scena aspettassero il Signore, chi la morte, chi una vita migliore. Di certo non c’è chi ha pensato che aspettassero Fini. E non solo perché il Presidente della Camera al tempo, subito dopo l’ultima guerra, non era ancora nato, ma perché questi in qualcosa si dovrà pur materializzare. Non è il personaggio immaginario di una commedia. O che lo sia? Ma si materializzerà lo stesso!
 E’ difficile, infatti, che l’ex leader di AN lasci tutto solo nell’immaginario. E’più facile, invece, che scenda nel pratico e che materializzi un progetto, uno scopo, un fine, una conclusione, un’ipotesi. Si pensa anche alla materializzazione di una esplicita richiesta. Il Presidente della Camera non sembra, infatti,  uomo dai grossi tormenti esistenziali, alla Beckett. Lo si immagina, al contrario, piuttosto impegnato, con curiosità non solo subacquea, ad aspetti più materiali, alcuni anche un po’ troppo materiali. E se nella commedia Godot rappresenta un avvenimento che sembra urgente e non procrastinabile, ma che resta lontano e che non arriva mai fino alla fine, ci auguriamo che la commedia che,  come italiani, ci interessa più da vicino abbia invece finalmente una fine.
Vito Schepisi
 


25 maggio 2010

Il Pd incapace di intercettare il consenso

C’è ancora chi continua a credere che nel PD vi siano nobili sentimenti politici ancora inespressi. C’è chi pensa che siano state un po’ le vicende della contingente stagione politica, un po’ la diffidenza reciproca tra uomini con storie diverse, le difficoltà dell’amalgama ed, infine, il timore del nuovo, ad aver giocato un ruolo di freno alle potenzialità del partito guidato da Bersani. Ma c’è anche chi pensa, invece, che con le idee confuse e senza una leggibile strategia politica, sia più difficile ottenere la fiducia del Paese.
E’ evidente che, senza esser capaci di interpretare la società ed i suoi problemi, e reiterando persino la pretesa di giudicare gli elettori, sia inevitabile che si finisca col giocare un ruolo di secondo piano. Il Pd sembra un partito che si fa dettare la linea da altri. Ha al suo interno sentimenti e passioni che i vertici non riescono a controllare e guidare. Se non riuscirà a liberarsi del suo passato e di tutti quei personaggi che  per una parte hanno sostenuto il mito della “felicità” comunista e per l’altra il cedimento e la rassegnazione al peggio, è difficile che il PD riesca a trovare la strada per diventare un vero partito democratico e riformista.
Prima e dopo le elezioni, prima e dopo il congresso, e con la conferenza programmatica di Roma, del Partito Democratico resta sempre la fisionomia del primo momento: un partito ora rancoroso, ora velleitario, soprattutto privo di idee e senza nessuna proposta. Un partito a metà strada tra l’immagine del Presidente Rosy Bindi, intollerante ed incapace di aperture di respiro politico, e quella del segretario Luigi Bersani che, formatosi nell’ipocrisia del vecchio Pci, adegua la linea del partito all’esatto contrario della proposta politica dell’avversario. Lo stesso metodo, illiberale ed autoritario, che induce tutto il PD a supporre che sia sufficiente dare un’idea criminale dell’avversario politico per conquistare il consenso popolare.
Più che riflettere sui contenuti della Conferenza nazionale celebrata dal PD, con conclusioni del tutto scontate, occorrerebbe invece riflettere sulla necessità, avvertita dal suo segretario, di dar la parvenza di un partito unito e capace di parlare con un’unica voce. E’ il caso di riflettere, ad esempio se, nel tempo di internet e delle comunicazioni, un partito possa permettersi di avere più voci, spesso in controcanto tra loro.
La riflessione vale per tutti. Vale, infatti, anche per il Pdl, in cui emerge l’azione di controcanto di Fini e dei suoi sostenitori. Il Pdl è anche l’asse portante della maggioranza che esprime il Governo e la polifonia delle voci al suo interno, per forza di cose, assume maggior rilievo politico.
Se il confronto delle idee, in democrazia, è un valore aggiunto, soprattutto quando serve per creare l’amalgama su idee e progetti, diventa, invece, un problema quando paralizza le scelte già fatte e quando alimenta confusione, disappunto e fastidio tra gli elettori.
Tornando al PD, non si sa se prevarrà, ma c’è la volontà di riprendere la strada del centralismo democratico. Il segretario ripropone la storia d’un tempo nel PCI. In quella “cosa” politica che non riesce a rinnovarsi nei metodi e nei programmi, ed in cui non emerge niente che faccia presagire per il futuro qualcosa di diverso dalla solita trama, si sta formando, di contro,  la convinzione che l’immagine di un partito che discute, ma converge, sia molto più attraente di quella di un partito in cui si parlano lingue diverse ed in cui prevale la cultura della distinzione. Se quello di Bersani ora diventerà un intuito vincente dipenderà dal Pdl. Non sempre si vince sui meriti propri. Molto spesso, infatti, si prevale per gli errori degli altri.
Per il resto, nel PD, si conferma la solita carenza di idee e si consolida la percezione di un partito che si schiera sempre contro il Paese, contro il suo tessuto sociale fatto di famiglie, di anziani, di giovani, di lavoratori, di professionisti, di artigiani, di manager e di imprese. Manca il coraggio della responsabilità e manca il sostegno alla soluzione delle criticità del Paese. Assumersi le responsabilità del passato sarebbe, invece, un grande segnale di serietà e sarebbe anche un atto apprezzato dagli elettori.
Poca cosa, però, il PD di Bersani per l’ambizione di essere la componente riformista della democrazia italiana. E’ scarsa la tensione ideale di una nuova sinistra che voleva accantonare le spinte ideologiche per aprirsi, invece, al pluralismo. Resta la mancanza di convinzione per un rinnovato soggetto politico che voglia raccogliere le sfide dell’economia ed aprirsi al mercato ed alle sue regole. Permangono troppe contraddizioni  per una forza popolare che voglia veramente dismettere la fisonomia del partito di lotta e di protesta, per assumere, invece, quella della fucina produttiva di proposte di governo.
Il PD non sa riflettere sugli errori, ma si lamenta perché non è capace di intercettare il consenso del Paese.
Vito Schepisi


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4 maggio 2010

Per fare futuro non ignoriamo il presente

Subito una domanda: un partito che dell’opzione per un sistema bipolare ha fatto una ben precisa scelta politica, e che su questa scelta ha chiesto ed ottenuto la fiducia degli elettori, può riconvertire il suo metodo e le sue scelte e consentire che si sviluppi al suo interno un sistema che voglia rilanciare le correnti come metodo sistemico di opposizione interna?
Le correnti sono state indicate da tutti come l’origine della degenerazione della politica negli anni antecedenti a tangentopoli. Hanno contribuito, fino agli inizi degli anni ‘90, a creare le condizioni per il dilagare del malcostume (clientele, tangenti, sprechi) da cui si è consolidata la motivata sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Le correnti, per logica, finiscono sempre col privilegiare le ragioni delle lobby politico-affaristiche rispetto agli interessi del Paese, tendono ad anteporre i motivi dei distinguo a quelli delle sintesi, favoriscono nei partiti la presenza di caste autoreferenziali e si trasformano in strumenti di occupazione e gestione del potere. Non a caso lo stesso Fini, che favorisce oggi nel Pdl la creazione di un gruppo che fa riferimento alla sua persona in controcanto alla maggioranza berlusconiana, nel 2004, da segretario di AN, nella relazione pronunciata dinanzi all’assemblea nazionale del suo partito, intrisa di richiami ai valori comuni, con l’intento di riportare la calma e la concordia tra i suoi scalpitanti colonnelli, definì le correnti: ''Una metastasi che rischia di distruggere il corpo del partito''.
Il pluralismo e l’agibilità per il confronto interno sulle posizioni da assumere, assieme all’elaborazione democratica delle iniziative ed alle discussioni serrate sulle scelte, fanno parte del metodo democratico a cui oggi, anche volendo, per tutti i partiti che confidano nel consenso popolare, è persino difficile sottrarsi.
Internet è diventato un estroverso e paradossale “Parlamento” mediatico per tutti. Il Web è oramai una platea molto variegata di discussione in cui l’informazione e le idee trovano sia lo spazio che truppe di sostenitori. Il virtuale, come luogo di comunicazione interattiva, è talmente sfaccettato da rappresentare un ventaglio molto ampio di umori, di protesta e di istanze, ed  è tale da comprendere, nel dissenso e nella proposta, l’intero confronto e l’intera trasversalità del corpo elettorale. E’ persino impossibile oggi per i partiti potersi sottrarre dal confronto con ciò che emerge da internet, senza doverne pagare un prezzo in termini di appeal popolare e di consensi elettorali.
Le discussione su temi come la riforma della giustizia, il federalismo fiscale e l’assetto istituzionale dello Stato, come quelle sulle questioni della sicurezza e dell’immigrazione o dell’insostenibilità della pressione fiscale, o dell’occupazione e delle questioni sociali, sono diventate su internet il leitmotiv di ogni confronto. Ma questi temi sono anche gli stessi che hanno fatto parte del programma elettorale di questa maggioranza, a dimostrazione della concordanza con i sostenitori internauti del centrodestra.
Questi stessi argomenti, inoltre, esplicitati attraverso provvedimenti e proposte di legge, sono stati preventivamente concordati con la Lega Nord, quale unico alleato di coalizione del Pdl, ed hanno trovato unanime condivisione tra le anime interne dello stesso Pdl. Ora solo dinanzi a fatti nuovi si possono ridiscutere, ma sempre comunque nel rispetto dei principi generali concordati.
Non si può far ricorso a suggestioni, come ad esempio quella della presunta sovraesposizione della Lega Nord, o quella evergreen dell’immagine di un sud penalizzato rispetto al nord. E neanche si può stravolgere il senso dei contenuti che hanno fatto parte dell’impegno preso con il corpo elettorale. Se si chiede un cambio di indirizzo, perché qualcuno ha cambiato idea, il nuovo percorso, per rispetto della sovranità popolare, dovrà essere legittimato da un nuovo responso elettorale. In questa eventualità, chi è abituato a cambiare idea in corso d’opera farebbe bene a cambiare anche partito.
Non è in discussione, anzi ben venga il dibattito interno, e ben vengano interlocutori capaci di interpretare le diverse anime della realtà italiana, cioè di un Paese plurale per tradizione, cultura, economia, livelli di sviluppo e propensione territoriale, ma restino fuori da questo confronto i furbi, i provocatori, i professionisti della finzione, gli imbroglioni, i politicanti, gli avventurieri, i mistificatori, i tribuni. Sarebbe grave se, per fare futuro, si ignorasse il presente e si perdesse ancora una volta l’appuntamento con il consolidamento della democrazia e con le riforme.
Vito Schepisi


23 aprile 2010

Perchè il Premier va difeso

Quando le calunnie girano con insistenza, saranno pur farlocche, ma qualcosa rimane. E’ questo il metodo con cui da 16 anni la sinistra vorrebbe far passare l’idea che in Italia ci sia una parte sana del Paese, che naturalmente è tutta al loro interno, ed un’altra invece meno affidabile, per lo più corrotta, tollerante verso la criminalità organizzata, pronta a legiferare per proprio uso e consumo, insofferente verso altri poteri, arrogante e persino puttaniera.
La storiella della superiorità morale della sinistra e, di contro, della preoccupazione sociale che creano i governi di centrodestra stenta a rientrare. E questo anche se i fatti dicono cose diverse: anche se persino le leggi sono applicate per alcuni, mentre sono interpretate per altri; anche se la cronaca giudiziaria individua, in misura ben più ampia, responsabilità penalmente rilevanti a sinistra; anche se le città, le provincie e le regioni governate da maggioranze di sinistra costituiscono esempi di cattiva gestione; anche se, quando ha governato la sinistra, il Paese ha mostrato grandi sofferenze.
A propagare l’idea contribuiscono in tanti. C’è da dire che almeno in questo a sinistra ci sanno fare.
C’è una battente informazione televisiva nei programmi di approfondimento che privilegia l’allestimento di grandi e suggestivi palchi di recita. L’articolazione di una regia ben studiata diffonde informazioni inquietanti e deforma spesso la realtà: fa transitare notizie parziali che s’accompagnano a testimonianze o fatti di grande presa; tende ad  ignorare, invece, ora il contesto ben più ampio delle circostanze citate, ora i diritti della difesa delle persone coinvolte; toglie la parola a chi fa una diversa ricostruzione dei fatti; provoca la rissa che impedisce di ragionare; fa, infine, intervenire la satira che trasforma tutto in quattro risate. La satira è l’ornamento, come la ciliegina sulla torta, ed ha il vantaggio che non consente repliche, non ha un contraltare ed alimenta lo scherno. Nelle sceneggiature si materializzano a volte anche alcuni solisti, un po’ come Paganini, refrattari ai contraddittori ed alle repliche.
Accanto all’informazione televisiva, c’è la stragrande maggioranza della carta stampata. Quotidiani e riviste che, con toni diversi, si fanno strumento e megafono di persistenti aggressioni mediatiche, che analizzano ed amplificano ogni vicenda sul premier e sulla sua famiglia, anche se di natura privata, anche se priva di spessore politico. Prevalgono campagne di stampa in cui si antepongono alla denuncia, le questioni morbose; campagne che, anche a dispetto dell’informazione, ripropongono ossessivamente per mesi domande formulate come atti d’accusa, e che fanno passare per scoop le foto che riprendono l’interno delle residenze e le relazioni private di Berlusconi e dei suoi ospiti, condite da insinuazioni e da gossip.
Alla carta stampata si aggiunge la faziosa parzialità del sindacato unico dei giornalisti, la Fnsi, che ha montato, senza vergogna, una manifestazione per la libertà di stampa in Italia, dopo che il Cavaliere aveva citato in giudizio alcuni giornali che da mesi conducevano una campagna di stampa offensiva e denigratoria.
Anche l’ordine dei giornalisti che chiude gli occhi sulle tante cadute di stile e sulle tante violazioni della deontologia professionale, e li spalanca, invece, in modo esagerato, per sanzionare il Direttore del Giornale,  Feltri, reo di aver pubblicato una notizia, prima tenuta nascosta, sull’ex Direttore dell’Avvenire Boffo, scambiando, per informativa della polizia, una informativa arrivata da ambienti riservati che non modificava assolutamente la sostanza dei fatti.
E poi via da là, con la magistratura che spulcia ossessivamente i bilanci e che analizza ogni vicenda pubblica e privata del Berlusconi imprenditore, di quello politico e di quello privato cittadino. La magistratura che origlia e che iscrive sul registro degli indagati il Capo del governo, anche per frasi confidenziali e pensieri ad alta voce, come accade nei regimi totalitari, dove si condannano le opinioni e i pensieri.
Quando si ricercano reati nelle frasi pronunciate al telefono in conversazioni tra amici, conoscenti, giornalisti e collaboratori e, in assenza di ogni sostanza  penale, quando si fanno trapelare alla stampa le intercettazioni private, violando il diritto alla riservatezza, e quando su queste intercettazioni si montano teoremi di ipotetici reati, si sprofonda in un regime giustizialista e si fomentano pericolosi pensieri violenti e forcaioli.
Intercettare le comunicazioni di un membro del Parlamento è anche un reato!
Una magistratura che con in testa il suo organo supremo, il Csm, invade il campo della politica, rivendica la sua legittimità nell’entrare nel merito del potere legislativo del Parlamento, per criticare il contenuto delle leggi, emette comunicati di chiaro riferimento politico, si pone come oppositore del Governo e pretende, persino, di sindacare sul potere del Ministro della Giustizia di inviare gli ispettori in quelle Procure dove si verificano episodi che si prestano ad interpretazioni poco trasparenti.
La Magistratura che nel complesso mette i riflettori sui processi di mafia in cui nella gestione dei pentiti emergono riferimenti al Presidente del Consiglio che, generici e privi di riscontri, nonché privi di movente, ritenuti poi inattendibili, richiamano un attento osservatorio mediatico internazionale con il quale si compromette sia la reputazione del leader che legittimamente, con il consenso degli elettori, governa, sia la reputazione stessa del Paese.
Ma tutto diventa ancora più difficile, se poi ci mettono di loro anche alcuni protagonisti del centrodestra che provano a demolire il carisma del Cavaliere, per lanciare il loro cavallo di razza, imbalsamato, per sua scelta, in una rilevante carica istituzionale. Un Presidente della Camera che si mostra irrequieto e preoccupato per la grande prova di competenza, abilità, credibilità ed autorevolezza con cui alcuni ministri di questo Governo hanno occupato la scena italiana, europea e mondiale, preoccupato che oscuri le sue ambizioni.
L’ex leader del Msi, sdoganato da Berlusconi, ha superato ostacoli che sembravano insormontabili, passando da una sorta di patto ad excludendum, che si era stabilito con l’arco costituzionale della prima repubblica, a fare prima il vice Presidente del Consiglio, poi il Ministro degli Esteri ed infine il Presidente della Camera dei Deputati. Un percorso politico esaltante e lo sarebbe ancora di più se focalizzasse il suo esclusivo impegno verso il Paese, lasciando al futuro il proprio destino di uomo di Stato.
Ma un leader carismatico, uno statista, colui che guida la maggioranza che si propone di varare dopo anni di tentativi falliti, dal 1983 della Prima Bicamerale presieduta dal Liberale Aldo Bozzi, le riforme istituzionali e le grandi riforme della Giustizia e del fisco, va difeso senza se e senza ma. Non si possono privilegiare le aspettative di singoli rispetto all’obiettivo storico che si vuole raggiungere. Non si può inoltre consentire che in tv uomini di questa maggioranza facciano il tiro al bersaglio sulla propria parte politica e facciano il verso, invece, a coloro che vorrebbero abbatterla.
Vito Schepisi


21 aprile 2010

Il Pdl resterà un partito di popolo?

Nelle motivazioni del dissenso di Fini verso Berlusconi entra anche l’opinione del premier, non solitaria, che sia proprio la retorica di una certa letteratura, contro la criminalità organizzata, a consolidare l’idea che il malaffare possa diventare una reazione alle inermi ed autoreferenti consorterie politico-intellettuali.
Gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali che professionalizzano il mestiere di oppositori della disonestà, spesso con lo scopo di  favorire il proprio tornaconto, finiscono per attribuire ai fenomeni malavitosi un carattere quasi leggendario. Quando poi si arriva a rappresentare l’immagine dell’Italia, come quella di un Paese irrimediabilmente compromesso, in cui una parte dello Stato, sempre quella che non è “politicamente corretta”, sia connivente, complice e partecipe del malaffare, anche a dispetto dei fatti, si rende un pessimo servizio all’immagine complessiva del Paese. Un’insistenza che nuoce al turismo ed al “made in Italy”, e che è anche ingenerosa verso l’impegno delle forze dell’ordine, della magistratura e del Governo nel reprimere, con ottimi risultati sul campo, e non sui “best seller”, la criminalità organizzata.
La critica all’antimafia che sia fa mestiere, la sosteneva anche Leonardo Sciascia, quando rilevava e stigmatizzava i comportamenti di alcuni protagonisti che definiva, appunto, professionisti dell’antimafia.
Il sentimento di ripulsa verso la criminalità non ha, invece, colore politico, né può essere motivo di distinzione ideale. E’ un istinto spontaneo che parte dalla consapevolezza del senso dello Stato, che percorre la maturità civica dei cittadini, che si consolida con la civiltà dei rapporti tra istituzioni e società e che si afferma, infine, con il bisogno avvertito della legalità.
Il contrasto alla criminalità, tra la gente civile, è un sentimento di rifiuto naturale senza nessuna caratterizzazione antropologica. Il confronto sulla lotta alle mafie non diverrebbe, infine, motivo di ulteriore e superfluo conflitto politico, se non ci fosse chi si cimenta nel dimostrare di averne più titolo. 
In concreto, ciò che è trapelato del discorso di Fini è un mix di luoghi comuni e di argomenti senza sostanza. Sembra che nei finiani si sia svegliata la nostalgia per la vecchia politica, quando per dar tinta alle ambizioni personali di alcuni, o per soddisfare le pressioni di gruppi, ovvero per poter imporre i propri interessi particolari, si formavano prima le correnti organizzate e poi si studiavano a tavolino i dissensi politici: spesso uno sciocchezzaio di luoghi comuni, di fantocci polemici, di processi alle intenzioni e di distinguo metodici.
Fini così ci riporta alla politica delle chiacchiere e dei distinguo. Altro che Ezra Pound e la battaglia per le proprie idee, se queste si riducono alle questioni, ad esempio, del voto agli immigrati, senza un confronto, senza gli opportuni approfondimenti, senza un quadro d’insieme sulle presenze, sulle regolarizzazioni, sulle quote di accoglimento compatibili. Un’uscita di Fini non concordata, sulla scia di un’iniziativa demagogica promossa da Veltroni, e proprio quando in Europa si avvertivano i sintomi delle contraddizioni tra i principi sacrosanti dei diritti all’integrazione e le difficoltà di far osservare le leggi, di debellare la clandestinità e di assicurare il mantenimento dei traguardi di civiltà maturati.
L’integrazione non si raggiunge con le leggi, ma attraverso la conoscenza, la partecipazione e la legalità. Le leggi servono per regolare le questioni, per sancire diritti e doveri, non per integrare esperienze e culture diverse.
I temi etici ed i diritti civili sono entrati di recente nel patrimonio culturale della destra ex reazionaria di Fini. Fanno parte di una cultura liberale, estranea per principio agli eccessi e richiedono, pertanto, riflessione e moderazione. Nel Pdl il confronto su questi temi non è mai stato chiuso, e non è mai mancato, in sede di scelte, il ricorso alla libertà di coscienza dei gruppi parlamentari. Dov’è allora il contendere?
I rapporti con la Lega sono quelli di una leale collaborazione tra alleati impegnati nell’azione di governo e nell’attuazione del programma concordato. L’alleanza è stata voluta con l’accordo di tutti, Fini compreso. La lealtà è d’obbligo, pertanto, ed i patti si rispettano. E’ vero che a volte spuntano eccessi e protagonismi di singoli leghisti, ma si rompe o si mette in discussione un’alleanza per un eccesso di uno o più singoli?
Le politiche fiscali, quelle economiche e quelle della spesa, di cui, assieme alla questione del Mezzogiorno, si fa sostenitore il Presidente della Camera, sono state condizionate dalla crisi. I pericoli per l’Italia sono stati enormi, a causa del debito pubblico, si veda la Grecia. La gestione di Tremonti, però, compresi gli interventi nel sociale, merita plauso, come è attestato dai riconoscimenti degli organismi europei ed internazionali. Sul mezzogiorno, inoltre, occorre uscire dal generico. Sono necessarie riflessioni per non ritornare alle esperienze del passato. Si ad infrastrutture, si a colmare il divario nei collegamenti, si agli investimenti, no però all’assistenzialismo. L’economia assistita non crea sviluppo, ma, come una droga, crea dipendenza. L’assistenzialismo crea clientele, servilismo, corruzione e mafia.
Ciò che ci sfugge di Fini è, pertanto, il fine del tutto. Non si capisce quali vantaggi pensa di poter ottenere con quest’avventura. Cosa ci ricava nello spaccare il centrodestra? Cosa pensa, soprattutto, di realizzare dividendo la componente degli ex di AN che, per buona parte, è rimasta fedele allo spirito del Pdl? Perché Fini vuole minare l’esperienza di un partito di popolo che trae la sua forza dall’interpretazione dei bisogni e dei sentimenti della maggioranza degli italiani?
Gli elettori del centrodestra si sono spiegati abbastanza bene, anche di recente, col voto. Ma allora perché non voler capire? Perché ignorare le fondamenta su cui è nato e si conferma il Pdl? L’Italia, liberale, democratica, moderata e riformista era alla ricerca, dopo 50 anni di partitocrazia in Italia, di un sistema partito che fosse capace di separare i giochi dei politici di professione dagli interessi del Paese.
La formazione del Pdl aveva appunto alimentato le speranze di chi aveva sperato che in Italia si potesse costruire il futuro della democrazia liberale e di chi aveva pensato che la semplificazione e la trasparenza delle scelte e dei programmi fosse divenuta prioritaria rispetto ai voleri delle caste e delle consorterie affaristico - politiche. Ora Fini che vuole? Col Pdl era stata fatta una scelta di metodo, vuole ora cambiarla?
Anche il centrosinistra con Veltroni, aveva mirato a chiudere alle coalizioni eterogenee privilegiando, al contrario di Prodi, la coesione più che l’Unione. Se alla sinistra è mancato il coraggio di assumere una fisionomia precisa, se è mancata una strategia chiara, se è mancato un programma visibile, al centrodestra tutto questo non è mancato. Nel PD, molto più diverso nelle sue componenti, Franceschini e Bersani non hanno correnti organizzate, non entrano in conflitto polemico, esprimono le proprie idee liberamente senza caricarle di forzature e senza minare l’unità del PD. Perché Fini, allora?
Ritornando alla citazione di Ezra Pound: "Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui". Pensiamo che se un uomo ( Fini) dice: “Berlusconi pensa che ci siano delle incomprensioni, invece il problema è solo politico. Ci sono punti di vista diversi tra me e il premier", se dice questo e non ne assume tutte le conseguenze … o i suoi punti di vista non valgono niente, o non vale nulla lui.
Vito Schepisi


16 aprile 2010

La voce grossa dei perdenti

Se la base del Pdl è disorientata per le reiterate, ed all’apparenza pretestuose, contrapposizioni create al suo interno da Fini e dai finiani, la base del PD è confusa per la mancanza di una linea politica e per la difficoltà nell’individuare una visibile e coerente strategia riformista.
Bersani non riesce ad inventarsi un qualcosa, per contenuti, assetti e prospettive, da indicare agli elettori come alternativa democratica al Governo del Paese. Il Pd perde, così,  voti ed eletti, e perde comuni, provincie e regioni, perché nessuno riesce ad interpretarlo, perché è ondivago, perché è contraddittorio, perché sembra una suocera acida che ce l’ha con la nuora perché le ha sottratto l’affetto esclusivo del suo “bambolotto”.
Mentre, ancora, il Presidente della Camera si sbraccia per smarcarsi dal Premier, e mentre i suoi luogotenenti fingono di ignorare che il loro “ducetto “ è la terza carica dello Stato grazie anche ai voti determinanti della Lega, checché ne pensi Bersani, il Partito Democratico sprofonda nella confusione più profonda. Il PD viene trascinato in una pozza d’acqua torbida, mestata da Prodi, alla ricerca della chiave di  lettura di una incomprensibile disquisizione organizzativa sull’ipotesi di gestione federale.
Invece di darsi una precisa fisionomia e di accreditarsi come sinistra moderata e riformista, il PD, senza pace, da Veltroni in poi, rincorre ora gli effetti speciali, ora un nugolo di personaggi umorali e personalità inquietanti, ovvero insegue politiche prive di un progetto strategico, di un  qualcosa di più del “far fuori”, ad ogni costo, l’avversario politico.
 La proposta dell’ex premier dell’Unione di creare un partito federale, gestito, regione per regione, in modo grossomodo autonomo, contribuisce solo ad intromettere un altro fantoccio polemico alle già tante e differenti faide interne al PD. Ancora un motivo di divisione polemica tra ex Popolari ed ex DS, tra veltroniani e dalemiani, tra violacei, grillini e moderati, e tra rancorosi, vendicativi e rinnovatori. Un nuovo contributo alla già pazzesca confusione della sinistra italiana.
Se Fini si pone, così, come l’antagonista alla Lega nel suo braccio di ferro con Berlusconi, il PD di Bersani fa le prove, invece, per inseguire la Lega, guardando al nord dove, senza il partito di Bossi, non si governa né le regioni, né il Paese.
Se Fini si mette di traverso al programma del Pdl, alla convergenza sulle riforme, e quindi alla maggioranza ed a Berlusconi, Bersani, per nuovo, si riabbraccia con il redivivo ed obsoleto Prodi.
Se Fini, attrezzatosi di trapano a percussione, si appresta a perforare il buonsenso e se, con il suo trasformismo, mira ad indebolire la portata dell’ennesima vittoria elettorale del centrodestra, Bersani, di contro, fa di tutto per legittimare la sconfitta del suo partito, per confermarne la preoccupante carenza di idee, per stabilirne l’inutilità propositiva, per evidenziarne il disorientamento politico e per stabilizzare la subalternità del PD sia a Di Pietro, sia all’ambiguità delle sue frange nostalgicamente neo comuniste.
Fini e Bersani, purtroppo per loro, sono i due perdenti della recenti elezioni regionali. Lo sono un po’ per le scelte fatte, un po’, come nel caso del PD, per i condizionamenti imposti dagli alleati scelti, ma si comportano come se fossero i due vincenti.
Sia il Presidente della Camera che il leader del PD si mostrano restii a riconoscere le loro responsabilità e perseverano, piuttosto, negli errori, fingendo persino di ignorarne la portata e, trascurando il significato politico del responso delle urne, rischiano di trascinarsi nello scontro polemico anche un po’ di ciò che rimane della civiltà democratica e della cultura del confronto di questo Paese.
Sia l’uno che l’altro, con atteggiamenti e partenze diverse, finiscono, con l’ostacolare ora la semplificazione del quadro politico, ora la chiarezza delle posizioni, ora anche gli impegni presi con gli elettori. Ciò che lascia perplessi è che non possono che esserne consapevoli. In definitiva, mostrano invidia per i successi di questo Governo.
L’uno, Fini, appare come un cecchino appostato sul tetto che prende di mira chi voglia transitare sulla strada del rinnovamento del Paese. L’altro, Bersani, appare, invece, come un giocatore di poker che bara al gioco e cambia ripetutamente e maldestramente le carte sul tavolo: è come un giocatore che cerca ammiccamenti con gli altri contendenti, non per cercare di vincere a sua volta, ma per spingerli ad ostacolare l’unico che abbia l’abilità di vincere.
Fuori dalle metafore, sia l’uno che l’altro, Fini e Bersani, sono accomunati dalla stessa preoccupazione di ostacolare chi si mostra capace e vincente, e lo fanno con ogni mezzo e pretesto, anche a costo di danneggiare il Paese.
Fini, che rinfaccia a Berlusconi l’appiattimento del Pdl sulle scelte della Lega, finge di non accorgersi che è tra gli sconfitti morali della recente competizione elettorale. Il centrodestra nel complesso ha vinto le elezioni grazie all’ampio consenso degli elettori per l’azione di Governo. Di questo consenso ne ha beneficiato maggiormente la Lega che si è rafforzata nelle regioni del Nord, anche a discapito del Pdl. La confusione delle voci e dei toni all’interno del Partito di Berlusconi hanno privilegiato nelle urne il partito di Bossi. Le polemiche scatenate ad opera del Presidente della Camera, e dei suoi uomini, in particolare sui rapporti con la Lega e su alcune questioni molto avvertite al Nord, e non solo là, come l’immigrazione e la sicurezza, ad esempio, hanno, infatti, visibilmente favorito il voto alla Lega.
Fini tutto questo lo sa. Non può non saperlo! 
Il Pd di Bersani, invece, sembra il partito delle “monadi”, soggetti unici ed indivisibili di una realtà immaginaria. Come nel pensiero di Liebniz si sentono sostanze diverse caratterizzate da un diverso grado di spiritualità. Da qui la voce grossa di Bersani, come se avesse vinto le elezioni. Da qui l’imprimatur sulle riforme, il giudizio di merito sul braccio di ferro e sulla possibile frattura tra Fini e Berlusconi e lo schierarsi (stranamente!) sulle ragioni del primo. Se Bersani, dal vecchio pci, ha mutuato quella sorta di superiorità morale che lo fa sentire legittimato ad esprimere giudizi di merito ed a pretendere che gli altri, benché legittimamente vincenti, si adeguino a recepirli, Fini non sembra essere da meno, e dal vecchio Msi, ha mutuato il fastidio per i metodi della democrazia.
Tra i perdenti, c’è quanto meno un filo che congiunge!
Vito Schepisi


31 marzo 2010

Dalla Puglia la richiesta di un nuovo Pdl

Le dimissioni di Fitto da ministro non hanno alcun senso, ora. L’errore è stato nel pensare che l’ex coordinatore del Pdl in Puglia potesse imporre il suo candidato, a dispetto degli elettori e per suo calcolo di opportunità. Non è in discussione la persona, squisita, preparata e capace, del candidato Rocco Palese, ma il metodo con cui si è arrivati alla sua indicazione. Alla luce dei fatti, risultano fondate le preoccupazioni, manifestate per tempo dal Presidente Berlusconi, quando chiedeva, per la candidatura alla Presidenza della Regione Puglia, una soluzione forte e tale da poter recuperare l’unità degli elettori pugliesi di centrodestra. Ma, per ben individuate responsabilità, non è stato così.
Non hanno alcun senso ora le dimissioni. La responsabilità di ciò che è successo non è soltanto di chi ha ritenuto di fare a modo suo, e per proprio interesse ed opportunità, ma è anche del sistema organizzativo del Pdl che l’ha consentito. Si abbia ora il coraggio e la forza di cambiare metodi e strumenti.
Non è in discussione la scelta, legittima, del Pdl e del centrodestra pugliese nell’opporsi alla candidatura della Poli Bortone. Se si contesta il ruolo di “tenore” di Fitto, si deve poter contestare anche quello di “soprano” della signora della destra pugliese. Nessuna fiducia era, infatti, possibile rimettere nelle mani di colei che, per una mancata nomina nella compagine ministeriale, da circa due anni alimentava un rancore contro l’area politica che l’aveva portata in Parlamento, ed in cui ancora dice di riconoscersi.
Se non è pensabile l’applicazione in politica del principio che la somma faccia sempre il risultato e se non deve, altresì, ritenersi possibile il ricorso alla libera uscita ed al dispetto come forma di ritorsione, non deve neanche ritenersi possibile pensare che il confronto, le diversità, i contrasti personali vengano regolati da una sola persona, e che questi stabilisca da solo le scelte di tutto il Pdl pugliese.
Su questo il centrodestra, non solo della Puglia, dovrebbe prendere esempio dalla scuola consolidata della sinistra che, invece, pur tra mille contraddizioni, spesso oltremodo divisa, a volte inscenando finzioni, riesce sempre a compattarsi, come è appunto capitato in Puglia con Vendola.
Nel tacco d’Italia è venuta a mancare una vera partecipazione complessiva alle decisioni dei responsabili del Pdl, sia a livello locale che nazionale. La responsabilità è nell’aver consentito ad un solo uomo di fare la sua scelta, benché controversa. E’ sembrato un vero atto di forza, imposto senza un dibattito ragionato e senza un vero confronto sulla scelta che si stava facendo. Ancora più grave è apparso il modo di lasciare Il popolo del Pdl, quello al di fuori della vita di partito, dilaniarsi sulle possibili candidature che circolavano, per restare, alla fine, completamente tagliato fuori dalle decisioni prese da un solo uomo.  
Il popolo del centrodestra si è diviso ed è persino entrato in conflitto, rincorrendo, in termini a volte esclusivi, le proprie diverse correnti di pensiero. Non è sembrato saggio deludere il sostegno spontaneo dei sostenitori dei diversi candidati proposti con un colpo di mano, pochi minuti prima della conoscenza del risultato, ampiamente previsto, alle primarie della sinistra, della candidatura di Vendola.
Una scelta di tempo affrettata e scomposta che ha consentito alla Poli Bortone ed a Casini di raggiungere con facilità il loro risultato personale e politico. La senatrice ex Pdl ha potuto così dimostrare ciò che asseriva, e cioè che senza la sua candidatura alla Presidenza il centrodestra sarebbe stato perdente. Il leader dell’UDC, invece, ha centrato l’obiettivo di impedire che la vittoria del Pdl, in questa tornata elettorale, potesse avere le caratteristiche di un trionfo della linea bipolare del Pdl e di Berlusconi. Per Casini si è trattato dello stesso gioco riuscito in Liguria e tentato in Piemonte.
Se non è pensabile, come si è detto, che la somma faccia sempre il risultato, è immaginabile, invece, che la divisone lo allontani. Per intelligenza politica, se si è veri leaders, occorre sempre prenderne atto.
L’intuito di poter coniugare, in una strategia complessiva, le indicazioni ideali con i sentimenti del popolo è fondamentale in politica. L’esempio di Berlusconi è una prova evidente di questa capacità. Occorre che ci sia sintonia e coerenza tra gli obiettivi ed il mezzo con cui si voglia raggiungerli. Ma, se questa intuizione va bene ove vi siano uomini capaci di interpretarla con intelligenza ed umiltà, va meno bene ove vi sia arroganza e presunzione.
Una regione come la Puglia che va dal Salento al Gargano, molto diversificata nelle specificità del territorio, così lunga e vasta da potersi pensare unita nelle indicazioni delle sue priorità politiche, non può pensarsi confinata in un conflitto di predominio personale tutto salentino. Il risultato è che il candidato del Pdl Rocco Palese ha subito la sua sconfitta andando sotto non solo a Bari e provincia, ed in modo massiccio (meno 10,6% rispetto a Vendola), ma anche a Lecce e provincia (meno 0,9%).
L’elettore si mostra intransigente sui conflitti personali, perché non li comprende e non gli interessano.
E’ arrivato il tempo di pensare, invece, a forme di maggiore partecipazione popolare per l’indicazione dei candidati da eleggere. Il ricorso alle primarie, fatte in modo vero e serio, con contendenti veri, potrebbe essere una soluzione. Non si può pensare che un partito pluralista e popolare possa dipendere dagli umori di un solo uomo: non è serio, né condivisibile e, come nel caso pugliese, c’è il rischio che si mostri perdente.
Vito Schepisi

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