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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità



Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto. 
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse. E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. 
A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali. Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio. 
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla. 
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. 
E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. 
E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra. 
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. 
L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale. Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo. 
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica. 
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi


28 aprile 2011

C'è più di uno che aspetta Godot

 


Nichi Vendola potrà sbracciarsi quanto vuole, ma le elezioni in Italia si vincono al centro. 
Il Governatore pugliese con il suo sogno di una notte di mezza estate, quando il caldo umido della Città del Levante rende inquieti, quell’illusione di poter diventare premier per somma d’incapacità dei suoi possibili alleati, lo dovrà presto abbandonare.
Nessuno sposerà Nichi Vendola e tanto meno lo farà l’elettorato italiano.
Questa volta le sue fabbriche, i laboratori e i cantieri resteranno chiusi. C’è stata la recessione ed anche la politica delle chiacchiere è andata in cassa integrazione.
Può agitarsi quanto vuole, ma Bersani tra la sinistra del gay pride e quella dei nuovi protagonisti che possano richiamare l’elettorato moderato, preferirà sempre questi ultimi. Figuriamoci se dopo aver sostenuto che i temi della Giustizia non sono quelli che interessano gli italiani, Bersani e il PD potranno farsi coinvolgere in discussioni su temi che interessano l’esibizionismo diverso e tutto l’orgoglio che si manifesta con lazzi, colori e performance di cattivo gusto.
E figuriamoci se agli italiani si potrà spiegare che il multiculturalismo significa aprire le frontiere a tutti e mettere in discussione cultura, tradizioni e identità nazionale, e se si potrà dir loro che le questioni dei matrimoni tra gay, ad esempio, sono tra quelle che non fanno dormire la notte.
La sinistra neo-comunista, quella rappresentata da Vendola, non perde l’abitudine di cucire i vestiti della storia sulle nuove misure dell’opportunismo. Sostenitrice una volta di Gheddafi e di tutto ciò che nel tempo ha rappresentato ostilità alla cultura e alla democrazia occidentale, questa sinistra alternativa ne è diventata ostile quando la politica del dialogo e delle aperture, nel reciproco interesse delle parti, ha saputo trovare le intese per la convivenza e la gestione geopolitica di un’area così strategica come quella del Mediterraneo. Ora è nuovamente marcia indietro compagni. 
Gheddafi per Vendola poteva benissimo sterminare i suoi oppositori e la popolazione civile libica, in nome di un pacifismo che diviene molto difficile comprendere, ma che appare sempre più altro e non pacifismo quando si schiera contro la politica estera italiana che rispetta sia la risoluzione dell’ONU e sia gli accordi strategici nella Nato, intervenuta nel comando per sua iniziativa.La politica estera di Vendola appare, però, minoritaria anche a sinistra. 
Con il leader di sinistra ecologia e libertà, l’Italia si troverebbe a dover cambiare la sua politica estera e le sue alleanze tradizionali, ma forse è più esatto pensare che il governatore pugliese resti legato ai vecchi schemi del calcolo e dell’opportunismo, per trarre vantaggio politico dalle difficoltà di uno Stato alle prese con i problemi energetici e coi flussi immigratori. Ci ricorda tanto la vecchia strategia del Pci.
La sinistra italiana, alla resa dei conti, nel suo complesso, e malgrado i distinguo, mostra sempre la sua immaturità democratica. Anche a Bersani che si appella all’ “oltre” , non gli è mai facile andare oltre le strumentalizzazioni contro il Governo. E’ apparsa, infatti, molto più di una sensazione quella di doverlo ritrovare sulle stesse posizioni di Vendola, se solo il Presidente Napolitano, sulla partecipazione italiana alle operazioni militari in Libia, chieste dagli alleati nell’ambito di una comune strategia militare, non avesse giocato di anticipo. Evocare l’orrore della guerra fa sempre un grande effetto: non piace a nessuno ed è gioco facile opporsi.
La disputa in atto, in sostanza, è tutta legata alle tattiche per togliersi di mezzo Berlusconi e la maggioranza. Il leader del PD sarebbe disposto a tutto, anche ad “allearsi col diavolo” per indebolire il centrodestra, e sa che una candidatura Vendola finirebbe, invece, per rafforzarlo. Bersani vorrebbe essere lui a sfidare il Cavaliere, ma nell’area PD non mancano le ipotesi di un altro “utile idiota”. Un uomo immagine che serva a tranquillizzare gli elettori e che giustifichi persino la convergenza del terzo polo. All’uopo si aprono laboratori e già sono pronte le strategie di avvicinamento per le prossime amministrative, in particolare al secondo turno. Per l’occasione a Latina è stata persino lanciata la figura del fascio-comunista.
Battere il centrodestra sarà la partita della vita per Fini e Casini, ma anche per Bersani che di “oltre” non riesce neanche a smuovere la percentuale del suo partito. La soglia del 25% è una barriera che gli è persino difficile difendere. Il problema del PD è solo uno, che poi era quello dei DS, prima, ora ereditato dal PD: è la necessità di trovarlo così idiota ma anche così utile da non pensare di diventare un team manager, come in formula uno.
Vendola si dovrà proprio rassegnare. Non è arrivato il suo turno, se mai arriverà. Anche le sue “narrazioni” troveranno, prima o poi, il loro giusto collocamento nel tritacarne delle mode. Il suo sogno di primarie e chiacchiere questa volta sarà difficile che si avveri. Il suo giro per l’Italia, il suo presenzialismo, il suo sensazionalismo, potrà sono solo far aumentare il suo peso politico. I petardi scoppiettano, fanno fumo, ma poi si spengono. E’ sempre così e col tempo si disperde sia il fumo, che il suono. Per fortuna. 
Potrà correre da solo, o assieme a Di Pietro, forse avrà una buona affermazione e un ruolo in Parlamento, ma niente di più. Se vorrà, invece, far corpo unico contro Berlusconi, dovrà allearsi anche con Fini e Casini. Bersani di sicuro non lo prenderà in sposa. Le primarie, questa volta, non potrà vincerle: le primarie nazionali, con il PD, si fanno solo quando si sa già chi le vince. 
E’ inutile che anche lui Vendola aspetti Godot. Non viene!
Vito Schepisi


9 aprile 2011

I Fintulliani


Non c’è sempre la necessità di riesumare Darwin per comprendere le origini di una nuova specie.
I Fintulliani, per gli amici FLIt (come il vecchio moschicida), sono soggetti che appartengono a una nuova corrente di pensiero “neo-tolemaica”. Si adoperano al raggiungimento di un’impresa controrivoluzionaria e anticopernicana, altrimenti detta antiberlusconiana, radicata sull’egocentrismo immobiliare. E se Di Pietro pone i “valori” al centro del proprio pensiero, i fintulliani pongono i “fini”. Sia gli uni, che gli altri, però, sottendono alla modifica antropologica dell’homo erectus, che identificano nell’esuberanza genitale di Berlusconi. Puntano a percorsi diversi, cercano di infilarsi in spazi diversi: finiranno persino col chiedere in sposa Niki Vendola. 

P.S.: Un grazie a Luigi Anastasio della "Giggino Productions" che ha montato la foto dei trionfanti condottieri della nuova genia ... osannati dalla specie dei "politicamente corretti".


16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! Ecosì Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: latriplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppoparlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullosfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sonoi navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hannomilitato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanzeloro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche daldopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questipartiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce colproposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale epolitico tra  centrodestra esinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazionepolitica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fiancodel PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono pervarie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione,per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premiercome unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se pertimore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provarea difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini,La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono diessere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Siuniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo allacaduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. Iprotagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono,persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, deileaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessundistinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un corounanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azionedei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedientifalliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuandoa non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopoaverle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quelladell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nelPD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorsoper sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confusod’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politichedi maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarrevoti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone,capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivodi sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile”immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni,in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazionidi D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccarel’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussoliniche realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizionitra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere unaconclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hannoraccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli invalori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica cheha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista edell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento,se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nomeè un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza trala Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare dicarattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella diCasini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuoriBerlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarnevantaggio.

Vito Schepisi


6 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari nonitaliano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostraeconomia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironiaanglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia:“Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertitose il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, conla serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è unPaese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che,nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in unacongiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisimondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con moltocarattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, allaresponsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tantopressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in unmomento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilitàper favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza dellemisure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da unmassiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni edi parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anchealcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se nonpersino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero,il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come ilMinistro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immaginedell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionalee nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italiacon Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettatodalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modocredibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre alrispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciprocacollaborazione commerciale.  

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativol’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che eraaccaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forzepolitiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure dicontenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate aseminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemicipeggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana eanacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degliimpegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi delGoverno, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, digiovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumonoatteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per leconseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Unafollia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che,anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modidi pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e ipropri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e cheabbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni deiloro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però,non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è unmetodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidentesintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte deglielettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo,sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politicaoggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi


26 novembre 2010

Premio di maggioranza


Sembra che la nuova idea dei finiani, per concedere respiro al Governo,sia quella di chiedere una modifica della legge elettorale. Non si tratta direintrodurre le preferenze. La questione preferenze non è mai stata un veroproblema per i partiti, anzi per alcuni le cose vanno fin troppo bene,trasformando la stessa questione in un suggestivo strumento di indignazione, perfar presa sugli elettori. E’ sufficiente far intendere che Berlusconi,“dittatore” e “mignottaro”, assieme ai leghisti “rozzi” e “razzisti”, abbia ancheespropriato gli italiani del diritto di scelta dei parlamentari sulla schedaelettorale e tutto va bene.

Il “porcellum” si presta con facilità ad essere additato come unmetodo ingiusto e autoritario per la nomina dei Parlamentari. Aiuta all’ideanegativa anche l’aneddoto storico, forse un po’ fantasioso, di Caio GiulioCesare Germanico, imperatore romano noto come Caligola, che, in un crescendo difollia, in segno di disprezzo verso le istituzioni, pare che avesse  voluto nominare il suo cavallo,Incitatus , al Senato di Roma.

Le motivazioni del legislatore sulle preferenze sono state del tuttodiverse e riflettendoci con la dovuta prudenza si ricaverebbero valutazioni piùragionevoli. La partitocrazia, infatti, più che sulle persone più rappresentativeche i partiti, anche per immagine, mettono in campo, si regge sui comitati diaffari e sulle manipolazioni delle selezioni elettorali. Le preferenze in mano allecaste ed ai gruppi di pressione sarebbero, pertanto, lo strumento più subdolo perfavorire il dilagare della corruzione. Con la reintroduzione delle preferenze andrebberoa contare di più i mezzi finanziari, gli accordi occulti o il sostegno dellelobby, che non la cultura, la competenza e l’onestà dei candidati.

In una società come l’attuale, così aperta alle comunicazioni e conspiccata caratterizzazione mediatica, malgrado il paradosso, ciò che può sembrarepiù democratico, in realtà potrebbe non esserlo, anche se è ferma laconvinzione che sarebbe auspicabile la messa a punto di un metodo che possagarantire l’agibilità politica al riparo dalle gestioni occulte e mafiose. Nelfrattempo, però, resta auspicabile che nessuno possa essere messo nellecondizioni di comprare nessuno. L’attuale metodo, pertanto, se tutti sitogliessero la maschera della finzione, va bene anche ai partiti.  A Tutti. Solo gli ipocriti possono sostenereil contrario.

L’idea nuova dei finani, invece, consisterebbe nella modifica dellaparte della legge che riguarda il premio di maggioranza. Un nuovo cavallo diTroia per ridurre Berlusconi alla resa. L’idea, avanzata da Urso, sarebbequella di porre l’asticella del premio di maggioranza sulla soglia del 45%. Aquella soglia il Pdl e la Lega, valutati tra il 42% ed il 44%, non riuscirebberoad arrivare. Con questa modifica diverrebbe meno inutile e meno rischioso l’accordoelettorale tra Casini, Rutelli e Fini. Fini, infatti, teme le elezioni perchénelle condizioni attuali, se anche il Pdl e la Lega si fermassero al 42%, atutto beneficio del trio neocentrista che così arriverebbe a sfiorare il 18%, cheè  anche il massimo della forbiceattribuito dai sondaggi, e con la coalizione di sinistra, da Vendola a Bersani,attraverso Di Pietro, al di sotto del 40%, il centrodestra vincerebbe leelezioni e conquisterebbe alla Camera il premio di maggioranza, con buona pacedi Fini che si troverebbe a capo di un piccolo partito e privo anche della suaidentità. A Fini, invece, interesserebbe sia la caduta Berlusconi, che restarein gioco.

Con la proposta di Urso le tre debolezze si trasformerebbero in unaforza. Diventerebbero l’ago della bilancia del Parlamento. Casini, Rutelli eFini, a corto di voti ma arbitri della situazione, adotterebbero la politicadei due forni, com’è sempre piaciuto a Casini.

Fini immagina così di potersi liberare di Berlusconi. Con una propostache ci riporterebbe nella più classica delle degenerazioni della partitocrazia.Non varrebbero più i programmi e le scelte dei modelli di società per il futuro,ma gli accordi sui prezzi da pagare fino a soddisfare gli interessi di quei gruppidi potere che, servendosi di piccoli ma indispensabili numeri, arriverebbero,come un tempo, a condizionare le scelte del Paese.

Altro che bipolarismo! Fini anche in questo ha cambiato pensiero?

Vito Schepisi


23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di primarepubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Ilgioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversarioa bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi nongiova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche laretorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani eCasini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ciconvincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine airichiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranzae opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sonodiventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resteràsempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di nonsaper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium nondatur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismoreazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progettopolitico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese,raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi incompetizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quelloindicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusionenel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continueràsolo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ ètutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva nonentusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni,delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini diconsensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché assecentrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini moltopiù semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra imassimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezzapone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sullacapacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai giàsapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sonofiniti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neancheparticolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti,che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, intv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario pertirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possanocontare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuovapartitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formuleastruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami cheavrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte deglielettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziaredalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della suacollocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta unavolta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stiaall’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani,Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsiall’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia delventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfidesociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia.  Anche il “futuro” di Fini è già“passato”.

Il sistema rappresentativo delloStato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degliavventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione eriformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la sceltabipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogliquella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte nonpotranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno sisognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi


9 novembre 2010

Al Voto

Si dice coninsistenza che in politica i termini come coerenza, riconoscenza,fedeltà, e gratitudine non abbiano lo stesso valore che hanno nellavita civile. Lo si dice per dar credito al pensiero che la politicasia divenire, realizzazione, mutamento, aggiornamento e financhel'arte del possibile. Di certo la politica, oltre ad essere governodel presente, è strategia per il futuro, e non si può nascondereche la storia stia lì a testimoniare che i mutamenti di vita nerichiedano altrettanti nelle soluzioni. Non manca, però, chisostiene che ci sia molto opportunismo personale o di gruppo, se nontrasformismo ed indifferenza alla soluzione delle cose.

Di certo èche in politica subentrino sempre più le ambizioni personali e cheprevalga più la ricerca dello scontro, che non quella, piùvirtuosa, dell'intesa. Le motivazioni sono da ricercare neitatticismi e nei vantaggi personali, soprattutto di chi fa politicaper mestiere. Privilegiare lo scontro è diventato un metodo peracquisire maggiore visibilità politica. E quando lo si fa da unaposizione istituzionale, come nel caso di Fini, il controcantomoltiplica almeno per 10 la visibilità.

Per offrireuna versione meno cruda e spregevole del proprio modo di agire,coloro che utilizzano la politica come mestiere, si cautelano dietrol'art 67 della Costituzione che stabilisce che “ogni membro delParlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senzavincolo di mandato”. Sarebbe bene ricordare, però, che l'art 67 èstato voluto dai Costituenti per impedire che il mandato popolarefosse condizionato, magari vincolato al sistema della partitocrazia,non per stabilire che un parlamentare che ottenga un mandato popolarepossa, senza alcun vincolo etico, rappresentare in Parlamento altreistanze, se non addirittura soluzioni opposte a quelle per le qualiil corpo elettorale ha espresso il proprio gradimento.

Interpretarela Costituzione come la legittimazione dei voltagabbana è un errore,come è altrettanto sbagliato volerla rappresentare alla stregua deiDieci Comandamenti. La Carta non ha valore di assoluta sacralità:in democrazia tutto è emendabile. In passato è anche già statasottoposta a modifiche che ne hanno leso l'equilibrio originale, colrisultato d'aver in qualche modo ribaltato il peso politico a favoredi funzioni prive della legittimità democratica per esercitarlo.

Si accennavain apertura al venir meno in politica, in nome dei principidell'evoluzione e della fertilità del pensiero, di concetti chenella vita civile invece sono considerate virtù. Aggiungiamo ancheche possa essere persino virtuoso ricredersi su alcune scelte giàfatte, ed accogliere le osservazioni rappresentate da altri, persinose tali da ribaltare l'esito, o far cambiare l'approccio allequestioni in discussione. Resterebbe, però da chiedersi se anche ilvenir meno della lealtà possa mettersi sullo stesso piano dellalegittimità del mutamento degli orientamenti.

Se sisostiene che Fini sia sleale, ad esempio, senza tornare a parlaredella Casa di Montecarlo, fatto imputabile alla degenerazione edall'arroganza dell'esercizio della funzione politica, ma restando neltema della democrazia e della legittimità etica dei comportamentipolitici e parlamentari, si intende riferirsi al metodo adottato daFini e dei suoi sostenitori e non al mero pensiero.

Poniamo, adesempio, che Fini abbia avuto le sue buone ragioni ideali perprendere le distanze dal massiccio voto popolare che nel 2008 halegittimato la maggioranza politica di centrodestra: avrebbe allorail dovere morale di prenderne atto con lealtà. Dovrebbe dire di aversbagliato nel chiedere agli elettori moderati, su un progettopolitico comune con Forza Italia e Lega, i voti per governarel'Italia. Se fosse così, per questioni di lealtà, senza ipocrisie,come sostiene persino Di Pietro, avrebbe dovuto già da tempochiedere di aprire la crisi di governo, per ritornare alle urne e darmodo di sottoporre la sua nuova offerta politica al giudizio deglielettori. Non può chiedere, invece, che Berlusconi apra la crisi percambiare il quadro politico. Fini, per lealtà politica, aderiscaalla richiesta di Di Pietro di una mozione di sfiducia! Masoprattutto si dimetta subito da Presidente della Camera per il suonuovo ruolo politico

Sesfiduciato, Berlusconi non potrà che prenderne atto e recarsi alQuirinale per dichiarare esaurita la sua esperienza, ma dichiarareesaurita finanche l'intera legislatura. Fino a nuove elezioni,infatti, il quadro politico, per il rispetto della democrazia e dellasovranità popolare (art. 1 della Costituzione) non può che restareimmutato, in quanto resta ancora riferimento della maggioranzapolitica su cui il corpo elettorale ha riversato il suo consenso.

Vito Schepisi


5 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi


12 ottobre 2010

Un cerchio alla testa

Storie di intercettazioni e di risvolti inquietanti

C’è troppa sospetta distrazione in Italia: un po’ voluta ed un po’ ipocrita. La cronaca si sofferma sui pettegolezzi e sui risvolti più frivoli delle vicende, ma oscura la polpa. Restano così nel vago, o addirittura nell’indifferenza, i misteri che avvolgono le ragioni e gli orditi di quanto realmente accade. Nessuno che ci racconti i pericoli reali e che ci avverta su cosa ci sia dietro l’angolo.

E’ evidente  la reiterata ipocrisia dei media. C’è l’amara sensazione dei due pesi e delle due misure nelle valutazioni degli episodi sottoposti alla lente di ingrandimento della cronaca politico-giudiziaria. Emergono  pesanti dubbi sulla effettiva libertà ed indipendenza della stampa in Italia. Ma ci incapricciamo lo stesso nel voler comprendere il perché diventino azioni di dossieraggio alcune inchieste giornalistiche, ed invece motivo di giusta informazione altre. Ci sono così tante vicende su cui con troppa superficialità, creando la sensazione dell’inganno e dell’omissione, cala il sipario della distrazione.

Per tornare alla questione Marcegaglia - Il Giornale, almeno due episodi sembrano sfuggire alla riflessione di pur intraprendenti ed astuti cronisti di giudiziaria. Stranamente ci sono molte testate, soprattutto tra quelle  più dinamiche nel raccontare i risvolti più torbidi delle presunte trame,  e tra quelle sempre pronte ad ipotizzare le più ardite dietrologie collegate ad ipotesi affaristiche e di gestione del potere politico, burocratico, mediatico ed occulto, che in questo caso sorvolano sugli approfondimenti, o tutt’al più accennano alle questioni emerse con timidezza un po’ sospetta.
Il primo risvolto ha una visibilità grande quanto una casa: la Procura di Napoli intercettava o il Direttore ed il Vice Direttore del Giornale o ambienti di Confindustria. Tertium non datur!
La questione che ha dato origine alla massiccia operazione di polizia giudiziaria nei confronti de Il Giornale, del Direttore Sallusti e del Vice Direttore Porro, con perquisizioni personali, come se fossero camorristi, è emersa a seguito dell’ascolto delle conversazioni telefoniche tra Nicola Porro e Rinaldo Alpisella, collaboratore ed addetto stampa della signora Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria.
Ed in questa vicenda uno più uno fa due: non si scappa!
E’ evidente che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, siano state sottoposte ad indagini giudiziarie. Il Giornale o Confindustria, o Porro e Sallusti ed Alpisella erano “attenzionati”, come si dice in gergo, dai funzionari di polizia giudiziaria. Per essere intercettati legittimamente, infatti, ci deve essere l’iscrizione all’albo degli indagati a carico di almeno un soggetto collegato ed è necessario che un magistrato abbia disposto le intercettazioni, motivandole con indizi di reato nei confronti di altrettanto precisi individui, o che ricorrano situazioni di attenzione giudiziaria su soggetti giuridici diversi ma collegati alle persone intercettate. Dagli episodi se ne deduce solo che le intercettazioni siano state disposte dalla Procura di Napoli e che l’autorizzazione sia stata firmata da un magistrato. Chi è indagato allora e per cosa? Ma se c’era una attenzione giudiziaria, perché è stata bruciata per una “bufala” come le presunte minacce de Il Giornale?
Il secondo risvolto della vicenda è invece ancora più inquietante. Non si possono, infatti, interpretare le parole del braccio destro della Signora Marcegaglia come se uscissero da una banale conversazione al bar dello sport.  L’associazione degli industriali italiani è forse qualcosa di più di una base su cui poggiano le fondamenta dell’attività produttiva nazionale. La Confindustria rappresenta i serbatoi di “carburante” della macchina Paese. Lavoro, fatturato, e quindi la parte più consistente del Pil, e lo stesso processo di sviluppo economico dipendono dalle politiche di Confindustria e dalla sua capacità, assieme alle forze sociali ed al Governo, di mediare nei rapporti tra lavoro, produzione, innovazione, ricerca, aggiornamento e sviluppo. L’associazione degli industriali italiani è un pilastro dell’economia italiana. Basti pensare che il nostro Paese è inserito nel G7, cioè tra i 7 paesi più industrializzati del mondo.
Alpisella nella sua intercettazione con Porro ha parlato di “ sovrastrutture che passano sopra la nostra testa” e si è chiesto se il suo interlocutore (Porro)  riuscisse a comprendere le questioni D’Addario e Fini lasciando intendere a strutture ( “cerchio sovrastrutturale”) che tramano nell’ombra attraverso i poteri e gli strumenti che si pongono a loro disposizione per ostacolare l’azione di governo. “No, no fermati un attimo – dice, intercettato, Alpisella a Porro – tu non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere …”.
Ebbene c’è tanta gente che non sa alcune cose e siccome sono cose che ricadono sulla testa di tutti gli italiani le vorrebbe conoscere. Quali sono i poteri, che Confindustria mostra invece di conoscere, che passano sulla testa di tutti e che manovrano la politica e manipolano le scelte degli elettori? Chi c’è dietro Fini? Chi dietro Casini? Chi ha scatenato la D’Addario? Chi comanda il “cerchio sovrastrutturale”?
Ma è possibile che la stampa che si dice libera, e che manifesta contro il presunto bavaglio di Berlusconi, non riesca a porsi queste domande?
Vito Schepisi

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