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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità



Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto. 
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse. E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. 
A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali. Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio. 
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla. 
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. 
E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. 
E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra. 
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. 
L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale. Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo. 
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica. 
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi


13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, manon è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavidi lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il benecomune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quandomostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. Lapolitica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da unmoto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoroimpegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro,che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazionia seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestierepolitico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando fingedi farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile eridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e aDi Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tuttodiverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle“convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare lapolitica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, sipossono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salutepubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i qualiquello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamentein coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dellosceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse aqualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nellaPuglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salutepubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suorichiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale,per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forzedemocratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazionetedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovutounire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, edinsieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciareRutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se glielettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fosserostati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schedeelettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forzala sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelleurne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparatocontro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quandoè al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo,pretende di fare lo stesso. 

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con lavolontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recentecelebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe resoancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe cosìspessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmentebattibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a piùd’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo inveceomogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare alpassato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finianoD’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senzapremio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come inuna Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o percondizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero piùdegli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze.  Appare chiaro che, in questo modo, i partitipiù sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura sicomprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersanidi supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per lasopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche ilcolpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vitacivile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare egestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e icittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbea dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli,come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più direttocol popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno diorientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nellecampagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento,unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, moltimestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione elavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: unvero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.

Vito Schepisi


23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di primarepubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Ilgioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversarioa bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi nongiova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche laretorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani eCasini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ciconvincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine airichiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranzae opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sonodiventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resteràsempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di nonsaper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium nondatur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismoreazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progettopolitico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese,raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi incompetizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quelloindicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusionenel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continueràsolo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ ètutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva nonentusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni,delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini diconsensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché assecentrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini moltopiù semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra imassimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezzapone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sullacapacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai giàsapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sonofiniti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neancheparticolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti,che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, intv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario pertirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possanocontare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuovapartitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formuleastruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami cheavrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte deglielettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziaredalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della suacollocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta unavolta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stiaall’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani,Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsiall’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia delventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfidesociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia.  Anche il “futuro” di Fini è già“passato”.

Il sistema rappresentativo delloStato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degliavventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione eriformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la sceltabipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogliquella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte nonpotranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno sisognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi


2 ottobre 2010

La violenza ha sempre i suoi mandanti

Dagli episodi di violenza e da tutte le manifestazioni di inciviltà c’è sempre da trarre una morale. Sappiamo che la storia si ripete. Il motivo è molto semplice. La storia siamo noi con le nostre debolezze, il nostro umore, il nostro carattere, i nostri pregi, i nostri difetti: la storia siamo noi soprattutto con le nostre idee.
C’è un filo conduttore che lega parole ed azioni, e quando le parole passano quel limite immaginario del normale confronto tra idee e pensieri diversi, si trasformano in pietre. Ed arriva il pericolo. Quando le parole scaldano gli animi, quando si manifestano le prime azioni di intolleranza, come, ad esempio, è accaduto di recente alla festa del PD, e se ai primi sintomi di violenza c’è chi minimizza, se non addirittura giustifica, è facile che si scateni la fantasia esasperata di una manovalanza politica che è pronta a percepire l’avversario non più come chi ha idee diverse, ma come un nemico da abbattere. E’ facile, così, che dalla barbarie verbale si passi a quella della reazione violenta. Accade sempre così, ma non se ne vuole mai prendere atto.
Nella sinistra italiana non s’è compiuta ancora l’opera di democratizzazione della base. I vertici hanno somatizzato il pluralismo e la democrazia liberale come una necessità per non esser tagliati fuori dalla storia, ma nella base c’è ancora tutta l’intolleranza di una cultura che non ammette fallimenti, che non ammette  alternative, che non ammette neanche la possibilità che un’idea diversa sia espressa, e figuriamoci l’ammissione che possa essere migliore della propria. C’è chi ha un’idea  “messianica” e giustizialista della politica, e quasi sempre motivata da pregiudizi manichei.
In Italia si respira una cattiva aria di intolleranza. Il pregiudizio è ritornato con più vigore a prendere il posto della ragione. Le parole superano il confine tra un acceso confronto politico e l’insinuazione. L’ingiuria prende il posto della critica e del dissenso ragionato. Alcune questioni si prendono troppo sul serio, molto più della consistenza effettiva dei contenuti in discussione. L’intolleranza emerge quando non ci sono idee proprie e, ingigantendo le criticità, si vuole solo demolire quelle del proprio avversario.
Produrre azioni di governo, anche sbagliando, è sempre meglio, però, che mantenere in piedi ciò che non funziona. Il riformismo è l’unico metodo democratico per adeguare ai tempi che mutano ed ai nuovi bisogni l’assetto sociale e strutturale del Paese, ma è un concetto che non abbiamo mai sentito affermare da Bersani o dalla Bindi, tanto meno da Di Pietro, per quanto possa contare una sua opinione.
Le trasmissioni di approfondimento politico in tv sembrano dei ring. Verrebbe persino da sospettare che ci sia un gioco delle parti, per fare “audience”, ben sapendo che le risse in tv finiscono per avere notevoli picchi di ascolti. Ognuno ci mette qualcosa di suo e si perde di vista, invece, il motivo della contesa politica e si oscura la ragione stessa dell’informazione. Ma è questa la vera censura a danno dei cittadini, perché si perdono di vista le motivazioni del confronto tra soluzioni diverse.
Sui modi diversi di pensare alla sicurezza, alla giustizia, all’economia, all’immigrazione, ai confronti tra e nei partiti, non ci sono solo motivi di sopraffazione o di vendetta, ma anche comprensibili motivi di percezioni diverse. Ciò che è sbagliato è il voler riempire di fondamentali visioni ideologiche queste diverse percezioni. Questo metodo, come abbiamo visto in passato, e come rischiamo di vedere in futuro, può portare solo a niente di buono.
L’esasperazione dei toni è ritornata con maggiore virulenza da quando il centrodestra ha vinto, anche largamente, le elezioni politiche del 2008. Da quel momento sono subito venute meno le parole di Veltroni - fatto fuori ben presto - sulla reciproca legittimazione delle scelte democratiche degli elettori. Alla vigilia delle elezioni del 2008, l’unica voce in contrasto alla legittimazione era stata quella di Di Pietro.
Tralasciando le opinioni sulla sincerità delle parole di Veltroni, e pensando che sia solo frutto della forza onnicomprensiva del suo “maanchismo”, si è fatto strada più di un sospetto che Di Pietro sia stato usato dal PD, ma anche che il molisano non si sia limitato a farsi usare, ma ad abusare a sua volta.
Di certo viene usato in alcune  trasmissioni televisive per accendere le micce della deflagrazione verbale. Chi lo  utilizza, come ospite quasi fisso, non lo fa per offrire contributi di approfondimento di uno studioso dei fenomeni politici o per avvalersi di competenza giuridica e di pacato raziocinio per affrontare questioni di etica politica e di attualità giudiziaria, ma lo fa per usarlo come una clava contro chi nutre idee diverse da una “verità” politica che invece si vorrebbe far emergere. Tutto sommato, ad esempio, Santoro è anche così onesto da affermare senza nascondersi d’essere un fazioso. Un vero istrione!
Se traessimo una morale da alcune trasmissioni televisive, potremmo dire che per far del male a qualcuno non sia necessario bastonarlo con una mazza, lo si può fare in tante altre diverse  maniere. Si può far del male ad un uomo scatenandogli contro un animale feroce, assoldando un sicario o, in modo più sottile, usando un forsennato ignorante che sgrammaticato lo insulti e lo diffami in tv indicandolo come il male assoluto o come il nemico politico da rimuovere. Si può fare (il male) anche contro tutti i suoi sostenitori e maggiormente contro chi, direttamente o indirettamente, in tv si contrappone ai metodi della sopraffazione.
Se poi, infatti, tra i telespettatori, c’è chi ritiene che sia necessario fare anche di più, accade che alcuni giornalisti ed alcuni politici abbiano bisogno della scorta, e che qualche volta si rischia che ci scappi il morto.
Vito Schepisi


28 settembre 2010

Fermiamoci a pensare

Se ci fermassimo un po’ a pensare, comprenderemmo che questa volta la posta in gioco ha il suo valore. Dopo la caduta della prima repubblica, già nel 1994, quando, con un avviso di garanzia pubblicato sul Corriere della Sera, la Procura di Milano informava Berlusconi - che coordinava a Napoli la  Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata - d’essere oggetto di indagini per concorso in corruzione, dando così inizio ad un’attenzione giudiziaria che dura oramai da 16 anni, la politica italiana ha vissuto una democrazia molto tormentata, se non per certi aspetti precaria. Da quei tempi, però, nel Paese è maturata una speranza che è diventata una lunga attesa. E’ stata vinta la rassegnazione, ed anche l’ipocrisia ha dovuto arretrare di qualche passo, vinta dalla inarrestabile volontà degli italiani di cambiare.
Gli esiti elettorali che si sono succeduti, però, non hanno mai sortito un confronto sereno tra maggioranza ed opposizione: è mancata la reciproca attestazione di legittimità; le coalizioni elettorali formatesi si sono rivelate frammentate, litigiose ed incostanti; sono emerse ambizioni premature ed egoismi di partito; sono affiorate differenze sia di obiettivi che di strategie politico-amministrative.
Le maggioranze precarie, formate dall’unione di più partiti, ciascuno con i suoi personalismi ed i suoi apparati, hanno finito così col paralizzare l’azione di governo e l’attività parlamentare. La conseguenza è che non è stato possibile esprimere con continuità un ciclo politico-amministrativo e, soprattutto, che le caste  conservatrici hanno bloccato l’azione riformatrice.
Le riflessioni servono anche per capire se tutte queste divisioni e se tutte queste lotte nei partiti e fra i partiti siano o meno anche un riflesso delle lotte tra gli italiani, e se il corpo elettorale riesca o meno a dare significato politico alle frammentazioni. La politica in definitiva non è che un contenitore di sostanze diverse che vanno, ad esempio, dai grandi ideali di Libertà ed Indipendenza, di Patria, di Giustizia, di equilibrio sociale, di umanesimo, di lotta al bisogno, alla più modesta collocazione di un lampione o di un’area di parcheggio. Se, in politica, vedessimo tutto con l’occhio del pregiudizio, ci si potrebbe collocare  tranquillamente tutti da una parte o tutti dall’altra e viceversa. Le scelte, invece, si fanno sui modelli di società da realizzare e sulla capacità, attraverso le riforme, di adeguare le stesse scelte  ai tempi che mutano.
Non c’è niente di più insulso in politica che il pregiudizio, come se si potesse tranquillamente sostenere che da una parte ci sia sempre la ragione e dall’altra sempre il torto, ovvero che con i primi ci sia Fini e con gli altri Berlusconi, o viceversa da una parte Bersani e dall’altra Di Pietro o, ancor più, con i primi sempre Bersani e con i secondi Berlusconi, o infine che solo da una parte ci sia il male assoluto come sostiene, ad esempio, un personaggio come Travaglio.
La verità è che il fastidio e l’ingombro di questa politica italiana, incline per indole e tradizione all’inciucio ed alla spartizione dei poteri, si chiama Silvio Berlusconi. La verità è che la preoccupazione della perdita dei privilegi  di casta, ed il timore dell’abbattimento della gestione vischiosa della burocrazia, proviene dall’idea politica di Silvio Berlusconi. Queste ansie provocano reazioni incontrollate, persino trasversali che investono l’economia, la finanza, l’industria, la magistratura, l’editoria e, come è evidente, la stessa politica che diviene strumento sia delle politiche di innovazione che di quelle di conservazione.
I politici, a volte, sembrano come le mandrie di pecore. Se viene messo in pericolo l’accesso ai pascoli dove nutrirsi, cercano di scavalcare  le barriere e di passare dall’altra parte. L’obiettivo, più che le scelte, è quello di conservare lo spazio della propria sopravvivenza parlamentare o, a seconda dei casi, della fetta di potere da gestire. Pochissimi politici tornerebbe a vita privata per propria scelta e, pur lamentandosi per i sacrifici, lo stress, la tensione, non rinuncerebbero mai ai tanti privilegi conquistati tra cui compensi economici, benefit, liquidazioni di fine legislatura e trattamenti pensionistici.
Se ci fermassimo a pensare, perciò, capiremmo che si deve provare a rompere questa “maledizione” di non poter cambiare il Paese, e di farlo invece muovere non più nell’interesse della sua classe dirigente, ma dei suoi cittadini. Non più nell’ipocrisia politica, ma secondo opzioni che non compromettano le necessità ed i bisogni del domani. E se anche questa volta si rinunciasse alle scelte, sarebbe un’altra occasione perduta. E non si sa se e quante ne resterebbero ancora!
Se si chiudesse questa legislatura senza riforme, Berlusconi rischierebbe di perdere definitivamente la sua battaglia rivoluzionaria. Finirebbe il sogno di tanti di voler attuare con il centrodestra quella politica riformatrice che la sinistra non è neanche capace di concepire. Fa bene, pertanto, il Cavaliere a provarci!
Marcello Veneziani nel suo articolo di lunedì su il Giornale sosteneva che Berlusconi è il tappo della politica italiana, quello che impedisce che fuoriesca il letame della partitocrazia. Senza Berlusconi, in effetti, salterebbe il bipolarismo e la politica ritornerebbe a frantumarsi. Si tornerebbe ai ricatti, ai condizionamenti, alle spartizioni, ai vertici di coalizione, come ha appena chiesto il finiano Bocchino. Ma Berlusconi non è eterno e non se ne vedono altri in giro. Se non riuscirà a fare le riforme, tutto sarà più difficile.
Il Premier ha, pertanto, il dovere di provarci, ma anche di appellarsi al Paese al primo manifestarsi di nuovi rigurgiti di azioni di logoramento. Meglio nuove elezioni che galleggiare.
Vito Schepisi


21 settembre 2010

Ma anche ...

Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui  giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci  così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi


30 luglio 2010

Corruzione e politica

E’ evidente che in Italia ci sia un andazzo che alimenta il malcostume amministrativo, come è evidente che il malaffare si insinui in ogni possibile spiraglio in cui circolano appalti e danaro.
Ed è evidente che la politica si intrufoli nel mestare e nell’amplificare a danno del proprio avversario politico le responsabilità del fenomeno. In particolare si cimenta nell’impresa quella parte che non avendo proposte di governo di ampio respiro da far valere, con una buona dose di ipocrisia e con la compiacenza di una evidente partigianeria che cova all’interno del sistema giudiziario italiano, strumentalizza il malessere dei cittadini. Accanimento e strabismo si mischiano a teoremi ed atti investigativi che media ed opposizione, ma anche frange interne alla maggioranza, interessate a rovesciare gli equilibri di gestione, come un concerto in crescendo, come nel Bolero di Ravel, diffondono con misurato tempismo.
La tentazione è una debolezza propria degli uomini, ed il cedimento al suo richiamo non appartiene agli uni o agli altri per scelta o per natura. Non si può stabilire che “tutti quelli che …” sono vulnerabili mentre “quegli altri che non … “, invece non lo siano. Sulla tesi di diffusa ed equa tentazione al comportamento delittuoso, si potrebbero infatti citare tantissimi episodi ed altrettante iniziative giudiziarie in più regioni d’Italia, del sud come del nord, del centro come delle isole.
Il fenomeno è dunque trasversale, sia geograficamente che politicamente.
Cedere alla tentazione fa parte della natura dell’uomo. L’essere umano è per definizione debole, e non solo nella carne, ma anche verso i richiami edonistici in genere, e poi nei sentimenti e nel senso morale. Sostenere il contrario, salvo moltissime eccezioni per fortuna, sarebbe ingiusto e scorretto. E sarebbe anche sleale non osservare che, per quantità e peso, alcune situazioni di arroganza e di malcostume politico farebbero pendere la bilancia del disappunto proprio verso quella parte politica che oggi fa appello alla questione morale.
Chi fa professione di virtuosità, e chi porta avanti il “giustizialismo” come “missione” prioritaria e caratteristica della propria azione politica, infatti, non può affatto chiamarsi fuori. A veder bene le cose, al contrario, il fenomeno coinvolgerebbe anche più degli altri quelle formazioni politiche sorte dalla raccolta di avventurieri e di personaggi ai margini dei partiti tradizionali. Il fenomeno, infatti, appare ben più grave se si pensa che per la corruzione conti tantissimo il consolidamento e la stabilità in una funzione amministrativa. C’è gente, ahinoi, che impara velocemente ad abusare del proprio ruolo.
La corruzione è una costante nella gestione pubblica, naturalmente nasce laddove ci sia un potere capace di orientare le scelte e di gestirne i processi esecutivi. Maggiore è la portata degli interventi previsti, maggiori sono gli appetiti, e maggiori sono i pericoli della creazione di sistemi corruttivi. Non esiste un potere pubblico che non abbia il suo sistema consolidato di interessi, privilegi e discriminazioni.
La fonte principale del fenomeno corruttivo, la responsabilità dunque, è nel sistema.
Nella cosiddetta prima repubblica la corruzione ha consentito l’allargamento di un sottobosco politico, sindacale e burocratico a cui molti cittadini hanno fatto ricorso, se non per ottenere privilegi e favori, anche per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Nel mezzogiorno, in particolare, quando democristiani, comunisti e socialisti si spartivano tutto, anche per il rilascio di un certificato anagrafico era necessario avere le conoscenze utili. I finanziamenti ai partiti ed alle correnti facevano parte di quei misteri di cui tutti erano al corrente, anche se tutti facevano finta di non sapere. La stessa magistratura l’ha tollerato per anni, ma solo dal 1989 in poi, dopo la grande amnistia che ha cancellato tutti i reati dei finanziamenti illeciti, soprattutto quelli del pci, s’è accorta che in Italia c’era una tassa in più a carico dei cittadini: la tangente.
Per comprendere la dimensione dell’ipocrisia politica, ci sarebbe da rileggersi il discorso di Craxi alla Camera nel 3 luglio del 1992: “Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale” – “Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro". Naturalmente nessuno si alzò a dichiarare la propria virtuosità o quella del proprio partito. Se si fosse alzato un Di Pietro, che a quei però faceva il magistrato, anche lui sarebbe stato accusato di “spergiuro”.
La corruzione è nel sistema perché consente che si consolidi un potere burocratico enorme che passa attraverso le maggioranze ed i partiti. E’ nel sistema perché le regole non sono chiare e perché vengono facilmente aggirate. Perché consente istituti giuridici che di per se sono leve di abusi e di infiltrazioni malavitose, come quello della revisione dei prezzi, come quello dei subappalti, come quello delle varianti.
La facoltà di moltiplicare gli appalti (stato, regioni, provincie e comuni) senza che agli enti interessati derivi una precisa responsabilità giuridico-economico-fiscale, ad esempio per l’eolico ed il fotovoltaico, dove ogni regione fa per se, finisce col creare sempre nuove focolai di illeciti e di interessi particolari. Si vorrebbe sapere, ad esempio, se ciò che è reato per la Sardegna lo sia anche per la Puglia.
E ci piacerebbe sapere anche se mettersi d’accordo per far pressione su Mattarrese per l’acquisizione di Giovinco al Bari sia anche un’attività di associazione segreta. Coi tempi che corrono … meglio sapere!
Vito Schepisi


21 luglio 2010

La fabbrica di nichi

Vendola, dopo aver devastato la Puglia, si muove per demolire anche il Paese. Ha lanciato la sua proposta di candidarsi per competere da premier. Il largo anticipo, però, desta qualche sospetto. Una candidatura troppo anticipata rischia d’essere bruciata. Vendola ha dovuto anticiparla per almeno tre ragioni. Forse anche per quattro. Sgombriamo subito il campo dalla quarta, che è quella di dar modo a De Benedetti di spianargli la strada con i suoi giornali ed i suoi contatti industriali e finanziari.
La prima ragione, invece, è quella di mantenere viva la sua popolarità. Vendola è sempre un personaggio che si muove in una scena minore, quale può essere quella di una delle 20 regioni italiane.
La seconda è che l’ex rifondarolo ha vinto le elezioni pugliesi ma non ha convinto. Le ha vinte solo per la spaccatura dell’elettorato moderato. Tra l’altro ha già i suoi problemi. L’opposizione nel complesso ha preso più voti di lista. Due consiglieri eletti con la sinistra (uno del PD e l’altro dell’Idv), con un altro consigliere eletto nel centrodestra, hanno costituito un gruppo che si è collocato all’opposizione. L’Idv di Di Pietro, infine, è determinante per la maggioranza in Consiglio e si pensa che, prima o poi, in una Regione con tanti problemi, anche giudiziari, farà pesare la sua presenza, sottraendo visibilità e popolarità al leader di socialisti e libertà.
La terza ragione è che Vendola non è proprio convinto che alla lunga la Puglia mantenga la visione di quella magica oasi nella realtà politico-amministrativa meridionale che vorrebbe far passare. I giornali locali e le pagine pugliesi delle testate nazionali sono state troppo tenere con lui. Le sceneggiate ora contro Fitto, ora contro Tremonti, perdono pian piano la loro eco dinanzi ai problemi non risolti. Il Governatore teme, inoltre, il progressivo logoramento politico della sinistra pugliese, pensa ai danni fatti nei 5 anni precedenti i cui costi cadranno sui contribuenti pugliesi, riflette sul degrado ambientale, sociale, produttivo che si accresce a spese dei giovani ed, in senso più largo, della complessiva qualità della vita nella Regione.
Vendola avverte così l’esigenza di un palcoscenico diverso da calcare. Prepara il suo distacco dai problemi che ha creato. Ha paura del futuro pugliese e di essere travolto dal dissesto amministrativo e ambientale, come è capitato a Bassolino in Campania e Loiero in Calabria.
I suoi stati generali a Bari si sono aperti con la simbologia fantasiosa del vulcano islandese, evocato come “eruzione di buona politica”, con il giovanilismo inteso come valore aggiunto della politica, con l’immagine del “Berlusconi - Cesare” che impedisce un confronto politico reale. E’ da lì che parte, come da copione, con tutta una serie di immagini successive che fanno parte del suo consueto bagaglio delle apparenze e dell’immaginario. Parte la sua funambolica furbizia con cui spaccia per salvifica poesia un verbalismo inconcludente e con cui fa passare per idee le sue fumosità verbali e le sue certezze ideologiche, prive invece di un qualsivoglia spessore politico.
Il Pullman di Prodi e Veltroni, il treno di Franceschini, la fabbrica sempre di Prodi, il loft di Veltroni e non poteva mancare, pur se non originale, anche la fabbrica di Nichi, l’abile fabulatore e tracciatore di illusioni, il realizzatore di fantasticherie e di buoni propositi spacciati per poetar di politica. Vendola: lo stesso uomo ben posto tra i politici cialtroni dal Ministro Tremonti.
C’è una Puglia ideale che è molto diversa dalla Puglia reale. Quella ideale è anche quella che diventa ideologica, esclusiva, immutabile, eterna nei racconti del Governatore Vendola. Una Puglia in cui la passione, il sacrificio, il sangue, il sudore, l’impegno si mischiano alla natura, al mare, ai paesi lastricati di pietre, agli odori di una cucina deliziosa che profuma di terra e di mare, alle case ai monumenti, agli ulivi millenari, ai colori intensi di una natura prorompente. La Puglia della musica, dei canti e dei balli popolari. Quella delle feste estive della tradizione popolare fatta di mostre e degustazioni di vini e di prodotti tipici. La Puglia che si fa amare da chi la conosce da sempre e da chi la scopre per la prima volta. La puglia delle barche che portano a riva il pesce appena pescato, dei pescatori che seduti per terra sui moli dei piccoli porti dei paesi marinari riparano le reti per la nuova giornata di lavoro, la Puglia della cortesia, della semplicità, dei sorrisi, della arguzia popolare, della modestia e della mesta rassegnazione dei suoi abitanti.
Ma ci chiediamo, a ragione, se questa che tutti vorrebbero ritrovare intatta nella sua magnifica semplicità sia la stessa Puglia violentata invece dall’incuria, dai pannelli fotovoltaici che sostituiscono gli alberi e le piantagioni dell’uva e degli ortaggi. Se sia la stessa delle “foreste” di pale eoliche che deturpano i paesaggi. La Puglia dove la differenziata non esiste ancora, quella delle discariche a cielo aperto, quella delle pulizie delle strade … solo quando mi ricordo. La Regione dove l’igiene nelle città è spesso un’opinione. La Puglia sitibonda in cui l’erogazione dell’acqua potabile, come accade in alcuni paesi del Salento, è razionata o manca del tutto. La stessa a cui manca l’acqua per l’irrigazione.
Ci chiediamo se la Puglia della poesia di Vendola sia la stessa Regione del Levante d’Italia delle condutture che saltano, delle fogne che scoppiano, della desertificazione di vaste zone, delle devastanti ed intollerabili dispersioni dalla rete idrica e dei furti dell’acqua. Se è, insomma, la stessa Puglia delle comunicazioni stradali insufficienti, dei trasporti che mancano, degli asfalti gruviera. Ci chiediamo, inoltre, se questa Puglia ideale sia la stessa di quella che è indicata come luogo di una sanità tribale. Sull’argomento c’è oramai una letteratura cospicua fatta di abusi, di violenze, di umiliazioni, di squallore, di mafia, di degrado, di precarietà e di incuria. E’ la sanità dei ticket che dovevano essere aboliti ed ora ci sono anche per patologie invalidanti, delle liste di attesa che dovevano essere anch’esse abolite e che ora sono lunghe per mesi ed a volte per anni. Quella pugliese è la sanità dei debiti oltremisura contratti per un servizio da terzo mondo.
Ma quella di Vendola è anche la Puglia dove non esistono posti di lavoro per i giovani, e dove non esiste nessuna idea in cantiere per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e produttive che possano assorbire le domanda di occupazione. Investimenti non fatti, fondi non utilizzati. Una colposa responsabilità per le occasioni perdute.
La fabbrica di nichi è solo un opificio di chiacchiere, un involucro vuoto, come vuote sono le idee del suo capo fabbrica.
Vito Schepisi


22 giugno 2010

Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie,  ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una  forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre,  per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.  
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi


3 giugno 2010

Rigore e furbizia in Di Pietro

L’ex PM di Mani Pulite, Di Pietro, ha esercitato molti mestieri. Ma di tutto ciò che ha fatto, di come l’abbia fatto, e perché, da un certo tempo indietro, si sa molto poco. Da ciò che se ne osserva, si ha l’impressione che per tante cose fatte sia stata calata una cortina di fumo che impedisce di guardare più in fondo.
Ogni tanto spunta una foto che lo immortala assieme a personaggi discussi, in atteggiamenti gioviali e di estremo relax, come a tavola, ad esempio. Dai tanti misteri è naturale che affiorino tante ipotesi “gelatinose”. E l’uomo è sempre pronto a smentire e minacciare querele. Ma oltre al negare, minacciare e querelare, ciò che manca è solo ciò che sarebbe invece utile: chiarire.
Si dice che un personaggio pubblico debba essere trasparente e che della sua vita privata, presente e passata, si debba conoscere tutto. Con questa tesi non si è tutti d’accordo. Non lo si è almeno per ciò che riguarda la vita più riservata ed intima degli individui. Non c’è condivisione, infatti, quando di un uomo pubblico si vogliano giudicare i suoi gusti, i suoi piccoli o grandi vizi innocui, le sue passioni, i suoi amori, i suoi affetti, le sue debolezze intime, le sue questioni di famiglia.
Non sembra, però, che le stesse perplessità sulla riservatezza coinvolgano più di tanto il sentire dell’On. Di Pietro, in particolare quando si è trattato di giudicare la vita privata dei suoi avversari: chiamò persino “magnaccia” il Presidente del Consiglio. Nei modi che di lui conosciamo c’è una gran voglia di censura verso quelli che, per l’acredine ed i toni che usa, appaiono come suoi “nemici”.  L’ex PM ha, inoltre, una costante predisposizione al giudizio critico sulla moralità degli altri. Un po’ meno sulle vicende che riguardano la sua vita privata e quella delle persone di famiglia. Nessun giudizio critico anche sulle vicende che investono la gestione del suo partito. Nessun  imbarazzo, infatti, per il modo un po’ singolare con cui vengono amministrati i contributi elettorali che la legge prevede di erogare non ai singoli individui o a società private, ma ai soggetti politici espressione della vita democratica del Paese.
Ma se per un uomo pubblico la riservatezza sulla sua vita privata dovrebbe essere rispettata e garantita, altrettanto non si può dire per la sua vita sociale. Il curriculum vitae di costoro dovrebbe essere, infatti, trasparente e visibile. Chi si propone per amministrare e gestire beni o per esercitare importanti funzioni pubbliche, dovrebbe dar conto di ciò che ha fatto per qualità, quantità e coerenza. Eccezioni dovrebbero essere previste solo per soggetti che svolgono funzioni sottoposte al segreto di Stato o funzioni di sicurezza nazionale, non per coloro che hanno cambiato lavoro come si cambiano i calzini.
Il popolo deve poter giudicare l’operato dei suoi rappresentanti, e deve esser messo in grado di farlo, tanto più ove dinanzi ad ex poliziotti ed ex magistrati. Niente è peggio per la democrazia che il sospetto dell’abuso del ruolo pubblico esercitato. Prerogativa della democrazia, inoltre, non è quella di giudicare la società, ma il contrario. Un concetto quest’ultimo che varrebbe anche per l’abitudine che alcuni manifestano nell’infierire sugli elettori che fanno liberamente le loro scelte.
Di Pietro ha lavorato all’estero, ha fatto l’operaio, il poliziotto, il magistrato, il politico, l’avvocato, il leader di partito, il Ministro, il professore universitario, persino lo scrittore. Verrebbe da pensare che sia un uomo di grande talento. Un genio. Peccato, però, che mostra d’aver qualche problema persino con la lingua italiana!
Autocritiche del personaggio non se ne conoscono, e tanto meno chiarezza sul suo passato. Sui misteri della sua vita e sui suoi affari, il neo avvocato adotta, infatti, la stessa strategia difensiva consigliata agli imputati dai suoi colleghi penalisti: negare sempre, anche l’evidenza se occorre. E lui nega di tutto!
L'abitudine di trarre giudizi e di formulare requisitorie d’accusa a Di Pietro riviene dal retaggio delle sue esperienze passate di poliziotto e magistrato. Si vuole, pensare che sia solo così, perché, se non fosse, sarebbe invece una tara perversa della sua indole, allorquando si predisponesse a sfruttare con evidente ferocia ogni possibile opportunità aggressiva. Ma d’altra parte, appare evidente, ed occorre rilevarlo, che nella sua vita Di Pietro non ha mai dato impressione di sottrarsi dall’utilizzo delle conoscenze e dall’abilità di saper mescolare gli atteggiamenti di un sembiante rigore con quelli di un’ipocrita furbizia.
Una figura singolare Di Pietro. Un mix tra un personaggio pirandelliano ed un modo  gattopardesco di rivoluzionare le cose, traendone un immediato giovamento ed i presupposti di un successivo utilizzo. Come scriveva Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”
Vito Schepisi

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