.
Annunci online

illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


30 aprile 2011

Vendola, il PD, la Puglia, il Paese

Il futuro di Vendola si costruisce solo sulla disgregazione dell’idea originaria del PD. 
Il partito di Bersani era nato per rappresentare una sinistra di stampo europeo, aperto al confronto con le componenti moderate, predisposto al gioco democratico della legittimazione dell’avversario politico, spogliato dalle incrostazioni ideologiche, pluralista e slegato dal classismo marxista, ma soprattutto interessato alle idee liberali del mercato e della competizione. 
Nato con Veltroni, il PD ha assecondato il processo di abbattimento della partitocrazia e si è fatto sostenitore del confronto bipolare, come negli USA, tra due schieramenti. Il centrosinistra e il centrodestra, accettando i valori comuni della democrazia, e avvertendo l’esigenza dei cambiamenti condivisi dell’architettura rappresentativa, esecutiva e giurisdizionale degli ordinamenti dello Stato, si prestavano al gioco democratico della maggioranza e dell’opposizione.
Due poli d’interesse politico che, ferma restando la continuità istituzionale e il comune sentimento democratico, erano destinati a distinguersi su temi come previdenza, scuola e università, giustizia, pubblico impiego, sicurezza e fisco, soltanto negli accenti, nelle priorità e nelle strategie di visioni di società compiute. 
Da una parte si pensava a una società democratica in cui far prevalere le innovazioni dei costumi, gli spazi delle minoranze, le integrazioni globali, il pluralismo etnico e, assieme a tutto questo, l’uso allargato della spesa sociale. Dall’altra parte, invece, si pensava sempre a una società democratica in cui far prevalere i valori di origine della cultura occidentale, l’identità nazionale, un’integrazione programmata, il rispetto delle minoranze, ma senza gravare sui diritti delle maggioranze e, assieme a tutto questo, la riduzione della spesa sociale a vantaggio dello sviluppo e degli investimenti, minori vincoli burocratici, più libertà d’impresa e maggiore flessibilità del mondo del lavoro.
In verità questo quadro non è stato dissolto da Vendola. Ci aveva già pensato lo stesso Veltroni. Perse le elezioni, sotto la pressione di Di Pietro, l’americano del PD, dopo il voto e gli impegni presi, ha cambiato la strategia d’opposizione, trasformandola da costruttiva a pregiudiziale. Persino la legittimità del voto popolare è stata messa in discussione. La sinistra di Vendola, assieme a tutte le componenti della sinistra alternativa, era invece rimasta fuori del Parlamento, consolidando l’idea che l’Italia ed i suoi elettori avessero scelto la democrazia ed il confronto civile.
Questa premessa è utile per capire l’attacco, oramai quotidiano, di Vendola al PD. È un attacco rivolto al sistema stesso della democrazia liberale. Vendola un anno fa in Puglia ha salvato la sinistra dalla sensazione di una sconfitta totale. E ora vuole riscuoterne il premio. Un anno fa, uscito da 5 anni di governo regionale senza colore, è riuscito ad imporre le primarie al PD. Era arcisicuro di vincerle, dopo aver costruito per tutto il tempo del suo mandato le premesse per il suo nuovo successo. E ora vorrebbe imporre la sua linea al Paese.
Forte di una rete clientelare di consenso politico tessuta in tutta la regione, rilevata anche nelle inchieste della magistratura sulla Sanità, Vendola, giovandosi di una stampa locale non ostile, se non addirittura amica, puntando su alcuni temi a effetto, come l’acqua di tutti e no al nucleare, ha vinto su un centrodestra spaccato. Nichi è abile a volgere tutto a suo favore. Utilizza ottimamente la pubblicità istituzionale per promuovere la sua immagine. Ha potuto persino giovarsi delle inchieste della magistratura su aspetti di vita mondana che, incrociandosi con personaggi pugliesi, sulla stampa locale facevano passare in secondo piano le inchieste sulla sanità e i coinvolgimenti e gli arresti dei suoi collaboratori.
La stessa strategia vorrebbe metterla in campo per la corsa alla guida del Governo nazionale. La sua candidatura a sfidare Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi, e la richiesta di primarie per la scelta, è partita il 18 luglio del 2010 a Bari durante i lavori degli “Stati generali delle fabbriche di nichi". Vendola ha già deciso: o le primarie o la sua candidatura a prescindere. Nessuno può pensare che sarà lui a cambiare idea. Non esiste per Vendola il concetto di cambiare idea.
I tentativi del PD di metterlo in difficoltà non servono. E su un aspetto il Governatore ha ragione: il PD ha votato con lui il suo programma e le sue scelte e i tentativi di metterlo in difficoltà con le assenze sui banchi della maggioranza appaiono goffi e incoerenti. Le minacce di dimissioni pochi giorni fa sono state un altro suo colpo di teatro. Il Governatore è abile ai colpi di scena. E minacciare le dimissioni sul contrasto alla rimozione dei vecchi amministratori delle Asl, per sostituirli con giovani manager sarebbe stato per il PD pugliese un vero autogol.
Nichi sta logorando lentamente il PD e lo fa giorno per giorno, senza sosta. L’ultima stoccata è contenuta nell’intervista al “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Ci ricorda la sua battaglia dell’uomo “solo contro tutti” già usata in Puglia. Il suo avversario per ora non è Berlusconi ma Bersani, come non era il centrodestra in Puglia, lasciato maturare nel suo logoramento e nei veti incrociati tra l’autunno del 2009 e l’inverno del 2010, ma D’Alema ed il suo sistema di potere in terra pugliese.Se perdesse anche questa battaglia, Il PD dovrà prendere definitivamente atto del fallimento del suo progetto di rappresentare il riferimento della sinistra in una democrazia compiuta.
Non resta che chiederci se sia possibile immaginare oggi una sinistra, in una Nazione europea, legata alla figura e alle politiche del sapore ideologico di Vendola.
Vito Schepisi


5 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese ( II^ parte)



Una svolta di serietà nell’attività giudiziaria della Procura di Bari sulla questione Sanità, è arrivata con l’arrivo del nuovo procuratore di Bari. Spenti i fumogeni Tarantini e D’Addario e uscito dalla scena anche Berlusconi, che con la sanità pugliese non aveva evidentemente niente a che fare, la procura di Bari ipotizzava, per la sanità regionale, l’esistenza di una “cupola” di malaffare, gravata da pericolose infiltrazioni della malavita organizzata. In una conferenza stampa il Capo della Procura, Antonio Laudati, accennava ad ipotesi di concorso di più soggetti politici della Giunta regionale che sottendevano alla gestione di questa “cupola”, con lo scopo di controllare il territorio servendosi delle nomine e degli appalti nella sanità, per allargare il loro consenso elettorale. All’assessore Fiore che negava l’esistenza di una “cupola mafiosa”, e che interpretava i fatti accaduti come singoli “fenomeni distorsivi” ed estranei ad “un unico disegno criminoso”, sempre il Procuratore capo di Bari replicava: “La sanità pugliese e' stata gestita da un sistema criminale che ha controllato gli appalti, le nomine dei primari e gli accreditamenti delle strutture sanitarie da parte della Regione Puglia”. Nel frattempo, il Vice di Vendola, il dalemiano di ferro Frisullo, veniva arrestato, sommerso da accuse di tangenti pagate in danaro e in natura. A suo carico emergevano meschini casi di ricatti sessuali a danno di giovani mamme bisognose e poi donnine, consulenze, sperperi e uno sfacelo morale indicibile, con la Regione trasformata in un postribolo. Vendola solo a quel punto si precipitava a sostituire ben 5 assessori, facendosene persino vanto. Ma lui, il poeta, non dava mostra di sentire su di se alcuna responsabilità politica guardandosi bene dal dimettersi. Di quali garanzie allora parlava, se neanche dinanzi a tanto degrado mostrava di avvertire la gravità di quanto era accaduto? Le ipotesi di reato si sono così allargate ad altri protagonisti, sono emersi i contenuti di alcune intercettazioni che coinvolgevano direttamente il governatore pugliese. In Regione c’era fermento per le candidature alla presidenza, in vista delle elezioni. Il centrodestra pugliese era spaccato. L’Udc era ostile al centrodestra, con Casini che giocava a spaccare sostenendo la Poli Bortone. Anche nella sinistra era in corso un braccio di ferro. Il PD, fiutando la vittoria, grazie alle divisioni degli avversari, voleva liberarsi di Vendola, indisponibile, però, a fare un passo indietro. In questo clima il governatore, soprattutto a beneficio del clamore mediatico, scriveva una lettera al pm Di Geronimo rivendicando il suo status di politico “puro”. Una lettera che dava più l’idea dell’intimidazione che non quella del sereno chiarimento delle sue responsabilità, scritta con arroganza, con toni piccati e con odiosi riferimenti personali al magistrato. Vendola, però, non è Berlusconi. Il politicamente corretto vuole che a lui tutto sia concesso, anche di provare a intimidire un magistrato. L’uomo con l’orecchino esce così vittorioso persino dal procedimento a tutela del magistrato aperto dal Csm e, dopo aver stravinto le primarie, soprattutto contro D’Alema e Bersani, prima che contro il suo contendente Boccia, esce vittorioso anche nella competizione regionale, grazie ad un favorevole vento di maestrale mediatico che gli spazza via ogni nuvola, e grazie soprattutto alla divisione dei suoi avversari. Vince in Puglia, mentre la sinistra perde in tutta l’Italia. E nasce così un eroe.Il resto della vicenda è contenuto nella richiesta della magistratura barese di arresto per Tedesco, nel frattempo entrato in Senato come primo dei non eletti, dopo che il PD pugliese, sostenuto da influenti leader nazionali, ha voluto, guarda caso, far candidare ed eleggere al Parlamento Europeo l’ex Ministro De Castro, già senatore eletto in Puglia. La richiesta di arresto è arrivata dopo due anni dalle sue dimissioni da assessore. E’ arrivata in contemporanea, benché i due procedimenti fossero separati e i magistrati (pm e gip) diversi, all’archiviazione delle ipotesi di reato a carico di Vendola. Una disposizione che ha lasciato più di un dubbio e che è giunta dopo 11 mesi di gestazione. Altri dubbi sono sorti dalla constatazione che, in due anni, nessun magistrato abbia mai avvertito la necessità di ascoltare Tedesco. L’ex assessore è stato interrogato solo dopo l’archiviazione delle ipotesi di reato contro Vendola. Eppure Tedesco aveva sempre sostenuto di aver sempre informato Vendola di tutto e che, pertanto, in caso dell’esistenza di un reato, il governatore ne sarebbe stato partecipe.L’autorizzazione all’arresto è ora al vaglio della Giunta per le immunità del Senato che è in procinto di dare il suo parere per poi passare il tutto all’esame dell’Aula. Difficilmente, però, la richiesta d’arresto sarà accolta, da ciò che si presume dalle posizioni sin qui espresse. Il gruppo Pdl, maggioritario in Senato, si è già dichiarato contrario: “Alla nostra coscienza ripugna - è scritto nel documento del Pdl - solo il pensiero di poter autorizzare la limitazione delle libertà personali per calcolo politico. Ciò non può esimerci però dal denunziare come dalla lettura degli atti emerga lo spaccato di un sistema sanitario pugliese profondamente distorto, praticamente marcio di fronte al quale i referenti politici, uomini e partiti della maggioranza di sinistra e in primis colui che tutti li rappresenta, il Presidente della Regione Vendola, continuano a far finta di niente”. Basterà ora qualche assenza e qualche voto favorevole del PD per respingere la richiesta di arresto. Tedesco sarà salvato dalla coerenza dei suoi avversari politici, mentre gli sarà più difficile ottenere la solidarietà del suo partito.In democrazia, però, non si possono avere dubbi sulla giustizia e non si può temere che le leggi e i provvedimenti giudiziari non siano uguali per tutti. Se capitasse, se ci fosse il pericolo di una giustizia con due pesi e due misure, dovremmo incominciare a temere per la democrazia. Non si possono selezionare i colpevoli e non sono ammissibili i capri espiatori, come non si può sottrarre al giudizio politico dei cittadini chi non è capace di garantire la gestione corretta della cosa pubblica. Non si possono coprire gli incapaci, e non si può tutelare chi si ritrae dall’assunzione delle proprie responsabilità.
Vito Schepisi


4 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^ parte)

Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore.
I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione.
In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona.
Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia.
Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti.
Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto.
Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre  la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”.
Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni:
1)     Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione;
2)     il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione;
3)     c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.
Ma garantito cosa?
(continua)
Vito Schepisi


28 febbraio 2011

Il "Sottosistema" della Sanità in Puglia

La Giustizia in Italia non finisce mai di stupire. Anche questa volta reitera contraddizioni e semina perplessità. 
In Puglia c’è stata una gestione della sanità da raccapriccio. Si spera che le cose siano cambiate. La sanità è, infatti, collegata alla sofferenza e alle ansie d’intere famiglie, loro malgrado utenti dei servizi sanitari.
Nella gestione è emerso di tutto: dai conflitti sugli assetti del potere, alla droga, alle donnine, agli appalti. Sono state ipotizzate cupole di malaffare che, oltre a favorire amici e parenti e assegnare commesse, miravano al controllo politico del territorio con lo scopo di rafforzare elettoralmente gli uomini e i partiti che amministravano la Regione.
Questo quadro d’insieme emerso con chiarezza - a prescindere dai soggettivi coinvolgimenti di carattere penale, per i quali la magistratura è deputata a ricercare le responsabilità – e che ha visto diversi protagonisti intrecciarsi, in un gioco tutto politico, per la conquista di spazi e riferimenti personali, riconducibili alla mera gestione del potere, rischia di essere svuotato della sua gravità da una Giustizia che nei fatti si spacca e si contraddice.
Un quadro giuridico che induce a pensare che possa finire con un nulla di fatto, per buona pace di chi invece paga. E paga sempre. Spariscono concussione e associazione a delinquere, ad esempio, ed esce di scena dall’interesse giudiziario il maggior responsabile di un quadro politico desolante. È stato miserevolmente manipolato e usato a fini diversi dalla sua funzione d’indispensabile servizio ciò che doveva essere il fiore all’occhiello del Tacco d’Italia per una promessa, fatta dal leader di Sinistra e Libertà nel 2005, di una Puglia migliore.
La sanità pugliese, con Vendola, è diventata invece un “sottosistema” di potere e di pratiche clientelari: un crocevia tra malaffare e bolgia dantesca che ancor oggi inquieta la parte più debole della popolazione pugliese.
Ci si chiede, ora, come il Senato possa, ad esempio, concedere l’autorizzazione all’arresto di Alberto Tedesco, se due magistrati diversi, dell’Ufficio del Gip del Tribunale di Bari, hanno emesso, nel giro di 24 ore, due provvedimenti di segno opposto che finiscono col rendere sia l’uno, che l’altro, meno verosimili e più contraddittori. 
Una giustizia disuguale, infatti, non è mai vera giustizia. Una richiesta d’arresto, inoltre, che, a due anni dall’avvio dell’inchiesta e dalle dimissioni dell’allora assessore alla sanità, appare oggi poco comprensibile per non essere riferibile né al pericolo di fuga, né al possibile inquinamento delle prove e neanche alla possibilità della reiterazione dei reati, ipotesi su cui, invece, sembra propendere il Gip. E’ sconcertante, però, una Giustizia che si muove con passo diverso, lasciando sempre ampie zone d’ombra e una scia d’incertezze e di dubbi.
Torniamo, però, alla Puglia. Interessa di più di una Giustizia afflitta da spazi di faziosità e da eccessi di protagonismo politico. Se la Giustizia, infatti, non riesce a fare chiarezza, si può provare a comprendere di più ricorrendo ai fatti. E partendo da questi ci si distingue anche nel metodo dai giustizialisti che, partendo invece dalla colpa, opacizzano la stessa chiarezza.
La sanità pugliese è in un mare di guai. I conti sono in profondo rosso e i servizi sono scadenti. Se fosse già in vigore la legge sul federalismo fiscale, Vendola decadrebbe da Governatore per il mancato rispetto del patto di stabilità e per gli aumenti di tasse e ticket, senza la fornitura di maggiori servizi. 
Dal 2005, e cioè dai tempi in cui, come gli insorti parigini, ai tempi della Rivoluzione francese, con la presa della Bastiglia, Vendola ha espugnato il Palazzo dell’Estramurale Capruzzi, le cose sono andate di male, in peggio. 
La sanità che doveva essere il fiore all’occhiello della Puglia migliore, per essere stata al centro della campagna elettorale - tutta spesa contro il Piano sanitario di Fitto che prevedeva accorpamenti di strutture e chiusure di reparti ospedalieri - è diventata invece un terreno seminato di disservizi, di sprechi e d’imbrogli.
La magistratura già all’inizio dell’inchiesta nel 2009 aveva rilevato che “un pezzo delle nomine e degli appalti della sanità pugliese sia stato asservito agli interessi di una corrente di partito”, ipotizzando la presenza di cupole politiche inseritesi con lo scopo di controllare e rafforzare la propria posizione sul territorio pugliese. 
«O Madonna santa, porca miseria – reagisce Vendola al telefono con Tedesco - la legge non la possiamo modificare?». Per questa frase Il Gip che ha chiesto l’arresto per Tedesco, nel provvedimento, ha scritto che Il Presidente della Regione Puglia, pur di spingere per la nomina a direttore generale di un suo protetto, pretendeva il cambiamento della legge per superare gli ostacoli della normativa in vigore. Questa, però, per l’altro Gip che ha archiviato la pratica Vendola, non è concussione.
Sulle nomine, scrive il Gip nell’ordinanza, vi è stata «la consapevolezza dei responsabili politici – di tutti i responsabili politici – di operare per fini di spartizione partitica e/o correntizia, riconoscendo al più ai propri dirigenti un limitato potere di proposta». 
Il Sindaco di Bari, Emiliano, al tempo segretario regionale del PD, intercettato mentre parla con l’assessore Tedesco, commentando le ventilate intenzioni di Vendola di sostituirlo all’Assessorato alla sanità pugliese, accenna espressamente all’esistenza di un sottosistema: “ … secondo me, questa è un’operazione tutta politica, perché lui (Vendola ndr.) dice: io, in questa maniera, mi impadronisco del sottosistema e, ovviamente nelle prossime elezioni, l’Assessorato anziché stare in mano al Pd sta in mano a me, questo è tutto il discorso... o quanto meno sta in mano ad una logica che è diversa da questa...( cioè in mano al PD con Tedesco - ndr.)”.
Già l’aver tollerato l’esistenza di un “sottosistema”, per gestire la sanità pugliese, richiederebbe un giudizio politico molto severo ma, riflettere poi sul fatto che i maggiori protagonisti delle vicende si siano potuti trarre fuori dalla responsabilità politica che invece appare evidente, sa proprio di beffa. I fatti, però, non sono finiti con gli episodi accennati e, malgrado D’Alema, profeta di scosse politiche in campo avversario, si sia sbracciato ad assicurare che “Il Pd non è un’associazione a delinquere”, sulla questione pugliese a tavolino c’è chi si è impegnato a trovare una soluzione.
Ad Alberto Tedesco, infatti, dopo neanche sei mesi dalle sue dimissioni da assessore, è arrivato un seggio al Senato. E’ bastato candidare e far eleggere Paolo De Castro, già Ministro di Prodi, al Parlamento Europeo, e farlo così sostituire dal primo dei non eletti per il PD, appunto Tedesco: un’operazione gestita tutta in Puglia, pur tra le perplessità manifestate da alcuni dirigenti nazionali del PD.
E’ la forza di un “sottosistema” politico che ha attraversato il mezzogiorno d’Italia e che in Puglia, grazie anche complicità di un sistema ancora partitocratico, non si riesce a spezzare.
Vito Schepisi


16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! Ecosì Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: latriplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppoparlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullosfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sonoi navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hannomilitato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanzeloro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche daldopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questipartiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce colproposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale epolitico tra  centrodestra esinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazionepolitica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fiancodel PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono pervarie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione,per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premiercome unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se pertimore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provarea difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini,La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono diessere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Siuniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo allacaduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. Iprotagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono,persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, deileaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessundistinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un corounanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azionedei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedientifalliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuandoa non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopoaverle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quelladell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nelPD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorsoper sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confusod’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politichedi maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarrevoti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone,capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivodi sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile”immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni,in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazionidi D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccarel’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussoliniche realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizionitra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere unaconclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hannoraccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli invalori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica cheha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista edell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento,se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nomeè un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza trala Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare dicarattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella diCasini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuoriBerlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarnevantaggio.

Vito Schepisi


5 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi


14 ottobre 2010

Santoro e più Santoro

Se Santoro fosse un conduttore di un programma televisivo privato, o un editorialista di una testata giornalistica, ed avesse mandato a quel paese il suo direttore di testata o il suo editore, senza trarne le dovute conclusioni, cioè senza farle seguire dalle dimissioni, avrebbe sbagliato due volte. La prima nell’aver approfittato della fiducia del suo datore di lavoro e del responsabile legale della testata e la seconda per non aver fatto seguire ad una posizione così dirompente le sue dimissioni.

Ma nel privato sarebbe stato costretto a trovarsi un altro lavoro.

Santoro, però, è un giornalista della Rai pubblica, un giornalista che gode di una sua posizione privilegiata. Non è uomo che accetta ciò che vale per tutti gli altri comuni mortali. Santoro non ammette i suoi errori, anzi non li ha mai considerati tali, perché per il suo egocentrismo ad aver torto sono sempre gli altri. Si sente forte perché è un vincitore, non di un concorso, ove la cosa sarebbe anche corretta per pretendere il diritto al mantenimento del suo posto di lavoro, ma di una causa contro la Rai. Un magistrato, infatti, ha ritenuto che la Rai fosse obbligata a dargli uno spazio in prima serata per legge, come se fosse, in una separazione legale, l’assegno di mantenimento di un coniuge verso l’altro.

Santoro uscì dalla Rai sbattendo la porta – facendosi però eleggere, senza dar molto di se, deputato europeo dei DS nel 2004 - a seguito di una striscia polemica che fece seguito alle parole del premier Berlusconi, nel 2002, in Bulgaria: « L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga ».
Lo sfogo del Premier aveva una sua ragione. Durante la campagna elettorale del 2001, la Rai presieduta dal Prof. Zaccaria si era schierata compatta contro l’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Mai la programmazione della tv pubblica era mai stata così caratterizzata da un fuoco così concentrico e senza risparmio di munizioni contro il leader dell’opposizione. Persino la satira che prende normalmente di mira chi governa, in Italia faceva l’esatto contrario.
La vittoria dell’Ulivo di Prodi del 1996 aveva perso la sua forza propulsiva e soprattutto la sua compattezza, fino a dissolversi con la frattura del partito della Rifondazione comunista. Cossiga, per sostituire i voti di Bertinotti e per far eleggere Massimo D’Alema alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva sospinto Mastella a formare un nuovo partito con parlamentari eletti tra le fila dell’opposizione. Lo scopo era quello di dar vita ad un governo che andasse a fare la guerra in Kosovo. Per la prima volta, così, nella storia del nostro Paese, un post comunista diventava Capo del Governo. E per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia diventava protagonista di un conflitto armato ed inviava i suoi aerei a bombardare obiettivi militari e strategici in Serbia.
Con D’Alema alla Presidenza del Consiglio si apriva anche una fase politica molto chiacchierata, tanto da far dire a Guido Rossi, già senatore della sinistra indipendente e più volte Presidente Telecom, che Palazzo Chigi si era trasformata in una Merchant Bank. E dopo una sconfitta elettorale alle regionali del 2000, D’Alema, visto dagli italiani come un Premier non eletto dal popolo, cedeva le armi e veniva sostituito da Giuliano Amato che, a sua volta, l’anno successivo veniva sostituito da Francesco Rutelli ( u bell’ uaglione, per usare la definizione di Prodi) per guidare la campagna elettorale del 2001. D’un colpo la sinistra bruciava ben 4 suoi uomini:  Prodi, D’Alema, Amato e Rutelli.
La sinistra nel 2001 appariva in evidente difficoltà, e non solo per la carenza di una leadership autorevole, ma anche per mancanza di idee. Per allentare lo spettro della disfatta, la tv pubblica era stata schierata, compatta, a difesa del suo fortino e contro l’opposizione. Le parole di Berlusconi in Bulgaria intendevano, pertanto, stigmatizzare questo atteggiamento, per sottolineare l’insufficiente maturità democratica e l’intolleranza al pluralismo della sinistra. Ed è la stessa convinzione che resta tuttora ben radicata di una sinistra che, quando vince, non lascia spazio neanche ai sospiri, figurarsi all’informazione libera.
Dopo quello che fu definito “l’editto bulgaro” di Berlusconi, e dopo l’irrogazione nell’ottobre del 2002 a carico di Santoro di un provvedimento disciplinare del Cda Rai, per i contenuti di due puntate della trasmissione “Sciuscià”, il programma di Santoro non veniva confermato nel palinsesto Rai. Nel giugno del 2003, però, il Tribunale di Roma, accogliendo la causa di lavoro intentata dal conduttore, stabilì che gli fosse assegnato in Rai un programma «di approfondimento giornalistico a puntate collocato in prima o in seconda serata con dotazione delle risorse umane, materiali e tecniche, idonee ad assicurare la buona riuscita di esso, in misura equivalente a quella praticata per i programmi precedenti».
Per sciogliere questo “vincolo giudiziario”- è bene ricordarlo -  e per concedere di liberarsi della sua presenza, al termine della scorsa stagione televisiva, Santoro chiedeva alla Rai di svenarsi con i soldi dei contribuenti.
E’ in virtù di questa sentenza che il conduttore di “Annozero” fa la voce grossa, come colui che ha un fratello campione di karatè e si consente di fare il bullo con tutti minacciando l’uso del fratello. La stessa voce grossa che fa tuttora, dopo che il Direttore Generale Rai Masi ha adottato un provvedimento di sospensione per 10 giorni dal video e dallo stipendio, per le parole offensive usate nei suoi confronti, per la “colpa” di aver richiesto, per le trasmissioni di approfondimento, maggior pluralismo ed un pubblico in studio non schierato. Regole che in democrazia sembrerebbero normali, ma non per il conduttore di “Annozero” che, evidentemente, preso dal suo “io”, le considera limitative alla sua libertà professionale.
Vito Schepisi


15 settembre 2010

Se tagliassimo ...

Se tagliassimo del 20% le spese degli enti locali, dalle comunità montane alle Regioni, ed eliminassimo le province, lasciando solo, ad esempio, quelle delle città costituite come aree metropolitane, con gli organismi rappresentativi composti da amministratori dei comuni che ne fanno parte e senza assessorati e complesse organizzazioni burocratiche?
E se tagliassimo i consigli d’amministrazione di tutte le municipalizzate, di tutti gli enti statali e parastatali, di tutte le asl, di tutti gli enti di Stato, sostituendoli con organismi più snelli ma soprattutto con i giusti compensi, tali da non recare offesa all’impegno di altri che, a parità di titoli, di professionalità e di tempo impiegato, guadagnano enormemente di meno?
E se ancora tagliassimo i tanti privilegi di tante categorie di lavoratori, gli automatismi di carriera, le tante nomine a dirigenti e le tante promozioni a fine carriera per alzare la pensione, Presidenti di Corte Costituzionale compresi, e tagliassimo un po’ di quella mentalità di usare lo stato come una variante della cassa integrazione guadagni, ovvero come un grande ammortizzatore sociale che trasforma il nobile principio del diritto al lavoro in un meno nobile diritto al salario?
E se pensassimo che la politica sia un diritto di tutti, ma che va esercitato da chi voglia porre il proprio impegno al servizio della comunità, ricevendone un compenso adeguato e tale da ricoprire i costi del suo esercizio, e da consentire, altresì, un tenore di vita dignitoso con  un sistema di continuità nell’erogazione dei contributi sociali, tali da non procurare un danno economico alla maturazione, come per tutti i lavoratori ed i liberi professionisti, delle prestazioni previdenziali? E naturalmente abolendo le buonuscite ed i vitalizi?
Se insomma fossimo anche rimasti scandalizzati dinanzi alla notizia di un ex detenuto in attesa di giudizio, già Vice Presidente della Regione Puglia, arrestato qualche mese fa perché accusato di una storia di soldi e favori a luci rosse, ricevuti in cambio di appalti e forniture nella sanità pugliese, ed ora a piede libero in attesa del processo penale, che percepisce da subito e prima dell’età pensionabile un assegno mensile di 10.000 euro lordi, e che ha incassato, con un mandato di pagamento del 25 agosto 2010, firmato dal dirigente del Servizio Amministrazione e risorse umane della regione Puglia, una buonuscita di circa 400.000 lorde, pari ad un anno intero di stipendio, indennità comprese, per ogni legislatura fatta, che nel caso del dalemiano Frisullo sono state tre, e che è come lavorare (si fa per dire) per cinque anni ed essere pagati per sei ( come un Tfr pari al 20% per ogni anno)?
E se, infine, i cittadini italiani, magari chiamati ad esprimersi con un apposito referendum abrogativo, proibissero l’utilizzo di fondi pubblici per sponsorizzazioni di manifestazioni canore, sportive e teatrali? E se fosse interdetto alle amministrazioni locali di aprire sedi di rappresentanza all’estero ed in Italia, in regioni e comuni diversi da quelli amministrati? E se le macchine blu di ministri e amministratori fossero dotate di una scatola nera in cui venissero indicati tutti i tragitti effettuati e fossero controllati attraverso un registro degli impegni amministrativi e di rappresentanza degli aventi diritto? E se fosse proibito ricorrere a consulenze esterne in ministeri, enti pubblici e Comuni, regioni e province laddove esistono all’interno delle strutture appositi uffici con tanto di dirigenti e di personale pagati per assolvere questa funzione? E se fosse proibito ai ministri, ai manager di enti, ai Presidenti di Regione di far assumere personale al seguito per mansioni di consulenza, ufficio stampa e segreteria? E se tagliassimo almeno del 10%, ma anche di più, il personale degli enti pubblici e dei ministeri adottando il criterio dello sfoltimento progressivo ricavato dal pensionamento non reintegrato? E se tagliassimo i permessi sindacali e ponessimo le parti sociali dinanzi alla responsabilità civile per le azioni di protesta che travalicano il giusto principio del diritto di sciopero e della legittimità degli strumenti e della forma della protesta?
E se agli evasori fiscali sorpresi a non pagare le tasse su redditi accertati superiori a 20.000 euro l’anno, ad esempio, pari grosso modo alla paga lorda di un lavoratore di fascia bassa, ci fosse la denuncia penale d’ufficio, oltre a pesanti sanzioni amministrative?
Se tutto questo fosse possibile farlo in pochi anni, non potremmo pensare di ritagliare per l’Italia un suo futuro migliore per tutti e di poter far fronte alle carenze sociali e strutturali che ci affliggono e lenire le ansie nel stare, nei tempi delle congiunture economiche e delle crisi dei mercati,  con il fiato sospeso a sperare che una ventata speculativa non ci travolga?
Vito Schepisi


31 agosto 2010

Gheddafi ed è subito polemica

Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i loro cerimoniali, ma ciascuno uomo di stato è libero nel paese ospitante di tenere conferenze e di usare, nella parte privata della sua visita, il protocollo che vuole. L’ospite straniero è libero di esprimersi, di auspicare scelte religiose e di vita, di far riferimento a questioni interne alla propria nazione, di presentarsi in abiti tradizionali, di portarsi un seguito di uomini e donne che gli facciano da scudo umano, di assoldare anche mille hostess a far da coreografia alla propria presenza ed anche di far sfilare una mandria di cavalli berberi.
Fossero questi i problemi!
Ciò che un capo di stato o di governo non può fare in uno paese straniero è offendere il popolo che lo ospita o usare un linguaggio minaccioso o violare le leggi dello stato ospitante. E ciò che invece non può fare un governo di un paese libero e democratico è impedire che il suo ospite si mostri, che parli, che abbia insomma la libertà di manifestare le proprie idee, la propria cultura, le proprie tradizioni e le proprie scelte politiche e religiose. E’ semplicemente ridicolo pensare che il Governo italiano avesse potuto impedire al Colonnello libico di organizzare liberamente le manifestazioni private previste per la sua visita.
Gheddafi è un megalomane, è un dittatore un po’ esaltato ed anche un po’ rozzo, ma è il leader di uno Stato che si affaccia sul Mediterraneo, non molto distante dall’Italia. La diplomazia italiana non lo ha isolato quando ispirava e finanziava il terrorismo internazionale, non si capirebbe perché ora che ha moderato la sua aggressività avrebbe dovuto invece isolarlo. C’è molta ipocrisia in Italia. C’è un modo tutto italiano di strumentalizzare, ed è ridicolo che accada anche per iniziativa dei sostenitori di Fini, aggiuntisi all’indecente cagnara, quando avrebbero altro di più serio da pensare ed alcune spiegazioni imbarazzanti da dare.
Gheddafi esagera nelle sue manifestazioni ? Ma sono fatti suoi! Se si rende ridicolo è un problema suo. Se lo facesse Berlusconi in  Libia gli italiani avrebbero mille ragioni per lamentarsi e prenderne le distanze, ma a noi italiani che ci importa di Gheddafi e dei suoi modi di apparire? Forse che l’invito all’Europa di islamizzarsi sortirà esiti in tal senso? Forse che le hostess invitate ad ascoltare le sue prediche sulla libertà delle donne musulmane si sottometteranno alla cultura maschilista dei paesi arabi?
L’Italia è un Paese democratico, il nostro Paese ha uno stile diverso e più sobrio, non c’è culto della personalità, esiste più responsabilità verso il popolo, c’è maggiore consapevolezza della nostra cultura, dei nostri valori ed i nostri gusti sono soprattutto meno sguaiati. Dover rispondere anche delle megalomanie degli altri è piuttosto pretestuoso e ridicolo!
Ma è anche divertente constatare quanto la nostra politica ed i media siano così privi di decenza e di tolleranza. Appare, infatti, come un desolante sintomo di carenza di sobria ironia, se invece di sorridere ci si strappa le vesti, come se l’Italia avesse perduto la sua dignità. Come se Frattini fosse andato a Beirut a passeggio sotto braccio  con i miliziani di Hezbollah o avesse definito esagerata la reazione di Israele ai missili lanciati sul suo territorio dai soldati del Partito di Dio di Hassan Nasrallah. Solo che in quelle occasioni per D’Alema, allora ministro degli esteri di Prodi, tutta questa cagnara non c’è stata, pur trattandosi di incontri con gruppi terroristici e di valutazioni inopportune e faziose di episodi drammatici.
Nelle mani di Hamas, a Gaza, è prigioniero Gilat Shalit un soldato israeliano catturato nel maggio del 2006, all’età di 20 anni, in tempo di pace ed in territorio israeliano. La sua unica colpa è quella d’essere stato un soldato di leva dell’esercito israeliano. La stampa e la politica italiana avrebbe tempo e modi di mostrare la loro indignazione contro la barbarie. Una marcia? Un appello? Una raccolta di firme? Una campagna di sensibilizzazione? Niente! Niente di niente! Una banda di ipocriti! Sono solo una cricca di ipocriti, come quelli che parlano di libertà di stampa e che tacciono sulle richieste risarcitorie per pretestuose diffamazioni di alcuni magistrati alle testate minori ed indipendenti.
L’idea è che la cagnara abbia per obiettivo Berlusconi più che Gheddafi. L’idea è che sia la solita sceneggiata di chi non ha il pudore di ricordare l’assordante silenzio, sempre della stampa - se non per l’eco del caso Telecom-Rovati che animò la circostanza - che si ebbe per la spedizione dei mille al seguito di Prodi in Cina, solo che quella del novello Marco Polo in oriente non era per riunire l’Italia, come quella di Garibaldi in Sicilia, ma per chiedere l’elemosina al gigante cinese, facendosi piccoli piccoli, sebbene in mille e tra i cinesi che sono di bassa statura, senza profferire parola contro il genocidio e le dure repressioni del regime cinese nel Tibet.
Basta invece un solo pretesto, anche il più stupido ed insignificante, per accendere la miccia dell’ennesima  manifestazione di antiberlusconismo. Non va giù il pragmatismo e la sostanza dell’uomo di Arcore. L’incapace ha sempre timore di chi invece si mostra capace. L’invidia si trasforma ben presto in odio e rancore. Lo si nota verso questo Governo che, pur tra mille difficoltà, mostra concretezza ed un sentire diverso rispetto al passato, quando per riparare i guasti si usava il debito pubblico per tamponarli.  
Eppure con Gheddafi sono stati portati avanti accordi commerciali che interessano molte imprese italiane. Sono in cantiere lavori in Libia per alcune decine di miliardi di Euro. Ci sono accordi per la fornitura di gas per soddisfare buona parte del fabbisogno italiano e soprattutto per non renderlo dipendente solo dalle forniture russe, con le turbolenze esistenti tra la Russia ed i paesi di passaggio del gasdotto. Con la Libia è stato possibile invertire l’uso, e forse l’abuso, di far partire i barconi di immigrati clandestini diretti verso le isole minori della Sicilia. Quegli stessi barconi che avevano creato non pochi problemi alla vocazione turistica delle isole interessate, generando episodi e proteste subito strumentalizzate dai soliti campioni italiani della doppia morale, come Santoro e Gad Lerner.
Se c’è invece una morale oggettiva da trarre, è che questo nervosismo sia un sintomo di preoccupazione. Ma se sono preoccupati i servi delle caste, vorrà dire che come italiani liberi ci possono essere buoni motivi per esserlo un po’ meno.
Vito Schepisi


22 giugno 2010

Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie,  ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una  forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre,  per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.  
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi

sfoglia     marzo        maggio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

giambattista salis
l'occidentale
Il Libero Pensiero
Il Blog di Vito Schepisi


CERCA