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illiberopensiero
di Vito Schepisi


Diario


17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità



Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto. 
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse. E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. 
A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali. Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio. 
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla. 
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. 
E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. 
E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra. 
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. 
L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale. Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo. 
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica. 
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi


28 aprile 2011

C'è più di uno che aspetta Godot

 


Nichi Vendola potrà sbracciarsi quanto vuole, ma le elezioni in Italia si vincono al centro. 
Il Governatore pugliese con il suo sogno di una notte di mezza estate, quando il caldo umido della Città del Levante rende inquieti, quell’illusione di poter diventare premier per somma d’incapacità dei suoi possibili alleati, lo dovrà presto abbandonare.
Nessuno sposerà Nichi Vendola e tanto meno lo farà l’elettorato italiano.
Questa volta le sue fabbriche, i laboratori e i cantieri resteranno chiusi. C’è stata la recessione ed anche la politica delle chiacchiere è andata in cassa integrazione.
Può agitarsi quanto vuole, ma Bersani tra la sinistra del gay pride e quella dei nuovi protagonisti che possano richiamare l’elettorato moderato, preferirà sempre questi ultimi. Figuriamoci se dopo aver sostenuto che i temi della Giustizia non sono quelli che interessano gli italiani, Bersani e il PD potranno farsi coinvolgere in discussioni su temi che interessano l’esibizionismo diverso e tutto l’orgoglio che si manifesta con lazzi, colori e performance di cattivo gusto.
E figuriamoci se agli italiani si potrà spiegare che il multiculturalismo significa aprire le frontiere a tutti e mettere in discussione cultura, tradizioni e identità nazionale, e se si potrà dir loro che le questioni dei matrimoni tra gay, ad esempio, sono tra quelle che non fanno dormire la notte.
La sinistra neo-comunista, quella rappresentata da Vendola, non perde l’abitudine di cucire i vestiti della storia sulle nuove misure dell’opportunismo. Sostenitrice una volta di Gheddafi e di tutto ciò che nel tempo ha rappresentato ostilità alla cultura e alla democrazia occidentale, questa sinistra alternativa ne è diventata ostile quando la politica del dialogo e delle aperture, nel reciproco interesse delle parti, ha saputo trovare le intese per la convivenza e la gestione geopolitica di un’area così strategica come quella del Mediterraneo. Ora è nuovamente marcia indietro compagni. 
Gheddafi per Vendola poteva benissimo sterminare i suoi oppositori e la popolazione civile libica, in nome di un pacifismo che diviene molto difficile comprendere, ma che appare sempre più altro e non pacifismo quando si schiera contro la politica estera italiana che rispetta sia la risoluzione dell’ONU e sia gli accordi strategici nella Nato, intervenuta nel comando per sua iniziativa.La politica estera di Vendola appare, però, minoritaria anche a sinistra. 
Con il leader di sinistra ecologia e libertà, l’Italia si troverebbe a dover cambiare la sua politica estera e le sue alleanze tradizionali, ma forse è più esatto pensare che il governatore pugliese resti legato ai vecchi schemi del calcolo e dell’opportunismo, per trarre vantaggio politico dalle difficoltà di uno Stato alle prese con i problemi energetici e coi flussi immigratori. Ci ricorda tanto la vecchia strategia del Pci.
La sinistra italiana, alla resa dei conti, nel suo complesso, e malgrado i distinguo, mostra sempre la sua immaturità democratica. Anche a Bersani che si appella all’ “oltre” , non gli è mai facile andare oltre le strumentalizzazioni contro il Governo. E’ apparsa, infatti, molto più di una sensazione quella di doverlo ritrovare sulle stesse posizioni di Vendola, se solo il Presidente Napolitano, sulla partecipazione italiana alle operazioni militari in Libia, chieste dagli alleati nell’ambito di una comune strategia militare, non avesse giocato di anticipo. Evocare l’orrore della guerra fa sempre un grande effetto: non piace a nessuno ed è gioco facile opporsi.
La disputa in atto, in sostanza, è tutta legata alle tattiche per togliersi di mezzo Berlusconi e la maggioranza. Il leader del PD sarebbe disposto a tutto, anche ad “allearsi col diavolo” per indebolire il centrodestra, e sa che una candidatura Vendola finirebbe, invece, per rafforzarlo. Bersani vorrebbe essere lui a sfidare il Cavaliere, ma nell’area PD non mancano le ipotesi di un altro “utile idiota”. Un uomo immagine che serva a tranquillizzare gli elettori e che giustifichi persino la convergenza del terzo polo. All’uopo si aprono laboratori e già sono pronte le strategie di avvicinamento per le prossime amministrative, in particolare al secondo turno. Per l’occasione a Latina è stata persino lanciata la figura del fascio-comunista.
Battere il centrodestra sarà la partita della vita per Fini e Casini, ma anche per Bersani che di “oltre” non riesce neanche a smuovere la percentuale del suo partito. La soglia del 25% è una barriera che gli è persino difficile difendere. Il problema del PD è solo uno, che poi era quello dei DS, prima, ora ereditato dal PD: è la necessità di trovarlo così idiota ma anche così utile da non pensare di diventare un team manager, come in formula uno.
Vendola si dovrà proprio rassegnare. Non è arrivato il suo turno, se mai arriverà. Anche le sue “narrazioni” troveranno, prima o poi, il loro giusto collocamento nel tritacarne delle mode. Il suo sogno di primarie e chiacchiere questa volta sarà difficile che si avveri. Il suo giro per l’Italia, il suo presenzialismo, il suo sensazionalismo, potrà sono solo far aumentare il suo peso politico. I petardi scoppiettano, fanno fumo, ma poi si spengono. E’ sempre così e col tempo si disperde sia il fumo, che il suono. Per fortuna. 
Potrà correre da solo, o assieme a Di Pietro, forse avrà una buona affermazione e un ruolo in Parlamento, ma niente di più. Se vorrà, invece, far corpo unico contro Berlusconi, dovrà allearsi anche con Fini e Casini. Bersani di sicuro non lo prenderà in sposa. Le primarie, questa volta, non potrà vincerle: le primarie nazionali, con il PD, si fanno solo quando si sa già chi le vince. 
E’ inutile che anche lui Vendola aspetti Godot. Non viene!
Vito Schepisi


16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! Ecosì Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: latriplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppoparlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullosfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sonoi navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hannomilitato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanzeloro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche daldopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questipartiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce colproposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale epolitico tra  centrodestra esinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazionepolitica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fiancodel PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono pervarie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione,per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premiercome unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se pertimore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provarea difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini,La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono diessere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Siuniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo allacaduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. Iprotagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono,persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, deileaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessundistinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un corounanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azionedei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedientifalliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuandoa non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopoaverle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quelladell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nelPD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorsoper sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confusod’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politichedi maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarrevoti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone,capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivodi sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile”immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni,in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazionidi D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccarel’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussoliniche realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizionitra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere unaconclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hannoraccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli invalori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica cheha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista edell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento,se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nomeè un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza trala Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare dicarattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella diCasini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuoriBerlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarnevantaggio.

Vito Schepisi


13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, manon è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavidi lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il benecomune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quandomostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. Lapolitica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da unmoto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoroimpegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro,che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazionia seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestierepolitico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando fingedi farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile eridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e aDi Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tuttodiverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle“convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare lapolitica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, sipossono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salutepubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i qualiquello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamentein coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dellosceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse aqualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nellaPuglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salutepubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suorichiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale,per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forzedemocratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazionetedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovutounire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, edinsieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciareRutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se glielettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fosserostati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schedeelettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forzala sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelleurne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparatocontro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quandoè al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo,pretende di fare lo stesso. 

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con lavolontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recentecelebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe resoancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe cosìspessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmentebattibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a piùd’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo inveceomogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare alpassato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finianoD’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senzapremio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come inuna Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o percondizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero piùdegli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze.  Appare chiaro che, in questo modo, i partitipiù sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura sicomprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersanidi supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per lasopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche ilcolpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vitacivile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare egestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e icittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbea dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli,come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più direttocol popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno diorientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nellecampagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento,unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, moltimestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione elavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: unvero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.

Vito Schepisi


6 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari nonitaliano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostraeconomia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironiaanglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia:“Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertitose il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, conla serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è unPaese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che,nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in unacongiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisimondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con moltocarattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, allaresponsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tantopressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in unmomento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilitàper favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza dellemisure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da unmassiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni edi parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anchealcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se nonpersino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero,il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come ilMinistro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immaginedell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionalee nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italiacon Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettatodalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modocredibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre alrispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciprocacollaborazione commerciale.  

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativol’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che eraaccaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forzepolitiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure dicontenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate aseminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemicipeggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana eanacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degliimpegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi delGoverno, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, digiovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumonoatteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per leconseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Unafollia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che,anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modidi pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e ipropri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e cheabbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni deiloro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però,non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è unmetodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidentesintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte deglielettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo,sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politicaoggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi


23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di primarepubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Ilgioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversarioa bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi nongiova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche laretorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani eCasini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ciconvincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine airichiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranzae opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sonodiventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resteràsempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di nonsaper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium nondatur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismoreazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progettopolitico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese,raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi incompetizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quelloindicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusionenel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continueràsolo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ ètutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva nonentusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni,delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini diconsensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché assecentrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini moltopiù semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra imassimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezzapone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sullacapacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai giàsapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sonofiniti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neancheparticolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti,che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, intv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario pertirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possanocontare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuovapartitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formuleastruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami cheavrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte deglielettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziaredalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della suacollocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta unavolta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stiaall’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani,Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsiall’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia delventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfidesociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia.  Anche il “futuro” di Fini è già“passato”.

Il sistema rappresentativo delloStato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degliavventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione eriformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la sceltabipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogliquella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte nonpotranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno sisognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi


21 settembre 2010

Ma anche ...

Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui  giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci  così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi


22 giugno 2010

Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie,  ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una  forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre,  per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.  
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi


26 maggio 2010

Manovra necessaria ma non coraggiosa

Sulle reazioni alla manovra, niente di nuovo. Epifani ha detto ciò che si pensava che dicesse, Il Presidente della Conferenza delle Regioni Errani, altrettanto, Di Pietro ha aperto la bocca per chiedere, anche ieri, le dimissioni di Berlusconi e Bersani sembra tanto Gino Bartali col suo “è tutto da rifare”. Casini, invece, sospende il giudizio, richiama le parole del Presidente Napolitano e chiede di pensare alle famiglie.
Tutto come da copione!
Cerchiamo d’esser seri, però, se ci riesce. La manovra da 24 miliardi di Euro in due anni contiene cose scontate. I provvedimenti approvati dal CdM, per lo più, erano già sulla bocca di tutti da qualche settimana. Lo erano almeno da quando la speculazione, traendo spunto dalle difficoltà dei conti pubblici della Grecia, ha preso d’assalto l’Euro e le borse dei paesi che adottano la moneta europea.
Gli interventi della Commissione Europea, quali il sostegno alla Grecia con l’erogazione di un prestito che consentisse al paese di Socrate e Platone (come è stato rilevato da Prodi e compagni in occasione del suo ingresso tra i paesi dell’Euro) di onorare gli impegni finanziari in scadenza, e la costituzione di un fondo che servisse a fronteggiare l’urto speculativo degli “squali” dei mercati,  si sono mostrati utili, anzi utilissimi, ma non sufficienti.
Gli altri provvedimenti di singoli paesi, come quello solitario della Germania di impedire la trattazione dei titoli allo scoperto, sono risultati inefficaci, se non dannosi. E’ buona, invece, l’idea di un’agenzia di valutazione del debito di matrice europea, fuori dal controllo della speculazione, ma sarebbe inefficace se il debito pubblico in Europa, nella sua globalità, non dovesse scendere. Meglio, infatti, intervenire sulle cause che mitigarne gli effetti.
Ogni Stato europeo, per fronteggiare l’assalto, deve fare la sua parte. E deve farla subito, prima che gli attacchi speculativi, come è successo per la Grecia, uniscano al danno altro danno.
Da questa crisi emergono almeno due segnali di criticità per la moneta unica europea e per riflesso per i mercati finanziari. Una può essere risolta con un coraggioso impegno politico e coi sacrifici dei cittadini, ma l’altra, al momento irrisolvibile, non è meno importante.
E’ evidente che la prima delle criticità, la risolvibile, è quella che mette in discussione il ricorso al debito pubblico per finanziare sia gli investimenti che il sistema sociale degli stati europei. Va bene il debito utilizzato per gli investimenti, quando funge da leva per produrre ricchezza, meno bene, invece, quello contratto per sostenere l’onere dei servizi e della spesa sociale. Sotto la lente d’ingrandimento per il debito pubblico, ora, sono quasi tutti i paesi europei, anche quelli politicamente ed economicamente più solidi. La recessione ha messo a dura prova il sistema finanziario di molti paesi. Molte banche hanno rischiato la chiusura. L’Italia, per fortuna, è rimasta quasi indenne da questo pericolo, ma sul fronte del debito aveva già problemi di suo.
L’altra criticità riviene dal fatto che alla moneta europea manca un riferimento diretto coi mercati mondiali delle materie prime. Per intenderci manca quell’aggancio, come l’ha il dollaro, al mercato internazionale dei rifornimenti primari al sistema produttivo, come il petrolio, ad esempio.
Se l’Euro fluttua la partita è tutta finanziaria. Se la moneta europea perde valore rispetto al dollaro, serviranno più Euro per l’acquisto della materie prime. E qualora, per effetto dei cambi, si creino vantaggi per la collocazione dei prodotti europei sui mercati, succede che i paesi coinvolti adottano misure protezionistiche, come accade spesso negli Usa. In teoria la fluttuazione dell’Euro può essere utilizzata producendo enormi guadagni speculativi, pur mantenendo invariati i flussi di mercato sulle materie prime. Che pacchia, ad esempio, per gli sceicchi, padroni del petrolio, che ricavano dollari che utilizzano sui mercati europei per comprare, a prezzi stracciati, pezzi di territorio e partecipazioni industriali!
Ma torniamo all’Italia ed alla manovra. C’è da rilevare che, rispetto alle dimensioni degli interventi di altri paesi europei, e se rapportato al debito pubblico estremamente elevato, il coraggio italiano si è rivelato abbastanza timido. La manovra risente di un clima politico difficile, ma soprattutto di molta preoccupazione per la coda della crisi recessiva. In una fase di lenta crescita della produzione industriale è, infatti, da evitare che la riduzione della spesa finisca col comprimere la possibilità di dar respiro ai consumi, penalizzando così la stessa ripresa e l’occupazione.
Ciò che manca nel piano del Governo è un taglio più deciso delle spese e soprattutto appare carente lo spessore strutturale delle misure. Se analizziamo la manovra, consistente in tagli, risparmi ed entrate per 12 miliardi ad anno per i prossimi due, e se dall’altra parte, ad esempio, ci si sofferma sul costo per interessi del debito pubblico pari a circa 70 miliardi di Euro ad anno, si capisce che il discorso sul debito pubblico e sui tagli non si chiuderà qui. Se non arriverà la ripresa, e se non aumenteranno le entrate, sarà sempre più difficile contenere la spesa senza adottare ulteriori tagli. Molto difficile!
Vito Schepisi


31 marzo 2010

Dalla Puglia la richiesta di un nuovo Pdl

Le dimissioni di Fitto da ministro non hanno alcun senso, ora. L’errore è stato nel pensare che l’ex coordinatore del Pdl in Puglia potesse imporre il suo candidato, a dispetto degli elettori e per suo calcolo di opportunità. Non è in discussione la persona, squisita, preparata e capace, del candidato Rocco Palese, ma il metodo con cui si è arrivati alla sua indicazione. Alla luce dei fatti, risultano fondate le preoccupazioni, manifestate per tempo dal Presidente Berlusconi, quando chiedeva, per la candidatura alla Presidenza della Regione Puglia, una soluzione forte e tale da poter recuperare l’unità degli elettori pugliesi di centrodestra. Ma, per ben individuate responsabilità, non è stato così.
Non hanno alcun senso ora le dimissioni. La responsabilità di ciò che è successo non è soltanto di chi ha ritenuto di fare a modo suo, e per proprio interesse ed opportunità, ma è anche del sistema organizzativo del Pdl che l’ha consentito. Si abbia ora il coraggio e la forza di cambiare metodi e strumenti.
Non è in discussione la scelta, legittima, del Pdl e del centrodestra pugliese nell’opporsi alla candidatura della Poli Bortone. Se si contesta il ruolo di “tenore” di Fitto, si deve poter contestare anche quello di “soprano” della signora della destra pugliese. Nessuna fiducia era, infatti, possibile rimettere nelle mani di colei che, per una mancata nomina nella compagine ministeriale, da circa due anni alimentava un rancore contro l’area politica che l’aveva portata in Parlamento, ed in cui ancora dice di riconoscersi.
Se non è pensabile l’applicazione in politica del principio che la somma faccia sempre il risultato e se non deve, altresì, ritenersi possibile il ricorso alla libera uscita ed al dispetto come forma di ritorsione, non deve neanche ritenersi possibile pensare che il confronto, le diversità, i contrasti personali vengano regolati da una sola persona, e che questi stabilisca da solo le scelte di tutto il Pdl pugliese.
Su questo il centrodestra, non solo della Puglia, dovrebbe prendere esempio dalla scuola consolidata della sinistra che, invece, pur tra mille contraddizioni, spesso oltremodo divisa, a volte inscenando finzioni, riesce sempre a compattarsi, come è appunto capitato in Puglia con Vendola.
Nel tacco d’Italia è venuta a mancare una vera partecipazione complessiva alle decisioni dei responsabili del Pdl, sia a livello locale che nazionale. La responsabilità è nell’aver consentito ad un solo uomo di fare la sua scelta, benché controversa. E’ sembrato un vero atto di forza, imposto senza un dibattito ragionato e senza un vero confronto sulla scelta che si stava facendo. Ancora più grave è apparso il modo di lasciare Il popolo del Pdl, quello al di fuori della vita di partito, dilaniarsi sulle possibili candidature che circolavano, per restare, alla fine, completamente tagliato fuori dalle decisioni prese da un solo uomo.  
Il popolo del centrodestra si è diviso ed è persino entrato in conflitto, rincorrendo, in termini a volte esclusivi, le proprie diverse correnti di pensiero. Non è sembrato saggio deludere il sostegno spontaneo dei sostenitori dei diversi candidati proposti con un colpo di mano, pochi minuti prima della conoscenza del risultato, ampiamente previsto, alle primarie della sinistra, della candidatura di Vendola.
Una scelta di tempo affrettata e scomposta che ha consentito alla Poli Bortone ed a Casini di raggiungere con facilità il loro risultato personale e politico. La senatrice ex Pdl ha potuto così dimostrare ciò che asseriva, e cioè che senza la sua candidatura alla Presidenza il centrodestra sarebbe stato perdente. Il leader dell’UDC, invece, ha centrato l’obiettivo di impedire che la vittoria del Pdl, in questa tornata elettorale, potesse avere le caratteristiche di un trionfo della linea bipolare del Pdl e di Berlusconi. Per Casini si è trattato dello stesso gioco riuscito in Liguria e tentato in Piemonte.
Se non è pensabile, come si è detto, che la somma faccia sempre il risultato, è immaginabile, invece, che la divisone lo allontani. Per intelligenza politica, se si è veri leaders, occorre sempre prenderne atto.
L’intuito di poter coniugare, in una strategia complessiva, le indicazioni ideali con i sentimenti del popolo è fondamentale in politica. L’esempio di Berlusconi è una prova evidente di questa capacità. Occorre che ci sia sintonia e coerenza tra gli obiettivi ed il mezzo con cui si voglia raggiungerli. Ma, se questa intuizione va bene ove vi siano uomini capaci di interpretarla con intelligenza ed umiltà, va meno bene ove vi sia arroganza e presunzione.
Una regione come la Puglia che va dal Salento al Gargano, molto diversificata nelle specificità del territorio, così lunga e vasta da potersi pensare unita nelle indicazioni delle sue priorità politiche, non può pensarsi confinata in un conflitto di predominio personale tutto salentino. Il risultato è che il candidato del Pdl Rocco Palese ha subito la sua sconfitta andando sotto non solo a Bari e provincia, ed in modo massiccio (meno 10,6% rispetto a Vendola), ma anche a Lecce e provincia (meno 0,9%).
L’elettore si mostra intransigente sui conflitti personali, perché non li comprende e non gli interessano.
E’ arrivato il tempo di pensare, invece, a forme di maggiore partecipazione popolare per l’indicazione dei candidati da eleggere. Il ricorso alle primarie, fatte in modo vero e serio, con contendenti veri, potrebbe essere una soluzione. Non si può pensare che un partito pluralista e popolare possa dipendere dagli umori di un solo uomo: non è serio, né condivisibile e, come nel caso pugliese, c’è il rischio che si mostri perdente.
Vito Schepisi

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