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di Vito Schepisi


Diario


26 aprile 2011

Se questa è giustizia

Tanti ricordano il caso Tortora, vittima della malagiustizia, chiedendosi come sia potuto accadere. Tortora era un uomo mite, sereno, un gran signore, di cultura liberale, educato, onesto. Accusato da un pentito di spacciare droga, senza un riscontro, senza una prova, da incensurato, lo arrestarono dinanzi ad una folla di fotoreporter, cineoperatori e giornalisti, miseramente avvertiti. Un orrore! Per dirla con le stesse parole di Enzo Tortora.
Da quel giorno iniziò il suo calvario. La sua è stata un’esperienza tremenda, assurda per come si è realizzata, e ancora oggi inaccettabile. Un provvedimento di custodia cautelare in carcere disposto da due giovani sostituti procuratori che, mentre nel dolore e nell’onta si spegneva lentamente una vita, iniziavano una brillante carriera.
Salvo poche eccezioni, tutta la stampa si ritrovò a infierire su Tortora, com’è accaduto anche per le vittime di “mani pulite”, perché l’orrore fa notizia e il male ha sempre un qualcosa di morboso. Tutti si ritrovarono intenti a soffermarsi, a torto, sull’ipocrisia della sua signorilità. E così Tortora fu ucciso due volte: dalla malagiustizia e dai tanti suoi colleghi distintisi per indifferenza e cinismo.
Enzo Tortora è stato un gran signore della Tv, forse il più educato e compito di ogni tempo, ma è bastato poco per affogarlo nel fango. E’, infatti, così flebile il confine che passa tra il tutto e il niente che spesso basta un capriccio, una negligenza, una perfidia per rimetterci gli affetti, gli amici, il rispetto sociale, il lavoro, il futuro, la vita. Capita se viene meno la misura delle cose, quando la giustizia diventa solo uno strumento di potere e se chi sbaglia non è chiamato a risponderne. Ma è un prezzo troppo alto e non è giusto per nessuno doverlo pagare.
Ci sono, poi, tante storie che meritano di essere raccontate. Se si parla di Tortora, è perché la sua storia di malagiustizia è arcinota, ma quanti “Enzo Tortora” sono esistiti in Italia? Quante vittime della giustizia che ci hanno rimesso tutto? Quanti si sono dovuti piegare? Quanti si sono ammalati? Quanto sono deceduti? Quanti si sono dovuti nascondere perché era diventato troppo pesante e insopportabile lo sguardo inquisitorio e l’umore forcaiolo della gente? Quanti hanno dovuto rinunciare al lavoro e alla carriera? Quanti sono stati abbandonati da tutti, mogli e figli compresi? Quanti sono impazziti? Quanti sono presi da incubi e non riescono a vivere la loro vita con la sufficiente serenità? Quanti si sono suicidati? Ma se già solo un caso è una viltà, tanti casi cos’è?
A Enzo Tortora è stato restituito l’onore, la vita, però, l’ha perduta lo stesso. La Storia parlerà di lui come vittima di un sistema sbagliato che nessuno, però, ha provveduto, ancora, a emendare, a correggere, a modificare. Si registrano storie simili, si sommano altre vittime, altri uomini che pagano prezzi insopportabili. Non c’è mai limite al sopruso e all’arroganza degli uomini. In Italia si dice che l’uomo che indossa una divisa diventi di colpo autoritario. E se indossa una toga?
Qualche giorno fa, mi hanno interessato a un’altra storia che ha un piccolo ma grande “difetto”: quello di essere capitata tra capo e collo a un uomo non famoso. Nel 2007, il 16 giugno, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Nerone”, a seguito di alcune intercettazioni ambientali, registrate in una notte in cui era impegnato ad affiggere manifesti elettorali per le elezioni amministrative, a Civitavecchia, veniva arrestato e sottoposto al 41 bis, il trentanovenne incensurato Danilo Costanzi. 
Il 16 giugno era anche il giorno del suo compleanno e lo Stato quel giorno gli regalava un paio di manette e il carcere duro per 47 giorni, seguito da una settimana di “alta sicurezza”, poi i domiciliari e l’obbligo giornaliero di firma.Solo dopo un anno Danilo Costanti è stato assolto in primo grado (Tribunale di Roma sentenza del 10 giugno 2008) perché “il fatto non sussiste”, mentre altre persone, arrestate nell’ambito della stessa operazione, sono state condannate a pene detentive. Ma il Costanzi, alla vicenda criminosa, era estraneo, com’è stato confermato in appello, quando l’opposizione del PM è stata giudicata inammissibile (sentenza della Corte di Appello di Roma del 23 luglio 2009).
Dal giorno dell’arresto a quello del proscioglimento la sua vita, però, cambiava, fino a diventare un inferno. Danilo Costanzi perdeva d’un colpo le aziende che conduceva, la compagna, cittadina slovacca, e i figli adottivi con lui già da 4 anni. Non li ha più rivisti. La compagna ha dovuto far ricorso a cure psichiatriche, poi persa la casa su cui, nella sua città in Slovacchia, era stato acceso un mutuo, le cui rate erano pagate con i proventi dell’attività del compagno, è passata all’assistenza dei servizi sociali.
Danilo Costanzi, preso da insonnia, ipertensione, con un metabolismo stravolto ora non riesce più a lavorare, non ha più la forza di farlo e di ricominciare tutto daccapo. La pratica di risarcimento per l’ingiusta detenzione è ancora in corso, ma sarà poca cosa. Si sta ora impegnando per fondare un’associazione di vittime dell’antimafia, “perché - dice - altri onesti cittadini come me non si trovino ad attraversare il mio stesso calvario”.
Da Enzo Tortora, in poi non è cambiato niente, anzi è cresciuta la discrezionalità dei magistrati, riuniti nell’associazione che li tutela, indisponibili a qualsiasi riforma, accentratori delle attività di polizia giudiziaria, e ostili a rivedere la questione della responsabilità civile.Se questa è giustizia.
Vito Schepisi

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